|
Il
brano della prima lettura di quest’oggi si presenta come un’espressione
della teologia della redenzione. L’autore della lettera agli Ebrei,
infatti, indica alcune piste per la comprensione del dono che la morte
di Cristo ha portato agli uomini e che noi comunemente definiamo appunto
con la parola “redenzione”. La prima pista di lettura della
teologia della redenzione è legata a due versetti chiave che
si richiamano a vicenda. Il primo dei versetti è: “Fratelli,
poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Gesù
ne è divenuto partecipe” (v. 14a); e ancora, il secondo
versetto chiave è il seguente: “Perciò doveva rendersi
in tutto simile ai fratelli” (v. 17). Questa è la prima
linea di comprensione del mistero della redenzione: non si può
redimere nulla che non si assuma su di sé. Cristo applica questa
logica alla sua missione redentiva. La salvezza non si presenta come
un dono elargito dall’alto, rimanendo al sicuro su un piano diverso;
la redenzione si presenta innanzi tutto come un gesto di solidarietà
di Dio che, in Cristo, ha voluto condividere la sorte umana, sperimentando
la morte con esperienza di uomo, imponendosi i limiti dello spazio e
del tempo, accettando la possibilità della sofferenza e il peso
della prospettiva della propria fine. Questo è il criterio di
lettura della redenzione, cioè la categoria della solidarietà
di Dio, per la quale Egli non realizza il bene dell’uomo come
una concessione elargita dall’alto; al contrario: discende e compartecipa,
sopportando su di Sé tutti i mali del mondo, prima di eliminarli.
Ciò vale senz’altro anche per l’esperienza dell’amore
cristiano, dove nessuno di noi può pensare di poter essere in
qualche modo di aiuto al prossimo, senza farsi compagno di viaggio,
accettando su di sé una parte dei pesi dell’altro. In ogni
caso, l’amore cristiano non è mai elargito da un piano
superiore; esso presuppone sempre una discesa e una compartecipazione,
perché colui che ama e colui che è amato si ritrovino
insieme sullo stesso piano, anche se originariamente non lo erano. L’icona
della lavanda dei piedi, tratteggiata dall’evangelista Giovanni
(cfr. Gv 13,1-20) riafferma, infatti, questo aspetto basilare della
redenzione: Cristo si china per lavare i piedi ai discepoli, manifestando
così, in un modo non verbale, che il suo amore è un amore
che condivide, che scende al di sotto di coloro che devono essere beneficati,
per creare un’autentica comunione, eliminando il rapporto da superiore
a inferiore che inevitabilmente si crea tra il beneficante e il beneficato.
Il Signore, insomma, non agisce come i potenti della terra, che emettono
ordini dai luoghi sicuri dei loro palazzi, lasciando agli altri i rischi
e i pericoli, e tenendo per sé solo la gloria dell’eventuale
vittoria. In Cristo, Dio orienta il cammino dell’umanità
non comandando qualcosa dall’alto, ma scendendo e personificando
Egli stesso, nella visibilità della natura umana di Cristo, ciò
che all’uomo è richiesto. E al cristiano non è chiesto
nulla che Cristo stesso non abbia già vissuto nella sua personale
esperienza e nella sua disposizione fraterna verso gli uomini e filiale
verso Dio: “I figli hanno in comune il sangue e la carne…
Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli”. Questa
logica rimane anche alla base dell’amore cristiano: un amore che
discende e condivide. Anzi, talvolta il suo modo di beneficare è
solo quello di condividere. Nella nostra vita vi sono circostanze difficili
e momenti di prova, in cui l’unico beneficio che arriva da Dio
è la sua divina presenza, sofferente accanto a noi, ma null’altro;
e ciò avviene quando il dolore è inevitabile, e quando
sarebbe ingiusto, dal punto di vista di Dio, evitarcelo.Un altro versetto
chiave del nostro testo svela anche la strategia della redenzione, che
consiste nella scelta paradossale di vincere la morte attraverso la
morte. Questo fatto ha pure un risvolto essenziale e ineliminabile nella
vita cristiana; il versetto chiave di riferimento è il seguente:
“Per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della
morte ha il potere” (v. 14b); sembra un gioco di parole, e in
realtà è un artificio retorico. Dietro di esso, però,
si cela una grande verità. Il senso di queste parole va ricercato
nella strategia della redenzione, ovvero la sua scelta di fondo. Essa
non consiste nell’opporre un potere a un altro potere, per quanto
il primo sia infinitamente superiore al secondo, oppure un’autorità
ad un’altra. Dio non ha infatti bisogno di opporre il suo potere
a quello dei suoi nemici, perché non ha bisogno di combattere
per ottenere la vittoria. Egli è semplicemente il Vittorioso.
