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(Mt 9,9-13: Venerdì XIII settimana)
Mc 2,13-17: 13 Uscì di nuovo
lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava. 14
Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte,
e gli disse: “Seguimi”.
Egli, alzatosi, lo seguì. 15 Mentre Gesù stava a mensa in
casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con
Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano.
16 Allora gli scribi della setta dei farisei, vedendolo mangiare con i
peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: “Come mai
egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori? ”.
17 Avendo udito questo, Gesù disse loro: “Non sono i sani
che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare
i giusti, ma i peccatori”.
Il brano odierno narra della chiamata
di Levi al discepolato; egli è conosciuto anche con il nome di
Matteo, usato da lui stesso nel suo vangelo. Luca lo chiama soltanto Levi
(cfr. 5,27) e Marco vi aggiunge il patronimico: “figlio di Alfeo”
(Mc 2,14). Successivamente sarà scelto da Gesù a far parte
del gruppo dei Dodici. Nella lista degli Apostoli, egli figura solo col
nome di “Matteo” in Marco e Luca. Nella lista riportata nel
suo vangelo, egli aggiunge l’appellativo “il pubblicano”
(Mt 10,3).In questa chiamata cogliamo la medesima caratteristica già
riscontrata nella vocazione di Simone e Andrea, di Giacomo e Giovanni.
Anche per Levi l’incontro con Cristo non avviene nel Tempio, o nella
sinagoga, né in alcuno spazio destinato al sacro; Cristo discende
nelle circostanze e nelle attività della vita quotidiana e lì
si fa incontrare dall’uomo. Questo elemento è di grande importanza
per la nostra vita cristiana. Per il discepolo non ci sono ambiti profani
distinti da quelli sacri; tutto è sacro per lui, perché
tutto è stato santificato dalla presenza di Cristo: la vita domestica,
il mondo del lavoro, le relazioni sociali. Perciò non ci sono situazioni
nelle quali Cristo non si possa incontrare. Questo incontro, che avviene
appunto nelle circostanze di ogni giorno, raggiunge poi il suo culmine
nella preghiera, nell’Eucaristia, nella liturgia della Chiesa. Ma
dalla liturgia deve poi ritornare alla vita. Così la liturgia santifica
il tempo e le attività quotidiane, mentre le attività quotidiane,
a loro volta, offrono alla liturgia la materia dell’offerta. Quello
che comunque va sottolineato è che l’incontro con Cristo
si rivela autentico, solo quando incide sulla vita di ogni giorno. Egli
chiama i suoi discepoli mentre sono intenti al loro lavoro consueto, e
non nel Tempio, perché adesso il Tempio è Lui. Adesso è
Lui il luogo personale dell’incontro con Dio. La presenza di Dio,
in Cristo, deve dunque accompagnare il cristiano in ogni momento del suo
tempo umano.C’è ancora un’altra caratteristica che
la chiamata di Levi ha in comune con le altre narrate dai sinottici: Gesù
lo chiama mentre sta passando: “Nel passare, vide Levi, ilfiglio
di Alfèo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: Seguimi.
Egli, alzatosi, lo seguì” (Mc 2,14). Analogamente, Matteo
e Luca collocano la chiamata di Levi dentro il “passare” di
Gesù. L’idea che sta dietro l’immagine è che
la vocazione alla santità è frutto del passaggio della grazia
nella nostra vita. La conversione e la sequela di Gesù non sono
un’opportunità posta continuamente a nostra disposizione.
La possibilità di diventare cristiani prende il via da una iniziativa
divina che nessuno può prevedere né tanto meno provocare.
Non possiamo diventare cristiani quando lo vogliamo, ma quando Cristo
ci passa accanto e per sua iniziativa ci invita a seguirlo. In relazione
alla stessa tematica, la parabola degli operai della vigna sottolinea
come essi vengano chiamati dal padrone al suo passaggio, e non tutti insieme
alla stessa ora (cfr. Mt 20,1-16).
