|
La
prima lettura odierna, tratta dalla lettera agli Ebrei, fa riferimento
al cammino nel deserto, considerato evidentemente come un’immagine
simbolica del cammino di fede del singolo battezzato, come pure della
comunità cristiana. C’è infatti la promessa del
riposo, nel quale il popolo è chiamato ad entrare, un riposo
che per l’Israele del deserto è rappresentato dalla terra
promessa, mentre per il cammino dell’uomo, per il cammino di fede
della comunità cristiana, l’ingresso nel riposo equivale
alla conoscenza di Dio e di Gesù Cristo, al conseguimento della
sua grazia mediante la fede, all’esperienza di una liberazione
radicale da tutto ciò che produce inquietudine e turbamento.
Il riposo che Dio offre al popolo cristiano è la fede, un riposo
che non si appoggia su alcun sostegno umano, ma solo sulla Parola.Il
testo odierno della lettera agli Ebrei, accanto alla memoria dell’Esodo,
allude anche al libro della Genesi, e precisamente al racconto sacerdotale
della creazione, dove si dice che Dio si riposò il settimo giorno
da tutte le opere sue. Ancora una volta, il riposo che Dio offre al
suo popolo non è un riposo qualunque, o un riposo dalla fatica
umana, ma è un riposo in Lui, ovvero la partecipazione al suo
stesso riposo, cioè la pace inalterabile della divinità,
vissuta nella fede oscura durante la vita terrena, e poi nella visione
faccia a faccia durante la vita eterna. Dunque, da un lato l’Esodo
e dall’altro lato Genesi. Entrambi i testi contengono la promessa
di un riposo non umano, che consiste appunto nella partecipazione al
riposo di Dio mediante la fede.I versetti chiave della prima lettura
odierna ci introducono in alcuni aspetti più particolari della
teologia della salvezza. Il primo versetto chiave è quello di
apertura: “Fratelli, dobbiamo temere che, mentre ancora rimane
in vigore la promessa di entrare nel suo riposo, qualcuno di voi ne
sia giudicato escluso” (v. 1). Queste parole descrivono la salvezza
nel suo duplice versante che caratterizza interamente il discorso biblico:
l’offerta della salvezza da parte di Dio è sempre e comunque
gratuita. Essa si presenta perciò innanzi tutto come un dono,
e mai come una sorta di rimunerazione che l’uomo possa in qualche
modo meritare. La salvezza, da questo punto di vista, poiché
è un dono da parte di Dio è anche assolutamente sicura
e infallibile nei suoi effetti. Il primo versante si può allora
definire nei termini del primato di Dio, che vuole tutti gli uomini
salvi e lo vuole infallibilmente. Non lo vuole, però, meccanicamente,
né vuole una salvezza senza partecipazione da parte dell’uomo.
E qui entriamo nel secondo versante. Vale a dire: La salvezza è
offerta da Dio in modo gratuito e infallibile, ma la sua efficacia non
entra in vigore se non quando il soggetto liberamente l’accoglie
e la desidera per sé. Da questo punto di vista, la risposta dell’uomo
potrebbe produrre una variazione nelle aspettative di Dio: “qualcuno
di voi ne sia giudicato escluso”. Si tratta di una risposta positiva,
che non giunge, anche se intensamente desiderata da Dio. La posizione
presa liberamente davanti a Dio, e davanti al suo dono di grazia, può
condizionare notevolmente l’efficacia della salvezza. Tale libertà
è certamente uno dei doni più preziosi e al tempo stesso
più drammatici, di cui Dio ha dotato la creatura razionale. Il
Signore, che lo ha dato, non lo revoca mai, neppure quando è
usato nella peggiore delle maniere.Va notato ancora, in un altro versetto
chiave, come la parola della predicazione abbia un ruolo fondamentale
nel processo di avvicinamento alla salvezza donata gratuitamente da
Dio: “Poiché anche a noi, al pari di quelli, è stata
annunziata una buona novella: purtroppo però a quelli la parola
udita non giovò in nulla, non essendo rimasti uniti grazie alla
fede con coloro che avevano ascoltato” (v. 2). Quelli di cui qui
si parla sono gli israeliti del cammino nel deserto sinaitico, che l’autore
assume come un polo di confronto rispetto a noi battezzati, che camminiamo
come popolo pellegrino nel deserto del mondo. L’autore sottolinea
significativamente che la medesima parola, cioè la Parola di
Dio, ha raggiunto entrambe le comunità: “anche a noi, al
pari di quelli”. La comunità di Israele nel deserto è
stata raggiunta da una buona novella, una promessa di salvezza e di
riposo in Dio; anche a noi, e in questo “noi” si sintetizza
interamente la comunità cristiana di ogni tempo, è stata
annunziata la buona novella. L’autore osserva che la mancanza
di fede ha causato, per gli increduli, il fallimento di quella parola
divina e infallibile. Essi, infatti, non sono rimasti uniti, grazie
alla fede, a coloro che avevano ascoltato. Qui la fede si presenta chiaramente
come un’esperienza di comunione. Coloro che ascoltano, se prestano
alla Parola la loro fede, si ritrovano uniti in una comunione perfetta.
Chi non crede, di conseguenza, ne rimane fuori per la sua stessa incredulità.
La parola di salvezza si ascolta innanzi tutto nel “noi”
della comunità cristiana; mediante la fede si rimane uniti alla
comunità, ed essa è il luogo di manifestazione e di esperienza
della salvezza gratuita e infallibile che Dio concede all’uomo
come una partecipazione al suo riposo: e Dio si riposò il settimo
giorno da tutte le opere sue (cfr. Gen 2,2-3). Ma il riposo di Dio è
anche il riposo dell’uomo: Dio consacra il tempo nel quale Egli
si riposa, e quel tempo consacrato da Dio diventa simbolo della cessazione
di ogni cura e inquietudine terrena per incontrare Lui. Soltanto nel
riposo di Dio l’uomo riposa davvero, e partecipa a quel medesimo
riposo che esprime la tranquillità di Dio, l’intangibilità
della sua natura, la totale libertà da ogni minaccia e da ogni
condizionamento. In questo riposo il cristiano ritrova la dimensione
più vera di se stesso in quanto nell’incontro con Dio recupera
anche la propria verità. Nel riposo di Dio, però, si entra
mediante la propria fede, non tanto una fede personale, solitaria, individualistica,
ma attraverso una fede che è partecipazione e comunione al “noi”
della comunità che, nel giorno del Signore, accoglie la Parola.
Infatti, quelli a cui la Parola non giovò, non rimasero uniti
mediante la fede con coloro che avevano ascoltato (cfr. v. 2); ma coloro
che mediante la fede restano uniti alla comunità in ascolto,
ossia coloro che restano nella comunione ecclesiale, sperimentano il
riposo di Dio, godono in qualche modo anticipatamente dei beni della
terra promessa al popolo cristiano, cioè la città dei
santi, la Gerusalemme celeste, che è libera ed è nostra
madre. |