Solo questo. E contro chi dovrebbe poi combattere? Contro una sua creatura,
cioè contro una nullità. Tuttavia, la creatura combatte
ugualmente contro di Lui, nel suo superbo delirio. Allora il Signore
lascia che la creatura combatta, senza però reagire contro di
essa, nell’attesa che capisca da se stessa che si frantumano quelli
che cozzano ostinatamente contro di Lui. Mentre si mostra debole, questa
sua debolezza è quindi più forte di ogni altra forza,
e quando viene aggredito, gli basta non reagire e i suoi nemici sono
già vinti. In Cristo, Egli non reagisce all’azione di Satana,
la povera nullità che lo aggredisce. Ma tutte le sue sofisticate
strategie si frantumano da sole ai piedi della croce, senza che Dio
debba muovere un dito. Così Egli vince il potere di Satana attraverso
l’umiltà di Cristo. Nel momento in cui Satana ha la percezione
di avere raggiunto il suo massimo obiettivo, cioè l’eliminazione
del Figlio di Dio dalla scena della storia, proprio in quel momento
egli viene definitivamente sconfitto. La sua stessa potenza, che il
maligno ritiene di potere esercitare contro la verità, distrugge
la sua menzogna. Non si tratta dunque di opporre un potere ad un altro
potere, creando un inutile muro contro muro, ma di vincere la superbia
con l’umiltà, l’offesa col perdono, la volontà
di potenza con la sottomissione al volere del Padre; si tratta di vincere
la violenza con la mitezza, e il male con il bene. Tutto questo ha delle
conseguenze enormi per la vita cristiana e per le strategie di ogni
combattimento spirituale.Dal momento in cui Cristo vince il maligno
attraverso la sua divina debolezza, questo criterio diventa l’asse
portante della vita cristiana, la spina dorsale della santità,
che non si può realizzare autenticamente se non nel medesimo
modello: il modello che non oppone un potere ad un altro, ma la disposizione
divina di vincere il male con il bene. Così le virtù evangeliche,
maturate nel proprio stile di vita, sono il frutto della vittoria che
scaturisce dal mistero pasquale: la superbia è vinta dall’umiltà,
la potenza dalla debolezza, la sopraffazione dalla mitezza, e in definitiva,
la morte è vinta dalla vita. Cristo ha scelto di “ridurre
all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere”.
Questo enunciato descrive il cuore del mistero pasquale; la vita cristiana
non può intraprendere nessun’altra via diversa da questa.Ci
sono ancora altri versetti chiave che arricchiscono ulteriormente il
discorso del nostro autore, e che meritano perciò una certa attenzione:
“Doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un
sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio,
allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti proprio per essere
stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in
grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova” (vv.
17-18). Qui la redenzione si presenta sotto l’aspetto della espiazione.
Vale a dire: nella propria morte fisica, Cristo distrugge il peccato
dell’uomo, e non solo il peccato compiuto fino a quel momento,
ma tutti i peccati che ancora non sono stati compiuti, e che saranno
compiuti fino all’ultimo giorno del mondo; essi sono già
stati lavati dalla sua morte. La redenzione di Cristo non ha solo un
valore retrospettivo, ma anche un valore proiettivo, efficace per il
futuro come per il passato. Nella mente di Dio e nella sua memoria senza
tempo tutto è presente: le cose che accadranno, sono già
accadute, e quelle che sono accadute, stanno accadendo adesso. Tutto
è presente per Lui. La redenzione è l’espiazione
universale e completa del peccato, e non è bisognosa di ulteriori
aggiunte. Semmai, il contributo della nostra personale sofferenza può
avere un valore riparatorio e purificatorio, ma non espiatorio. L’espiazione
in quanto tale, cioè la cancellazione della colpevolezza derivante
dall’offesa di Dio, è unicamente opera di Cristo e di nessun
altro. Lui è il sacrificio espiatorio che cancella la colpa.In
questa espiazione personale, dove Cristo soffre come uomo - dice ancora
la lettera agli Ebrei -, Egli diventa capace di venire in aiuto a quelli
che subiscono la prova. L’espressione utilizzata dall’autore
è volutamente generica e universale: “quelli che subiscono
la prova”, per includere gli esseri umani di ogni epoca e condizione.
Questa realtà potrebbe essere inquadrata in questi termini: il
fatto che Cristo è personalmente disceso dentro l’esperienza
del dolore umano, lo mette in grado di aiutare quelli che subiscono
la prova. Ma occorre intendere bene: non perché, avendo sofferto
anche Lui, è capace di provare compassione di quelli che soffrono.
Il vangelo dimostra, infatti, che Cristo ha compassione dell’uomo,
anche prima di soffrire personalmente. Non è la sofferenza personale
che conferisce sensibilità al cuore di Cristo: è piuttosto
un altro il motivo per cui egli viene in aiuto a quelli che subiscono
la prova. Possiamo esprimerlo così: tutti coloro che nella propria
vita si incontrano con l’esperienza del dolore, per ciò
stesso, incontrano Colui che nel dolore ha voluto discendere fino al
punto più basso. Cristo ha contagiato la sua vita e la sua divinità
al mistero della croce, e tutti gli uomini che sperimentano il dolore,
si trovano a contatto diretto con la potenza della risurrezione. Per
avere sofferto personalmente, Egli si fa incontrare nel dolore da tutti
gli uomini che soffrono. |