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(Mt 8,1-4: Venerdì XII settimana)
Mc 1,40-45: 40 Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi guarirmi! ”. 41 Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, guarisci! ”. 42 Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. 43 E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: 44 “Guarda di non dir niente a nessuno, ma và, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro”. 45 Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.
Il vangelo odierno narra la vicenda di un lebbroso che si prostra davanti a Cristo per chiedergli la guarigione. Sia Marco che Matteo descrivono la scena mettendo in evidenza l’atteggiamento di devozione dell’infermo: “Ecco venire un lebbroso e prostrarsi a Lui” (Mt 8,2); “lo supplicava in ginocchio” (Mc 1,40). La posizione del suo corpo, con cui accompagna l’invocazione a Cristo, è più eloquente delle sue parole, è segno della sua grande venerazione per il Maestro e al tempo stesso della sua fede. Il lebbroso rende partecipe anche il suo corpo delle disposizioni del suo spirito e le rende visibili nei suoi gesti. Le uniche parole dell’infermo, riportate dagli evangelisti, meritano una particolare attenzione in riferimento al modo con cui il lebbroso formula la sua richiesta di guarigione: “Se vuoi, puoi guarirmi!” (Mc 1,40); “Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi!” (Mt 8,2). Dietro questa espressione condizionale, si coglie un importante insegnamento sul tema della preghiera di guarigione, e più in generale sulla preghiera. Il lebbroso chiede ciò che per lui rappresenta un’urgenza personale, o un bisogno considerato estremo dal suo punto di vista. Nello stesso tempo, l’introduzione della richiesta “se vuoi”, esprime un margine di differenza, ossia la disponibilità del lebbroso a ridimensionare davanti a Dio la sua malattia, accettando perfino l’idea che il recupero della sua salute possa non essere davvero la cosa più urgente per lui, in quel momento. Mentre chiede a Cristo ciò che gli sembra per lui di massima urgenza, ammette che Cristo possa scegliere diversamente, e ne accetta anticipatamente l’eventualità. Il lebbroso non dubita del potere di Cristo di restituirgli la salute, ma dubita del fatto che la salute possa davvero essere il bisogno più urgente, per lui, in quel momento. Questo insegnamento, contenuto nelle poche parole del lebbroso, è importante per la preghiera cristiana, spesso condizionata dalle prospettive e dalle attese dell’orante, che quasi non lasciano spazio al fatto che, dal punto di vista di Dio, le urgenze possano essere diverse. In realtà, l’ordine dei valori non è facilmente comprensibile dall’uomo, pressati come siamo dalla nostra inevitabile soggettività. Così, per il malato la cosa più importante è guarire, per il negoziante vendere la sua merce, per il musicista essere apprezzato, perl’atleta vincere la gara. Tutti costoro, quando pregano, mettono nella preghiera le loro aspettative, come se fossero in assoluto le cose più urgenti nell’universo. La preghiera, però, non può essere ispirata dalle speranze soggettive e non giunge a essere genuina, finché l’orante non si decentra, trasferendo l’asse portante della preghiera dalle intenzioni proprie alle intenzioni di Dio. Questo è esattamente ciò che fa il lebbroso.Marco sottolinea la commozione di Cristo dinanzi alla sofferenza del lebbroso: “Mosso a compassione, stese la mano” (Mc 1,41). Matteo sorvola questo particolare legato ai sentimenti personali di Gesù (cfr. Mt 8,3). In realtà, la sottolineatura di Marco ci spinge a pensare che la motivazione che spinge Cristo a compiere guarigioni è soltanto la sua compassione; quindi non si tratta per niente di uno stratagemma per imporsi alle folle. Le guarigioni sono i segni dell’amore di Dio; il potere dei miracoli è l’indicazione sicura che in Cristo la morte è stata vinta, e mai una forza di autoaffermazione, come i discepoli saranno talvolta tentati di fare, dopo avere ricevuto i carismi (cfr. Lc 9,1 e vv. 54-55). Il lebbroso si accosta dunque a Gesù con la fede che Egli