"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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(Lc 4,31-37: Martedì XXII settimana)
Mc 1,21-28: 21 Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. 22 Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. 23 Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: 24 “Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio”. 25 E Gesù lo sgridò: “Taci! Esci da quell’uomo”. 26 E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. 27 Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono! ”. 28 La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea.

Il testo odierno narra un esorcismo avvenuto nella sinagoga di Cafarnao in giorno di sabato. Si tratta di un episodio omesso dall’evangelista Matteo e riportato solo da Marco e da Luca. Il brano contiene degli insegnamenti che cercheremo di cogliere nei relativi versetti chiave.Mettendo in parallelo le narrazioni di Marco e di Luca riscontriamo delle piccole variazioni, dovute allo stile personale del singolo evangelista. Marco si limita a dire che Gesù entrò quel Sabato nella sinagoga, mentre Luca lascia intendere al lettore che la partecipazione alla preghiera sinagogale era una sua consuetudine: “al Sabato ammaestrava la gente” (Lc 4,31). L’insegnamento di Gesù colpisce l’assemblea in ascolto, Luca però omette il riferimento polemico agli scribi, che si trova in Marco: “insegnava loro come uno che ha autorità, non come gli scribi” (v. 22). Infine, Luca racconta la liberazione dell’indemoniato, eliminando i particolari crudi e drammatici che possono impressionare il lettore; così, mentre Marco dice che lo spirito immondo uscì da lui “straziandolo e gridando forte” (v. 26), Luca si limita a dire solo che il demonio “gettatolo a terra in mezzo alla gente, uscì da lui, senza fargli alcun male” (Lc 4,35).Va notato innanzitutto il tempo in cui si colloca l’evento: “Entrato proprio di sabato nella sinagoga si mise ad insegnare” (v. 21). La liberazione dell’uomo indemoniato si verifica dunque di Sabato. Il Sabato rappresenta il tempo sacro, il tempo favorevole al passaggio di Dio nella vita dell’uomo, che è orientato sempre alla nostra liberazione. Si tratta allora di entrare nel tempo sacro per essere guariti, e nel tempo sacro si entra mediante la conversione personale. La nostra vita quotidiana diventa essa stessa un ininterrotto “tempo sacro”, dal momento in cui ci sottomettiamo alla signoria di Gesù Cristo, perché ogni nostro gesto è una liturgia di lode per la sua gloria. Nello stesso tempo, la liberazione dell’indemoniato avviene nell’ambito spazio-temporale del culto del popolo di Dio. Ciò significa che la nostra partecipazione personale alla liturgia della Chiesa è già un’esperienza di guarigione interiore, se si compie nella fede. Diversamente, anche la più impeccabile osservanza dei tempi sacri potrebbe non portare frutti di risanamento spirituale. Non a caso, l’uomo guarito da Gesù è un pio israelita, osservante del riposo sabbatico, come si vede dalla sua presenza nella sinagoga. È significativo che quest’uomo si trovi nella sinagoga e tuttavia si trovi sotto l’azione dello spirito del male: nonostante la partecipazione alla preghiera ebraica, il potere del male domina su di lui. Ci si può legittimamente chiedere con quale animo quest’uomo partecipasse alla preghiera sinagogale, se l’ascolto della Parola, di Sabato in Sabato, non lo aveva ancora guarito. Trasferendoci dalla Sinagoga alla Chiesa, diciamo che la partecipazione alla preghiera liturgica della comunità cristiana, l’ascolto della Parola e la partecipazione ai Sacramenti, non garantiscono l’immunità dalla sottile penetrazione dello spirito del male, se tale partecipazione non è accompagnata da una piena sottomissione alla volontà di Dio e dalla fedeltà alla Parola. Ciò che garantisce l’immunità dalla potenza di Satana è, infatti, lo schieramento radicale della propria volontà, espresso nelle rinunce battesimali con tutta la potenza del triplice “Rinuncio” e del triplice “Credo”. La partecipazione meccanica al culto e l’esperienza della preghiera senza la fede, non guariscono lo spirito umano. Quest’uomo