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La
pericope odierna della lettera agli Ebrei è un brano dal carattere
marcatamente cristologico. L’autore applica a Cristo due citazioni
dell’AT, e precisamente il Salmo 8: “Che cos’è
l’uomo perché ti ricordi di Lui… di gloria e di onore
lo hai coronato e hai posto ogni cosa sotto ai suoi piedi” (Eb
2, 6-7); e il Salmo 21: “Annunzierò il tuo nome ai miei
fratelli, in mezzo all’assemblea canterò le tue lodi”
(Eb 2,12). L’autore legge entrambi i salmi applicandoli non all’uomo
in generale, ovvero all’umanità, ma al Cristo risorto,
di cui sottolinea in particolare il potere illimitato su ogni essere.
In riferimento al Salmo 8: “Hai posto ogni cosa sotto ai suoi
piedi”, l’autore lascia intendere che queste parole non
si riferiscono tanto alla creazione che Dio ha affidato all’umanità,
quanto piuttosto al potere che il Padre ha posto nelle mani del Risorto,
il quale domina tutto, né esiste creatura che possa sfuggire
al suo potere. Si tratta della prima affermazione cristologica che incontriamo
in questa breve pericope: a Lui viene attribuita una signoria cosmica,
ottenuta mediante la sua risurrezione. Ma c’è un risvolto
che riguarda la vita cristiana, e l’autore lo mette subito in
evidenza. Dopo la lettura del salmo 8 in chiave cristologica, l’autore
della lettera, in un successivo versetto chiave, dice: “Tuttavia
al presente non vediamo ancora che ogni cosa sia a lui sottomessa”
(v. 8). Se da un lato si afferma il potere illimitato del Cristo risorto,
dall’altro l’autore sottolinea pure che questo potere assoluto
esercitato da Lui su ogni cosa creata, non è evidente dinanzi
agli occhi degli uomini, e difatti la nostra esperienza quotidiana,
come pure la nostra osservazione del mondo, ci danno soltanto la percezione
delle cause seconde, mentre ci sfugge la mozione della causa prima.
In altre parole, siamo in grado di vedere tutti i fenomeni percepibili
che cadono sotto i nostri sensi, e possiamo indagarne le cause prossime,
ma le ragioni ultime del perché una cosa è accaduta, non
siamo in grado di coglierle. Così possiamo esaminare con esattezza
la dinamica di un incidente o l’evolversi di una malattia, e accertare
le cause di un decesso, valutando anche le diverse responsabilità
di ciascuno dei presenti, ma non possiamo capire la ragione ultima per
cui quell’incidente, o quella malattia, abbia tolto il compagno
di vita a una sposa novella, un genitore a dei bambini ancora piccoli,
oppure un figlio a un’anziana vedova, unico sostegno alla sua
vecchiaia solitaria. Similmente, possiamo indagare le cause storiche
per cui le ricchezze del pianeta siano quasi tutte accumulate da una
sola parte, e individuarle perfino con un buon margine di veridicità,
ma non possiamo scoprire il perché di un tale squilibrio, e quale
sia il fine ultimo della povertà, piaga sociale conosciuta da
tutti i popoli, in ogni epoca e sotto ogni latitudine. La nostra ignoranza
degli scopi ultimi delle cose, insieme alla nostra illusione di aver
capito troppo bene quelli prossimi, ci conduce talvolta a non vedere
che tutto ciò che accade, accade sotto il controllo di Dio, e
perciò con un fine buono, sebbene ignoto a noi. La verità
è che ogni cosa è sottoposta al controllo del Cristo risorto,
ma ciò non è evidente, per la debolezza della mente umana,
nella fase presente della storia. Lo sarà nell’ultimo giorno.
Nel presente, i nostri sensi ci comunicano l’impressione che vi
siano molte cose che sfuggono al potere di Cristo. Un’impressione
che evidentemente è falsa, e che rientra semmai all’interno
di uno spazio oscuro, che Dio ha lasciato volutamente nella nostra conoscenza
del mondo, per garantire l’esercizio della fede da parte dei credenti.
Il Padre ha affidato nelle mani di Cristo ogni potere, ma non ha voluto
che questo potere di Cristo fosse evidente dinanzi ai nostri occhi.
Dio si riserva l’ultimo giorno, il giorno del Signore, il giorno
glorioso del ritorno di Cristo nella maestà del Padre, per rivelare
all’universo ciò che adesso è occulto e impenetrabile.
