"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Il testo odierno della prima lettura puņ suddividersi in due principali nuclei tematici: il primo si riferisce alla Parola di Dio e alle sue prerogative, e il secondo si riferisce a Cristo come sommo sacerdote dei beni futuri; sul sacerdozio celeste di Cristo si fanno alcune osservazioni di grande significato teologico. Nel primo nucleo tematico la Parola di Dio è definita dall’autore: “viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio” (v. 12). Queste definizioni si collegano al tema giovanneo della Parola che è Spirito; in modo particolare il cap. 6 del vangelo di Giovanni definisce la Parola come Spirito e vita (cfr. Gv 6,63), e anche la lettera agli Ebrei in questo punto riprende la medesima interpretazione della Parola veicolata dalla predicazione apostolica: essa non è una parola puramente informativa, né descrittiva; non è un modo di accrescere le conoscenze religiose di coloro che ascoltano, istruendoli ulteriormente; benché indubbiamente la parola della predicazione apostolica sia anche una sapienza che accresce la coscienza dottrinale del cristiano. Tuttavia, la prerogativa principale della Parola è quella di essere viva ed efficace, vale a dire: la Parola comunica lo Spirito e lo Spirito mette la persona in movimento verso la meta della santità. Lo Spirito è infatti definito, ancora dall’evangelista Giovanni, come un vento che soffia e che perciò spinge e mette in movimento ciò che investe. Nel greco del NT, tra l’altro, per una felice coincidenza, la parola pneuma indica sia il vento che lo Spirito di Dio. E’ proprio del vento spingere. Così fa anche lo Spirito operante nella Parola. Possiamo anche aggiungere che da questo si conosce l’efficacia della Parola della predicazione apostolica, se essa cioè trasforma la vita di chi l’ascolta, mette in movimento la persona verso nuovi traguardi, verso la novità del vangelo. In questo senso, la Parola si svela nella sua efficacia, come Parola che è Spirito, che è vita, e non soltanto lettera che informa. E’ una Parola viva che comunica la vita, e che produce negli ascoltatori quelle disposizioni che essa dice. Il fatto che poi sia paragonata a “una spada a doppio taglio”, viene spiegato successivamente dal medesimo testo. La Parola di Dio, risulta più tagliente, penetra più a fondo di una spada, in quanto la spada può tagliare soltanto la carne del corpo umano, o qualunque materia molle, mentre la Parola di Dio penetra nel punto di divisione dell’anima e dello spirito. Qui, con la parola “spirito” non si allude allo Spirito di Dio, ma allo spirito dell’uomo come componente dell’antropologia biblica. Questo punto di divisione rappresenta una zona molta profonda della personalità umana, dove nessuna lama, cioè nessuno strumento materiale potrebbe arrivare. La Parola invece penetra fin lì, fino alle profondità della persona umana e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Infatti, solo alla luce della predicazione apostolica, nel confronto con la Parola di Dio, ciascuno di noi riceve la luce giusta per discernere i propri pensieri e i propri desideri, smascherando quelli falsificati dalla suggestione dello spirito delle tenebre, pensieri avvelenati che diversamente continueremmo a portarci dentro senza neppure saperlo; anzi, scambiandoli per buoni. È la luce della Parola che illumina le oscurità dei recessi dell’animo umano, dove Satana suole collocare le sue trappole, e nessuna intelligenza le può sventare, senza la luce soprannaturale della Parola. Essa le illumina, le smaschera nelle loro falsificazioni, liberando la persona da tutte quelle insidie ben congegnate, con cui lo spirito del male tenta di rovinare l’uomo fatto a immagine di Dio: “Non vi è infatti creatura che possa nascondersi davanti a Lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi” (v. 13); implicitamente, con le parole “non vi è creatura”, l’autore vuole dire che la Parola di Dio, non soltanto fa luce nelle profondità dell’animo umano, ma illumina con potenza anche Satana stesso, lo spirito delle tenebre, il quale non può resistere davanti alla luce della Parola, e deve fuggire, essendo anche lui una povera creatura, nuda e scoperta davanti a Dio, quando viene investito dalla sua luce. Il primo nucleo tematico, dunque, definisce le