aveva per tanto tempo partecipato al culto sinagogale, ma in esso non aveva mai incontrato Dio. La sua malattia spirituale viene alla luce solo quando egli si incontra personalmente con Cristo. Soltanto un’autentica esperienza di preghiera, che ci porta a incontrare Dio e a dialogare con Lui nella verità, può portare alla luce le nostre malattie nascoste e i nodi problematici della nostra vita interiore; se tali cose vengono portate alla luce davanti a Dio, e depositate ai piedi della croce, possono finalmente guarire. Ma non bisogna temere di mettere a nudo il proprio cuore nella sincerità e nell’onestà della preghiera. Molti sono frenati nella preghiera da questa paura, quella cioè di guardarsi dentro per conoscersi nella luce di Dio, non comprendendo che questa fuga da se stessi, e dalla propria personale verità, è già una malattia.Lo spirito del male si rivolge a Gesù, parlando per bocca dell’ossesso: “Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto dallo spirito immondo, si mise a gridare: Che c’entri con noi, Gesù nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi Tu sei: il Santo di Dio” (v. 24). Da questa scena emergono con evidenza alcune caratteristiche della strategia di combattimento messa in atto dal demonio. La prima di esse è senza dubbio l’effetto sorpresa. In una situazione ordinaria e tranquilla, improvvisamente, senza che nessuno se lo aspetti, accade qualcosa che coglie di sorpresa e colpisce la sensibilità e le emozioni dei presenti: “si mise a gridare”. L’evangelista Luca precisa ulteriormente: “cominciò a gridare forte” (4,33). L’evento satanico ha un carattere inaspettato e rumoroso, crea scompiglio e paura. Il vantaggio che egli trae dall’effetto sorpresa è determinato dal fatto che noi siamo portati per natura ad agire impulsivamente dinanzi agli eventiimprovvisi. E il suggerimento dell’impulsività è quasi sempre un errore, un passo falso che offre al demonio l’occasione buona per colpirci una seconda volta. Infatti, Gesù affronta questa prima strategia rimanendo imperturbabile e perfettamente padrone di sé, senza mosse scomposte e impulsive, mentre dell’assemblea si dice che “tutti furono presi da paura” (v. 36). L’effetto sorpresa si vince così: rimanendo fermi e tranquilli, per agire solo dopo avere riflettuto. Il secondo aspetto della strategia del male consiste nel prendere in prestito la voce dell’uomo, o nel trovare un uomo che sia disposto a prestargliela, per diffondere e pubblicizzare nel mondo i suoi pensieri e le sue filosofie fuorvianti. L’opera di scristianizzazione della cultura, a cui in occidente si assiste da alcuni secoli a questa parte, non consiste in una persecuzione che imponga altre fedi con la minaccia delle armi; si tratta piuttosto di una voce umana, quella di molti intellettuali, prestata a dottrine non evangeliche, a filosofie estranee, e a una antropologia diversa da quella biblica. Il pensiero anticristiano si diffonde perciò nella misura in cui i suoi sostenitori gli prestano la loro voce. Gesù, infatti, gli impone innanzitutto il silenzio: “Taci! Esci da quell’uomo” (v. 25). La sequenza di comandi di Gesù è riportata da Luca nel medesimo ordine, prima il comando di tacere e poi quello di andare via: “Taci, esci da costui” (4,35). Ciò significa che la vittoria sullo spirito del male passa necessariamente attraverso la capacità di ridurre al silenzio la sua voce, cioè la libertà dalla seduzione del suo linguaggio suadente, e la prontezza di spezzare sul nascere i suggerimenti delle sue tentazioni, sia che risuonino nelle parole umane dell’ambiente esterno, sia che risuonino direttamente nei processi interiori del nostro pensiero, che egli è in grado di suggestionare coi suoi magnetismi a noi sconosciuti, perché fanno parte delle proprietà della natura angelica.Il terzo aspetto della strategia maligna si desume dal contenuto delle parole che il diavolo pronuncia per bocca dell’ossesso: “Che c’entri con noi, Gesù nazareno? Sei venuto a rovinarci” (v. 24). Questa domanda retorica rivela una strategia ben precisa dello spirito del male: quella di condurre l’uomo all’estraneità nei confronti di Cristo, fino