In quel giorno, Cristo rivelerà la verità di ciascun uomo,
ma rivelerà, al tempo stesso, anche la propria. Vedremo allora
come ogni evento, dal più grave al più banale, accaduto
nella storia personale come in quella universale, era orientato da Cristo
al suo fine specifico.Questo nascondimento del potere assoluto di Cristo
fa dunque appello alla nostra fede. È proprio l’impressione
erronea delle nostre superficiali osservazioni sul mondo, ciò
che ci fa sembrare molti avvenimenti come fossero prodotti da cieche
casualità. La fede, invece, ci permette di risalire al di là
delle cause circostanziali dei fatti e degli avvenimenti. Soltanto con
la fede si risale al potere universale di Cristo, invisibile agli strumenti
della conoscenza umana; solo nella fede il cristiano trova il riposo
alle proprie inquietudini profonde, a cui né la ragione né
la scienza hanno mai potuto rispondere. Lo spazio della fede rimane
dunque ancora aperto, e tale sarà, fino al ritorno di Cristo.
L’autore della lettera agli Ebrei, infatti, afferma la signoria
di Cristo come un dato dogmatico, non come una realtà osservabile
tra i fenomeni evidenti. Se fosse una realtà osservabile, non
ci sarebbe più lo spazio della fede. Per questo, ancora una volta,
siamo invitati dalla Parola di Dio a rinunciare alle pretese di assolutezza
del giudizio umano, perché le deduzioni della nostra mente sembrano
assolute a colui che le pensa, ma nel novantanove per cento dei casi,
mancano il loro bersaglio, sconoscendo le cause profonde che generano
i fenomeni e le ragioni ultime delle cose. Del resto, anche uno studente
poco preparato, in sede di esame, risponde alle domande del professore
che lo esamina, e può pensare perfino di avere risposto bene,
solo perché ha detto tutto quello che sapeva; ma quello che sa,
risulta insufficiente, se guardato dal punto di vista di chi lo esamina.
Analogamente, i nostri giudizi sulla realtà ci sembrano ordinariamente
esatti, perché, dal punto di vista di chi li emette, nascono
come deduzione coerente a partire da tutti gli elementi conosciuti.
Ma gli elementi conosciuti sono tutti?Al cristiano basta sapere questo:
“Avendogli assoggettato ogni cosa, nulla ha lasciato che non gli
fosse sottomesso” (v. 8); questa è la parola della fede
sulla quale riposa il nostro cuore.Un’altra affermazione cristologica,
in un successivo versetto chiave, si riferisce alla fase terrena della
vita di Gesù; quello che abbiamo detto a proposito del Salmo
8, applicato a Cristo, cioè il suo potere universale, ma non
evidente agli occhi umani, si riferisce al Cristo risorto, e va attribuito
alla condizione che Egli ha assunto alla destra del Padre. L’autore
della lettera fa anche una seconda osservazione, non sul Cristo risorto,
ma sul Cristo storico: “Era ben giusto che colui, per il quale
e dal quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria,
rendesse perfetto mediante la sofferenza il capo che li ha guidati alla
salvezza” (v. 10). Questo versetto indica l’opera che Dio
ha compiuto sul Cristo storico, e in modo particolare si riferisce al
processo di perfezionamento umano, di cui l’umanità di
Gesù era bisognosa nel processo della sua naturale evoluzione
psichica e morale. In quanto Verbo non poteva essere mutevole, né
soggetto ad alcuna mutazione. Ma in quanto uomo, era soggetto allo spazio
e al tempo, e in esso doveva evolversi, per raggiungere la statura perfetta
del figlio di Dio, dal punto di vista delle virtù dell’uomo.
L’autore della lettera dice che l’opera di Dio sul Cristo
storico si è realizzata nel renderlo perfetto mediante la sofferenza.
Questa affermazione cristologica, evidentemente, si riferisce anche
alla divina pedagogia applicata ai cristiani in generale, i quali, come
il Cristo storico, devono compiere la loro evoluzione dentro la loro
storia personale, muovendosi per gradi verso la tappa finale, ossia
la statura della perfezione. Cristo stesso, pur essendo libero da peccato,
viene perfezionato nelle sue virtù, cioè in quelle virtù
che si manifestano nella santità cristiana. Anche per il Cristo
storico, la sua evoluzione umana verso la grande statura, che Dio preparava
per il suo Messia, doveva passare attraverso il superamento dei banchi
di prova, disseminati dalla divina pedagogia lungo il suo itinerario
terreno. Questo significa che le virtù della santità cristiana
non possono crescere e solidificarsi se non attraverso le prove della
vita. Le virtù cristiane, infatti, non crescono come crescono
le piante, a cui basta la loro dose di acqua e di sole: non c’è
una crescita spontanea per la santità. La santità cresce
grazie a una divina, misteriosa pedagogia, che porta i suoi frutti meravigliosi
in ogni battezzato che da essa si lascia lavorare, senza resistenze.
Diversamente, le virtù cristiane rimangono nella loro condizione
embrionale, se l’esperienza positiva della prova non le solidifica,
conducendole da un livello più basso ad uno più alto,
fino all’ultimo livello possibile, quello cioè della statura
di Cristo, nella sua piena maturità, modello e vertice per ogni
discepolo. Infatti: “Colui che santifica e coloro che sono santificati
provengono tutti da una stessa origine” (v. 11). |