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Questo
testo racconta la battaglia contro i filistei: “i filistei attaccarono
battaglia, Israele fu sconfitto… l’arca di Dio fu presa
e i due figli di Eli, Cofni e Pincas morirono” (vv. 10-11). Questa
sottolineatura finale, cioè la menzione della sventura che colpisce
la famiglia di Eli, contiene indirettamente la conferma dell’autenticità
del carisma profetico di Samuele. Il profeta Samuele, infatti, dopo
il suo dialogo notturno col Signore, si rivolge ad Eli riportando le
verità che gli erano state svelate la notte precedente (cfr.
3,11-18): il suo destino e quello della sua discendenza sarebbe stato
piuttosto triste, perché Dio si era allontanato da lui e aveva
disapprovato le sue scelte e quelle dei suoi due figli. Considerando
questo episodio alla luce del Deuteronomio, dove uno dei criteri per
distinguere il vero profeta da quello falso è che la sua profezia
abbia un riscontro nella vita reale, il libro di Samuele vuole sottolineare
senz’altro l’autenticità del suo carisma profetico:
la condanna che Dio esprime sul sacerdozio di Eli, e sulla sua famiglia,
trova una concreta realizzazione in una sventura familiare che in poco
tempo colpisce lui e i suoi figli. Questo testo contiene anche un insegnamento
generale che emerge dall’insieme del racconto. Esso presenta l’esito
della guerra tra gli israeliti e i filistei. I filistei sono un popolo
che per tutta l’epoca dei giudici rappresenta una seria minaccia
per Israele. Nella simbologia biblica essi personificano le potenze
del male che si oppongono al popolo di Dio. La battaglia si svolge in
due momenti, che segnano entrambi una sconfitta per Israele. In un primo
momento, gli israeliti sconfitti si pongono l’interrogativo: “perché
ci ha percossi oggi il Signore di fronte ai filistei?” (v. 3),
e vanno a Silo a prendere l’arca che Mosè aveva costruito
durante il cammino nel deserto. Ritornano allora a combattere e, nonostante
la presenza dell’arca, vengono sconfitti una seconda volta. L’insegnamento
derivante da questo duplice momento di lotta, e soprattutto la ragione
della duplice sconfitta, sta nel fatto che Israele si ricorda di Dio
solamente dopo avere subito la sconfitta dei Filistei, e solo allora
si dicono gli uni gli altri: “andiamo a prenderci l’arca
del Signore a Silo, perché venga in mezzo a noi e ci liberi dalle
mani dei nostri nemici” (v. 3). E’ infatti questo l’atteggiamento
di chi è solito rivolgersi a Dio solo quando ha toccato con mano
i limiti della propria debolezza, ritenendo che ci siano delle cose
che si possano fare, o dei risultati che si possano conseguire, senza
l’aiuto di Dio. Gesù stesso dirà ai suoi discepoli
“senza di Me non potete far nulla” (Gv 15,5). Il racconto
intende anche correggere la visuale utilitarista di chi ricorre a Dio
solo quando si trova nei guai, dimenticandosi poi totalmente di Lui
nei tempi di prosperità e di successo. Umiliandolo nella sconfitta,
Dio dimostra a Israele che non è la presenza fisica dell’arca
in mezzo al popolo ciò che può garantire la vittoria sui
nemici, ma la sottomissione totale a Lui nell’ubbidienza incondizionata. |