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(Mt 8,5-17: Sabato XII settimana; Lc 4,38-44: Mercoledì XXII
settimana)
Mc 1,29-39: 29 E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa
di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. 30 La
suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di
lei. 31 Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la
febbre la lasciò ed essa si mise a servirli. 32 Venuta la sera,
dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati.
33 Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34 Guarì
molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni;
ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
35 Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa,
si ritirò in un luogo deserto e là pregava. 36 Ma Simone
e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce 37 e, trovatolo,
gli dissero: “Tutti ti cercano! ”. 38 Egli disse loro: “Andiamocene
altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là;
per questo infatti sono venuto! ”. 39 E andò per tutta
la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
Il tema del vangelo odierno riguarda il ministero di guarigione
di Gesù. Marco e Luca (Mercoledì
XXII settimana) parlano di molte guarigioni in generale e della guarigione
della suocera di Pietro in particolare. Matteo (Sabato XII settimana)
aggiunge la guarigione del servo del centurione.Dopo la chiamata dei
primi discepoli, Gesù comincia subito a insegnare, presentandosi
a Israele nella veste di Maestro, ovvero di Rabbì. Al tempo stesso,
Egli forma intorno a sé una piccola comunità che condivide
in pieno la sua vita. Essere discepoli del Maestro non comporta soltanto
l’apprendimento di una dottrina, ma implica necessariamente la
disponibilità a vivere con Lui. Questa dimensione comunitaria
è sottolineata dall’evangelista Marco nel racconto della
guarigione della suocera di Pietro, quando menziona, accanto a quello
di Gesù, anche i nomi degli Apostoli: “si recò in
casa di Simone e di Andrea in compagnia di Giacomo e di Giovanni”
(v. 29). Nella casa di Simon Pietro, si verifica un gesto di guarigione
che riguarda la suocera di Pietro, che è a letto con la febbre:
“Subito gli parlarono di lei” (v. 30). L’espressione
“gli parlarono” è molto significativa: Il gruppo
apostolico intercede, presenta a Cristo l’umanità malata
e, in forza della preghiera degli Apostoli, Cristo concede la salute
e la salvezza di tutta la persona. Fin dal nucleo più primitivo
della Chiesa, la comunità dei discepoli di Gesù è
presentata come il luogo di guarigione, in cui l’uomo recupera
la pienezza della vita e della salute. La preghiera della Chiesa ha
il potere di sollevare l’umanità dai suoi pesi, o di renderli
utili per un bene eterno, qualora non fossero tolti.Il gesto di Gesù
è immediato: Egli non pone alcuna condizione tra la preghiera
dei suoi discepoli e il suo intervento. Dio accoglie ed esaudisce prontamente
la preghiera dell’uomo, quando essa è ispirata dall’amore.
Talvolta, però, i suoi tempi potrebbero non coincidere con le
aspettative dell’umano buon senso. In ogni caso, la preghiera
non va mai perduta. La modalità della guarigioneviene raccontata
dai tre evangelisti sinottici con piccole variazioni: in Marco, Gesù
la prende per mano e la fa alzare; in Matteo, le tocca la mano (cfr.
8,15); in Luca, la guarigione avviene senza contatto, mediante la sola
parola: “Chinatosi su di lei, intimò alla febbre, e la
febbre la lasciò” (Lc 5,39). Teologicamente denso questo
modo di raccontare di Luca: Gesù opera la guarigione solo con
la parola, una parola potente e creatrice come quella che in Genesi
1 realizza la creazione dell’universo. Ciò significa che
il contatto fisico, citato dagli altri due evangelisti, ha soltanto
un valore di segno, mentre la forza efficace che comunica la salvezza
è la Parola di Dio. Anche l’evangelista Marco racconta
questo miracolo di guarigione con un’allusione teologica. Luca
collega l’autorità della parola di Gesù a quella
del Dio creatore, Marco, invece, lo fa in riferimento al discepolato:
la suocera di Pietro guarisce lasciandosi guidare per mano da Gesù:
“Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la
febbre la lasciò” (v. 31): il processo di guarigione si
realizza dunque in un cammino verso l’alto, seguendo la direzione
verso cui Cristo ci attrae. Si tratta,
in sostanza, del cammino di fede e di perfezionamento, che ha inizio
con il primo incontro col Cristo Signore. Il gesto di Gesù che
solleva la suocera di Pietro, esprime anche il senso più genuino
della guarigione evangelica. La persona che si incammina nel discepolato,
seguendo il Maestro, guarisce radicalmente da tutti i suoi mali; ciò
non significa, però, che tali mali scompaiano sempre. Alcuni
di essi scompaiono, ma altri permangono, secondo la divina pedagogia
e i misteriosi decreti di Dio. In ogni caso, il discepolo vive comunque
nella libertà, anche quando qualcuna delle sue afflizioni gli
fosse lasciata. La guarigione evangelica consiste, infatti, nel sollevare
l’uomo al di sopra della sua malattia e dei suoi dolori. Se le
afflizioni non scompaiono, lo spirito dell’uomo, guidato dalla
mano di Gesù, si solleva al di sopra di qualunque dolore e lo
signoreggia, unendolo a quello del Cristo crocifisso, per conferirgli
un valore incalcolabile di redenzione.Il testo di Marco sottolinea ancora
che, non appena la febbre la lasciò, la donna “Si mise
a servirli” (v. 31). Anche Luca fa la stessa osservazione (Lc
4,39), mentre Matteo si esprime al singolare: “essa si alzò
e si mise a servirlo” (Mt 8,15). Si tratta solo di una sfumatura:
per Matteo, destinatario del servizio è solo Cristo, anche quando
esso venga rivolto ai suoi discepoli. Marco e Luca includono anche i
discepoli. L’idea espressa da Matteo ritornerà alla fine
del suo vangelo, nell’immagine del giudizio finale: la voce del
Cristo giudice risuona sull’umanità radunata, precisando
che ogni gesto d’amore fatto al prossimo è comunque fatto
a Lui (cfr. Mt 25,40).Considerando l’esito della guarigione della
suocera di Pietro, nasce nel lettore attento una domanda: Come mai non
viene riportata alcuna parola di ringraziamento nei confronti di Cristo?
