"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Il testo della prima lettura odierna è denso di insegnamenti sulla teologia del venire alla fede, teologia, che poi verrà ulteriormente sviluppata e confermata ampiamente nel NT. Al v. 1 si dice che “il giovane Samuele continuava a servire il Signore sotto la guida di Eli”. Samuele è già descritto nel suo servizio al Tempio, e questo ci riporta all’atteggiamento di Anna nei confronti della sua stessa maternità, che non si realizza in un atteggiamento di possesso ma di custodia. Se Samuele si trova già al Tempio a servire il Signore, ciò significa che Anna non ha voluto far valere il proprio progetto, o le proprie normali aspirazioni di madre, imponendoli sulla manifestazione della volontà di Dio, che per Samuele aveva invece un altro disegno, diverso da quello che qualunque genitore progetterebbe per il proprio figlio. La maternità di Anna si mostra capace di espropriazione, cedendo il passo alla paternità di Dio, come quell’altra maternità, unica nel suo genere, che troveremo nel NT nella figura della Vergine Maria: una maternità che ha vinto la sua tendenza alla possessività, nella comprensione del fatto che i figli sono in primo luogo di Dio. I genitori cristiani, infatti, sanno di essere gli strumenti di Dio per la nascita fisica e i custodi della crescita sana della persona che si va formando e giunge alla maturità nella loro casa. Ma l’unico a cui conviene in senso proprio il nome di “padre” è Dio, come Cristo ci ricorda nel vangelo: “Non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo” (Mt 23,9). Questa disposizione interiore di Anna è la base su cui Dio, successivamente, farà la sua storia con Samuele. Si vede bene qui come la santità di un genitore renda più facile al figlio il suo cammino verso Dio. Nessun genitore, per quanto abbia generato dal proprio stesso corpo i propri figli, può porsi dinanzi a Dio facendo prevalere i propri progetti sui suoi. La Vergine Maria alle nozze di Cana capirà che l’inizio del ministero pubblico di Gesù è anche l’inizio dell’espropriazione della sua maternità. Ma Dio, che risponde sempre con la sua generosità divina alla generosità umana, la colmerà di una nuova e ricchissima maternità, proprio quando Maria toccherà il punto più basso della sua espropriazione materna nell’immolazione del Figlio sul Golgota. Tutta l’umanità le viene affidata e, da quel momento, ogni uomo che nasce diventa figlio di Maria più di quanto lo sia della propria madre terrena.Il dialogo che si sviluppa nei vv. da 4 a 10 contiene un insegnamento orientato alla teologia del venire alla fede. Il processo del “venire alla fede” si configura come la convergenza di una chiamata e di una risposta. Il primo significato di questa “chiamata e risposta” fa leva sul primato di Dio: c’è un momento in cui Dio agisce, prende l’iniziativa per scuotere la persona e aprire i suoi occhi sul mistero dell’Alleanza, in modo che non avvenga come ad Eli, di vivere cioè in intimità con le cose di Dio ma non con Dio. Samuele, nel momento stesso in cui si sente chiamare, giunge a quel bivio che gli permette di passare dalla familiarità con le cose di Dio, alla familiarità con Dio. La prima spinta verso questo salto qualitativo deriva infatti dall’iniziativa di Dio, che nel momento stabilito da Lui, pronuncia una parola che raggiunge Samuele, anche se egli non la capisce immediatamente, perché ancora non conosce il linguaggio di Dio, né il suo modo di esprimersi. Dall’altro lato, non bisogna pensare che l’iniziativa di Dio possa essere sufficiente da sola, senza una qualche mediazione umana. Beninteso, non perché Dio non possa fare tutto da solo, ma perché Egli non vuole fare tutto da solo. Ne consegue che, ordinariamente, nessuno può venire alla fede solo con l’iniziativa della grazia, in quanto la mediazione della Chiesa è assolutamente necessaria nel nostro cammino verso la luce della fede. Infatti: chi di noi può ascoltare l’annuncio del vangelo senza la Chiesa? E chi può ricevere il battesimo senza la Chiesa? Dio ha stabilito che la fede deriva dalla predicazione, ma non può esserci predicazione se qualcuno non ne riceve il mandato (cfr. Rm 10,14-15).Nell’economia generale del racconto, Eli può ben rappresentare la comunità cristiana, e non è un caso che sia proprio la figura di Eli, in fondo negativa, ad essere assunta come il simbolo della mediazione umana, necessaria per accompagnare il processo del venire alla fede: Samuele può dare la sua risposta al Signore che lo chiama, grazie al consiglio di quell’Eli che, pur vivendo nel Tempio, non conosce veramente Dio; eppure, senza di lui, il piccolo Samuele non avrebbe potuto riconoscere la voce di Dio. La comunità cristiana assolve sempre e comunque a questo compito, anche quando non vive bene la sua fede, almeno relativamente al primo annuncio ed ai fondamenti del nostro essere cristiani. Intendiamo dire con questo che dalla comunità cristiana - la quale è sempre al tempo stesso santa e peccatrice - chi è alla ricerca sincera di Dio riceve tutti i presupposti e tutto l’equipaggiamento necessario per incamminarsi verso Cristo sotto la guida dello Spirito di Dio. Infatti, Samuele si metterà in cammino verso Dio, crescerà nello Spirito e il suo itinerario procederà sulla base della Parola che il Signore gli rivolgerà: una Parola che egli non lascerà andare mai andare a vuoto. Samuele, da questo punto di vista, è certamente una delle personificazioni più complete del discepolato.Il secondo passo di Samuele verso la fede, però, sarà troppo superiore alle possibilità di Eli. Questi, di conseguenza, esce presto di scena. Al v. 19 si dice che “Samuele acquistò autorità perché il Signore era con lui”. Egli, infatti, successivamente, si presenterà ad Israele negli anni della sua maturità, con una nuova autorità datagli da Dio, in forza del suo autentico discepolato.

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