all’estremo limite di condurre la persona a considerare Cristo come una rovina e un nemico della propria felicità. Il risultato di questa strategia è quell’estraneità osservabile non di rado anche nella nostra vita cristiana, quando, ad esempio, la Messa domenicale non ha alcun influsso sulla settimana e il sacrificio celebrato liturgicamente nel luogo sacro non si prolunga nella fatica del lavoro di ogni giorno. Oppure, un’altra forma di estraneità è quella che si verifica nel contesto stesso della liturgia cristiana, quando, in certe celebrazioni di Matrimoni o di Battesimi, si ha l’impressione di partecipare a un insieme di riti che si svolgono meccanicamente, come se fossero fatti con l’attenzione rivolta altrove, senza concentrarsi sulla presenza reale di Cristo. Le sfaccettaturedell’estraneità sono comunque tante, e ciascuno potrà individuare per se stesso in quali momenti dell’esperienza cristiana possa accadere anche a noi di lasciare fuori Gesù, chiedendogli: “Che c’entri Tu?”.Un’altra strategia che Satana mette in atto per alterare la vita cristiana e allontanarla dalla sua genuinità è la tentazione della ribalta, che si coglie nelle parole che seguono: “Io so chi Tu sei: il Santo di Dio. E Gesù lo sgridò: Taci! Esci da quell’uomo” (vv. 24-25). Proclamandolo “il santo di Dio” dinanzi all’assemblea sinagogale, il demonio tenta di esporre Cristo sulla piazza, creando intorno a Lui un entusiasmo messianico che snaturerebbe la sua missione. In modo analogo, Satana cerca di portare i servi di Dio verso la ribalta, suscitando verso di loro la curiosità del mondo, specie quando la santità è accompagnata da carismi o doni particolari. Il risultato è quello di snaturare l’approccio con la santità, trasformandolo da appello alla conversione a puro fenomeno spettacolare. In tal modo egli costruisce anche la base per ogni sorta di tentazioni di vanagloria e di superbia spirituale. Satana pronuncia queste parole con forza, gridando, perché Cristo sia sotto gli occhi di tutti, e l’assemblea diriga l’attenzione incuriosita su di Lui, come su un oggetto di spettacolo, creando al tempo stesso attese di liberazione politica, danneggiando così la sua missione. A questo punto, Gesù gli intima di tacere.Lo spirito del male ubbidisce a Cristo, ma chiede anche una contropartita: “E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui” (v. 26). Satana se ne va, ma prima tormenta la sua vittima, e si porta così un gruzzolo di sofferenza, non potendo ottenere di più. Vale a dire: chi a causa del peccato cade sotto il potere di Satana, deve sapere che la sua liberazione passerà attraverso la sofferenza, perché il maligno tortura la sua preda, prima di lasciarla andare. La liberazione dal potere di Satana si svolge sempre così: da un lato l’autorità di Cristo, senza la quale nessuno può sottrarsi alla potestà delle tenebre; dall’altro, il combattimento personale contro lo spirito del male, cioè l’ascesi, la rinuncia energica, la fiducia incondizionata nella divina Misericordia: in sostanza, il comando di Gesù, che impone al demonio di lasciare la sua preda, ha bisogno sempre di un tributo di sofferenza, da parte nostra, necessario per la liberazione. A liberazione compiuta, un senso di timore si impadronisce dei presenti: “Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: Che è mai questo? Una dottrina insegnata con autorità. Comanda perfino agli spiriti immondi e gli obbediscono!” (v. 27). Ritorna in questo versetto il tema dell’autorità della parola di Gesù, tema che era stato annunciato all’inizio della pericope (cfr. v. 22). La stessa caratteristica si riscontra anche nell’episodio lucano (cfr. 4,32.36). L’autoritàdell’insegnamento di Gesù, in quanto si distingue da quello degli altri maestri di Israele, non consiste soltanto nella verità delle cose insegnate, ma soprattutto nel fatto che la sua parola è capace di mutare la realtà, cioè è una dottrina capace di cambiare le strutture del mondo, orientandole verso la bellezza di una creazione nuova, finalmente libera da tutto ciò che mortifica la persona umana fatta a immagine di Dio.

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