Un altro aspetto non secondario è la prontezza del chiamato ad
aderire all’invito di Gesù. L’adesione all’invito
ad entrare nel discepolato ha in Levi una risposta immediata, che non
frappone considerazioni personali o qualcos’altro di più
urgente. E’ infatti questo ciò che indebolisce la nostra
risposta a Cristo che ci invita a seguirlo come discepoli: il primato
o l’urgenza di qualcos’altro che ci distoglie da Lui. La grazia
che passa va afferrata con prontezza e con libertà di spirito.
Anche di Simone e di Andrea si dice che: “Subito, lasciate le reti,
lo seguirono” (Mc 1,18). Il seguire Cristo, per Levi comporterà
immediatamente una duplice esperienza: innanzitutto una gioia nuova, sconosciuta
prima; poi, il mistero della persecuzione. Intanto egli festeggia questo
incontro, e la conseguente vocazione al discepolato, con un grande banchetto:
“Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui, molti pubblicani
e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli“
(Mc 2,15). In modo molto più esplicito, l’evangelista Luca
mette in evidenza il significato del banchetto in casa di Levi: “Levi
gli preparò un grande banchetto nella sua casa” (Lc 5,29).
Mentre Marco e Matteo parlano semplicemente di un banchetto in casa di
Levi, in cui è presente anche Gesù, Luca precisa invece
che il banchetto è stato preparato in suo onore. Cristo non è
quindi uno dei commensali ma il festeggiato. Il banchetto è allora
la manifestazione della gioia di Levi per essere stato chiamato alla sequela
di Gesù. A questo banchetto, Levi invita i suoi amici e i suoi
colleghi, pubblicani e peccatori, cosa che suscita lo sdegno dei farisei
nei confronti di Gesù, il quale da vero Rabbì non dovrebbe
sedersi a tavola con personaggi, a loro modo di vedere, poco raccomandabili,
o che esercitano mestieri equivoci. Ad ogni modo, per Levi il pubblicano,
il suo incontro con Gesù ha un carattere particolare, degno di
essere celebrato, segnando l’inizio di unavita nuova. Il banchetto
stesso, da questo punto di vista, può avere il sapore di una festa
di addio al passato.Il secondo risvolto dell’incontro di Levi con
il Maestro, richiede una particolare statura morale: Levi scopre che,
nei confronti dei discepoli di Gesù, come del resto verso Lui stesso,
opera un incredibile paradosso: mentre faceva il pubblicano e l’usuraio,
viveva agiatamente, ma nessuno gli mancava di rispetto apertamente; adesso
che ha deciso di diventare un giusto, gli vengono lanciate offese a viso
aperto, e per di più tra le pareti di casa sua e dinanzi ai suoi
ospiti. Si tratta del mistero della persecuzione e della sofferenza del
giusto, che richiede sempre una notevole statura morale, la capacità
cioè di sopportare il fraintendimento, l’incomprensione,
l’accusa gratuita, che colpisce in primo luogo Cristo, ma indirettamente
anche il discepolo: “Come mai egli mangia e beve in compagnia dei
pubblicani e dei peccatori?” (Mc 2,16). Tale domanda unisce sotto
la stessa accusa il Maestro con i suoi discepoli. In Luca si coglie meglio
questo aspetto comunitario dell’accusa: “Perché mangiate
e bevete con i pubblicani e i peccatori?” (Lc 5,30). Il discepolo
non soffre mai da solo, perché Cristo soffre in lui.