possa guarirlo, ma al tempo stesso lascia uno spazio mentale alla possibilità di ricevere un dono diverso da quello richiesto. Cristo, però, lo guarisce subito. Non così sarà per il paralitico calato dal tetto della casa in cui Cristo si trova (cfr. Mt 9,1-8); in quell’occasione, tutti si attendevano la guarigione fisica, Cristo gli dà invece la guarigione interiore, e solo dopo quella fisica. Evidentemente, il lebbroso non ha bisogno della guarigione interiore, perciò gli può essere donata subito quella fisica. La preghiera deve quindi trasferire l’ordine dei valori dalle urgenze personali dell’orante alle decisioni ultime di Dio, nel mistero della sua divina pedagogia. Il lebbroso è malato solo fisicamente, ma è sano nello spirito. Gesù “Lo toccò e gli disse: Lo voglio, guarisci. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì” (Mc 1,41-42). Il comando di Cristo è capace di produrre istantaneamente quello che dice e al suono della sua Parola la realtà si trasforma. Successivamente, Cristo gli comanda di non divulgare il fatto. Questo riserbo che Gesù manifesta nei confronti della propria opera di liberazione - che va sotto il nome di “segreto messianico” - è la custodia posta da Lui stesso intorno al suo ministero, per non essere trascinato sulla ribalta, snaturando il senso del ministero di guarigione da segno dell’amore di Dio a fenomeno da baraccone. Lo spirito del male tenta più volte di compiere questo passaggio, per creare intorno a Gesù un movimento di curiosità e banalizzare in tal modo il significato dei miracoli da Lui compiuti. Inoltre, poteva verificarsi un secondo fraintendimento, quello del messianismo davidico, coagulando intorno a Lui, discendente del re Davide, tutte le speranze di liberazione politica di Israele. Cristo allora impone a Satana di tacere, quando parla per bocca degli ossessi; e fa altrettanto con il lebbroso guarito, e con gli altri miracolati, che con il loroentusiasmo fuori misura potevano diventare, inconsapevolmente, gli strumenti di una falsificazione del suo messianismo. Il testo continua, però, dicendo che per il lebbroso non è possibile tacere: “Cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città” (Mc 1,45). Nessuno, che abbia sperimentato davvero un incontro personale e salvifico con Cristo, può tacere. Chi ha fatto una vera esperienza di conversione, potrebbe anche tacere, ma c’è un messaggio non verbale che si sprigiona ugualmente dalla sua vita, anche quando le labbra non pronunciano alcuna parola. Il testo di Matteo, dopo il comando di non divulgare la notizia della sua guarigione, si conclude sottolineando il rispetto di Gesù verso le prescrizioni mosaiche: “va’ a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè” (Mt 8,4). Un particolare importante per i primi lettori di Matteo che erano ebrei e che vivevano un cristianesimo ancora fortemente condizionato da elementi giudaici. In ogni caso, l’osservanza della Legge mosaica da parte di Gesù è funzionale a dimostrare come sia falsa l’accusa che colpirà il cristianesimo di stampo paolino: la Legge mosaica non viene annullata nel cristianesimo, ma semplicemente superata in quegli aspetti cerimoniali e non sostanziali. Ciò che è sostanziale nell’antica Alleanza, invece, rimane immutato sia per gli ebrei che per i cristiani.L’ultimo versetto chiave si trova in Marco ma non in Matteo: “Gesù se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte” (Mc 1,45). Questo versetto descrive l’esperienza di evangelizzazione più genuinamente evangelica: Non si tratta di rincorrere la gente e costringerla ad ascoltarci, per dire che il regno di Dio è arrivato, ma si tratta piuttosto di stimolare le coscienze e sensibilizzarle ai valori del Regno, attirandole con uno stile di vita veritiero e convincente. I cuori non vanno spinti verso Cristo, ma conquistati a Lui. In questo senso, l’evangelizzazione non è il frutto di una imposizione del vangelo, ma di una attrazione delle coscienze, attraverso un modo di essere uomini che si presenta come una proposta degna di essere vissuta.

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