La suocera di Pietro sembra passare direttamente dalla malattia alla
salute senza fermarsi dinanzi a Colui che l’ha guarita. Pensa
che il suo modo di esprimere il ringraziamento sia quello di fare tante
cose utili, mettendosi al servizio del gruppo apostolico, mentre Cristo
avrebbe preferito un atto di amore verso di Lui piuttosto che molti
servizi pratici. Questa esigenza di Gesù è espressa in
modo chiaro a Betania, dove il Maestro accoglie il servizio pratico
di Marta, ma esprime il suo desiderio di ricevere un tributo più
prezioso, un atto d’amore rivolto verso di Lui, che consiste nell’ascolto
profondo della sua Parola (cfr. Lc 10,38-42). Ogni atto di servizio
deve fondarsi in un atto d’amore compiuto verso di Lui, e radicato
non nel sentimento, bensì nell’ascolto della sua Parola.
Così nella scelta dei Dodici, essi sono in primo luogo chiamati
non a servire la Chiesa, ma ad amare Lui; la prima destinazione degli
Apostoli è Cristo stesso (cfr. Mc 3,14). Va notato come la suocera
di Pietro si metta al servizio di Gesù, solo dopo essere stata
guarita. Nessuno di noi, infatti, può mettersi al servizio di
Cristo, finché le malattie dello spirito continuano ad appesantire
il nostro cammino. Se invece si guarisce, si diventa idonei a servirlo.
Tale guarigione, come già si è visto, si raggiunge attraverso
un incontro personale con Cristo, lasciandosi sollevare, cioè
guidare da Lui verso l’alto.Compiuta la guarigione in casa di
Simone, verso sera Cristo si trova assediato da una folla di gente sofferente
e oppressa: indemoniati e infermi. Il testo di Marco dice che “Guarì
molti” (v. 34). Matteo dice che “guarì tutti i malati”
(8,16). Luca non insiste sulle quantità, limitandosi a dire che
Gesù li guariva, “imponendo su ciascuno le mani”
(4,40). Nel racconto lucano, insomma, non ci è dato di sapere
se guarì molti oppure tutti. Ciò che è notevole
è il rapporto personale che Luca – ricordiamo qui che egli
era un medico - sottolinea tra il Cristo guaritore e i malati. Egli
impone le mani “su ciascuno”, e questo implica una relazione
diretta, umana, in cui il malato è accolto dal medico nella sua
dignità di persona e non come un oggetto guasto o una macchina
a cui sostituire un ingranaggio. Gesù guarisce molti o tutti?
Sappiamo bene che in ebraico l’aggettivo “molti” può
significare anche tutti, e ciò può accadere anche nel
greco del Nuovo Testamento. Tendiamo a credere che il senso sia quello
più generale: quella sera a Cafarnao, Cristo guarì tutti.
In ogni caso, l’espressione di Marco merita una certa attenzione:
“Guarì molti”. Al di là di quello che sia
accaduto quella sera, essa si adatta meglio al ministero di guarigione
di Gesù, che non ha avuto l’obiettivo di guarire tutti.
Il caso di Lazzaro di Betania, da questo punto di vista, è fortemente
emblematico. Cristo, che guariva anche i pagani estranei, non ha voluto
guarire l’amico. Così l’Apostolo Paolo, il cui fazzoletto
bastava a guarire i malati (cfr. At19,11-12), ha dovuto sopportare su
se stesso gravi infermità (Gal 4,13-14 e 2 Cor 12,9-10). In altre
parole, il ministero di guarigione non va banalizzato. In realtà,
il disegno misterioso di Dio a volte sembra fare distinzione di persone,
stabilendo per ciascuno il suo irripetibile
itinerario non confrontabile con quello degli altri. Per alcuni, in
certi particolari casi, la malattia è migliore della salute in
vista di una guarigione più preziosa, quella interiore.Al v.
34 del brano di Marco, ritorna la strategia del maligno, già
incontrata nel testo di ieri, di porre cioè Cristo e i suoi servi
sulla ribalta, per farne fenomeni da baraccone, per incuriosire. Ma
Gesù “Non permetteva ai demoni di parlare, perché
lo conoscevano”. Cristo impedisce al maligno di catapultarlo sul
palcoscenico, perché la sua opera deve svolgersi nel nascondimento
e nella gradualità della rivelazione del Regno di Dio, che cresce
lentamente e senza rumore. Le opere di Satana, invece, sono tutte rumorose.Il
brano si conclude con un’affermazione di Cristo che suona come
un invito rivolto ai suoi discepoli: “Andiamocene altrove per
i villaggi vicini, perché Io predichi anche là; per questo
infatti sono venuto!” (v. 38). Cafarnao è ormai conquistata
dal potere di Gesù e i suoi discepoli ne godono con Lui, ma Cristo
non permette loro di fossilizzarsi in una situazione gradevole e piena
di vantaggi. Vivere il discepolato significa infatti lasciarsi spingere
dall’amore che fa rinunciare alle proprie gratificazioni personali,
purché giunga a tutti la Parola che salva e che non può
essere mai frenata dal nostro egoismo.
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