A questa domanda, il vangelo non riporta alcuna parola di autodifesa di
Levi che, da vero discepolo, cammina serenamente e con coraggio nelle
sue scelte di coscienza, compiute nella luce dello Spirito Santo, attendendo
da Dio la giustificazione. Così avviene anche a Maria, seduta ai
piedi di Gesù per ascoltarlo: la sorella Marta l’accusa,
ma lei non risponde; è Cristo, infatti, che la difende (cfr. Lc
10,38-42). Così avviene anche in una storia molto antica, narrata
dal libro dell’Esodo: Mosè, il maggiore dei profeti, verrà
accusato ingiustamente, e più volte il popolo si ribellerà
nei suoi confronti, ma lui non è mai descritto nell’atto
di difendere se stesso; egli difende, semmai, i diritti di Dio, senza
pronunciare mai parole in propria difesa. Sarà Dio a difenderlo
con grande potenza. Il discepolo ha questa consapevolezza: seguire il
Signore, comporta anche la possibilità di andare incontro a delle
forme di accusa ingiusta, di persecuzione, di fraintendimento, e in tutto
questo, bisogna continuare ad amare molto, rinunciare al giudizio, avere
la forza morale di pazientare e di attendere che Dio faccia luce a suo
tempo. E’ Cristo che difende i suoi discepoli in quelle persecuzioni
che si sopportano per amore suo, e che sono ordinariamente la diretta
conseguenza dell’opposizione di Satana ai servi del vangelo. Infatti,
nel brano odierno, alla domanda rivolta ai discepoli, ma che colpisce
in particolare Cristo e Levi, che lo ha invitato: “Come mai egli
mangia e beve in compagnia dei pubblicani e di peccatori?” (v. 16),
solo Cristo si alza per rispondere, mentre tutti gli accusati tacciono,
perfino Levi, chepotrebbe usare la sua autorità di padrone di casa
per mettere alla porta le presenze sgradite. Ma, ormai, il padrone di
casa è Cristo, mentre Levi non possiede più nulla.La risposta
di Cristo utilizza un proverbio popolare: “Non sono i sani che hanno
bisogno del medico, ma i malati” (v. 17), riportato da tutti e tre
gli evangelisti sinottici. Con queste parole, Cristo offre ai suoi interlocutori
una chiave di interpretazione del suo agire. La santità non è,
come credono gli scribi e i farisei, un fatto statico e scontato, né
dipende dall’appartenenza a una qualche categoria sociale, così
che tutti gli altri debbano ritenersi esclusi. La santità è
innanzitutto un dono di Dio, che nessuno può costruire dal basso
con le proprie forze, ma soprattutto, la santità non si identifica
con la rispettabilità sociale. Implicitamente, Cristo rimprovera
ai suoi interlocutori questo grosso fraintendimento: per essi, la santità
è nelle classi sociali più rispettate. Per Gesù,
invece, la santità è solo in Dio, ed Egli la dona gratuitamente
a chi si sottomette a Lui. Per essi, la santità è sinonimo
di separazione; per Gesù, invece, la santità è amore
che condivide e che dalla diversità conduce alla similitudine.
Essere santi significa infatti diventare simili a Cristo. Infine, la santità
sta all’uomo interiore come la salute sta al corpo. Chi non è
santo è come uno gravemente infermo e, da questo punto di vista,
tutti gli uomini sono infermi; non a caso, subito dopo viene detto: “Non
sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mc 2,17). Gesù
è insomma il solo medico che può somministrare la giusta
terapia. Ma, come avviene per le malattie del corpo, anche le malattie
dello spirito – e in un certo senso a maggior ragione – guariscono
solo mediante la collaborazione del malato. Il primo passo della guarigione
è il riconoscimento di essere malati, e perciò bisognosi
del medico. I farisei e gli scribi, pur essendo malati nello spirito,
non riconoscono tuttavia di esserlo, impedendo a Cristo di risanarli.
In Matteo, nella risposta di Gesù agli accusatori, si aggiunge
una citazione di Osea 6,6 mancante nei testi paralleli di Marco e di Luca:
“Andate e imparate che cosa significa: Misericordia io voglio e
non sacrificio” (Mt 9,13). Questa citazione mette in evidenza molto
bene in cosa consista la malattia degli scribi e dei farisei, che Cristo
potrebbe guarire, se solo fossero disposti a collaborare col medico: si
tratta di una sorta di schizofrenia spirituale, indicata dalle parole
“Misericordia e non sacrificio”. Il termine “sacrificio”
allude ai riti compiuti dagli israeliti al Tempio, in obbedienza alle
prescrizioni della Legge mosaica. La parola “misericordia”,
invece, si riferisce a uno stile di vita ispirato dall’amore. Dicendo
“Misericordia io voglio e non sacrificio”, Cristo intende
dire agli scribi e ai farisei che il culto celebrato nel Tempio non ha
il primato sull’amore del prossimo, e che perfino la massima fedeltà
alle prescrizioni mosaiche non ha alcun valore al cospetto di Dio, se
l’amore non è posto al di sopra del rito. |