prerogative della Parola di Dio in questi termini: è viva, efficace, e produce quello che dice. Se la Parola di Dio richiede le disposizioni dell’umiltà, Essa stessa le produce, perché comunica lo Spirito; se la Parola di Dio chiede le disposizioni dell’ubbidienza, Essa stessa le produce, perché è Spirito e comunica lo Spirito, e così via, tutte le virtù richieste dalla Parola sono create dalla Parola. Tutto ciò che la Parola del vangelo esige dall’uomo, nel momento in cui è predicata nella Chiesa, lo produce negli ascoltatori.Il secondo nucleo tematico è dedicato al Cristo risorto, considerato sotto un particolare aspetto, quello del suo sacerdozio celeste. Il sacerdozio è una prerogativa che Egli acquisisce dopo la morte; infatti, lo stesso autore della lettera agli Ebrei precisa che se Gesù fosse sulla terra, non sarebbe neppure sacerdote, perché Egli appartiene alla tribù di Giuda e non a quella di Levi. Secondo gli ordinamenti dell’Antico Testamento, Cristo è un laico, non un sacerdote. Ma negli ordinamenti del Nuovo Testamento Egli è non semplicemente sacerdote, bensì il sommo sacerdote, modello del sacerdozio della nuova alleanza, Colui che comunica tale sacerdozio a chi vuole; Egli stesso lo esercita in cielo, prolungandolo sulla terra mediante l’azione dei suoi ministri. In questo punto della lettera, Cristo è descritto nella sua veste di sommo sacerdote del santuario celeste, dignità che gli viene conferita quando Lui, risorto dai morti, attraversa i cieli. Da questo dipende l’assoluta certezza della nostra professione di fede: essa deve essere mantenuta ferma, perché non si appoggia ad un sommo sacerdote umano ma ad un sommo sacerdote che ha attraversato i cieli. Il Mediatore che comunica efficacia di salvezza alla nostra fede è insediato in un santuario incorruttibile, essendo incorruttibile Egli stesso. In nessun modo, perciò, la nostra fede può ritenersi fondata su una base fragile. In questo senso, l’autore della lettera afferma che la professione della fede della comunità cristiana, ha una base solida nella persona di Cristo che ha attraversato i cieli, e da lì esercita il suo sacerdozio eterno e presiede la liturgia celeste, che si prolunga attraverso il suo Spirito in quella terrestre. La nostra professione di fede non si fonda perciò su una liturgia terrestre ma, al contrario, quest’ultima non è altro che il prolungamento della liturgia celeste, dove Cristo presiede il culto universale e definitivo, il culto in spirito e verità, che il Padre si attende di ricevere dall’umanità redenta, perché Egli cerca tali adoratori (cfr. Gv 4,23). Questo sommo sacerdozio, esercitato dal Cristo risorto, ha la particolare caratteristica della solidarietà, tema già più volte toccato. L’autore afferma: “Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, come noi, escluso il peccato” (v. 15). Cristo, prima di entrare nella gloria dei cieli, per essere costituito sommo sacerdote dei beni futuri, è stato provato come noi in ogni cosa. Il suo essere posto sotto la prova lo rende solidale con l’umanità sofferente. Abbiamo già precisato in che senso: nel momento in cui Cristo discende nelle profondità del dolore umano, lì tutti gli uomini lo incontrano, quando essi stessi, per amore o per forza, vi discendono. Cristo ha in sostanza contagiato con la sua presenza tutti gli ambiti del dolore, in modo tale che, per ogni uomo storico, soffrire è la stessa cosa che incontrarsi con Cristo, perché la sofferenza umana è il luogo dove Cristo è disceso per essere incontrato, se al dolore non si accompagna la ribellione.La prima lettura odierna si conclude con una esortazione. Stando così le cose, cioè avendo un sommo sacerdote che rende salda la nostra professione di fede, la nostra liturgia terrestre ha una validità eterna, essendo presieduta da Lui stesso, che non muore mai, dopo essere morto una volta sola per i peccati. La fede del popolo cristiano è saldamente ancorata alla sua divina Persona, immortale, perennemente viva. Dall’altro lato, Egli, solidale con l’umanità sofferente, è presente in ogni dolore, e ogni esperienza di dolore accettata con spirito evangelico, è un incontro personale e salvifico con il Cristo crocifisso: “Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno” (v. 16).

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