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La
prima preghiera di intercessione registrata dalla Bibbia risale all’epoca
patriarcale ed è pronunciata da Abramo presso le querce di Mamre. Qui
Dio gli svela il proposito di distruggere le città di Sodoma e Gomorra
(cfr. Gen 18,16ss), allora Abramo ricorre a una argomentazione molto
efficace: “Davvero
sterminerai il giusto con l’empio? Forse ci sono cinquanta giusti nella
città…” (Gen 18,23-24). Dio si lascia convincere da Abramo e
si dichiara disposto a risparmiare tutta la città in forza non di cinquanta
ma anche di dieci giusti. Il testo intende sottolineare l’importanza
della preghiera di intercessione, con la quale molti mali possono essere
evitati, perché Dio non gode della rovina dell’uomo. Il Signore vuole
che l’uomo sia consapevole del peccato e del dolore che travagliano
il mondo, ma non per schierarsi contro e accusare l’umanità, ma per
schierarsi in favore come fa un avvocato difensore. Dio, in sostanza,
non ha bisogno di essere “difeso” davanti all’umanità peccatrice; ha
bisogno solo di avvocati difensori che attenuino la sua giustizia verso
di essa. Egli infatti non gradisce quelli che si calano nel ruolo di
avvocati difensori della sua causa, ma a scapito dell’umanità. A Dio
va riconosciuta la gloria e la giustizia che gli sono proprie, ma il
peccato del mondo va riconosciuto unitamente alla richiesta della divina
misericordia. Vi sono diversi esempi biblici che rendono chiara questa
intenzione di Dio. Uno di questi è senz’altro la figura di Giona (cfr.
Il libro di Giona), mandato a Ninive per annunciare un castigo imminente,
che si sarebbe verificato entro quaranta giorni. La popolazione prende
sul serio l’avvertimento del profeta e si sprofonda nella penitenza
e nel digiuno. Dio allora revoca la sua sentenza e il castigo non si
verifica. A questo punto Giona ci rimane molto male: si sente preso
in giro da Dio che lo aveva mandato ad annunciare una cosa che poi non
si è verificata. Il testo sottolinea a più riprese la grettezza della
mentalità del profeta, che non capisce che Dio avrebbe preferito avere
in lui non un giudice ma un intercessore.Un
altro caso significativo è quello dei tre amici di Giobbe che vanno
a trovarlo nel tempo della sua malattia. Rimangono accanto a lui per
una settimana senza dire neanche una parola, ma poi cominciano a parlare.
I loro discorsi ruotano tutti intorno a un nucleo centrale che si può
sintetizzare così: se un uomo viene colpito dalla sventura, allora è
segno che egli è sotto la divina riprovazione. Giobbe professa la sua
innocenza, ma gli amici non accettano di considerarlo un uomo giusto,
perché se fosse giusto non sarebbe stato colpito così dalla sventura.
In sostanza, l’atteggiamento dei tre amici di Giobbe è quello che Dio
non vuole trovare nei suoi servi: gli amici di Giobbe non fanno altro
che affermare la giustizia e l’impeccabilità di Dio, ma a prezzo di
calpestare la dignità di Giobbe, che al peso della malattia sente aggiungersi
quello del biasimo morale dei suoi amici: “Dio ti ha colpito; non puoi
che essere un peccatore. Dio è infinitamente giusto, se ti ha colpito
ha sicuramente una buona ragione per farlo”. Alla fine entra in scena
Dio stesso, condannando i ragionamenti teologici falsi degli amici di
Giobbe e affidandoli alla sua preghiera di intercessione (cfr. Gb 42,7-8).
Dal discorso di Dio si comprende che anche qui Egli avrebbe voluto trovare
nei tre amici di Giobbe non tre teologi che esaltano la giustizia di
Dio schiacciando la persona umana, ma tre intercessori che si schierano
accanto alle miserie umane e pregano perché Dio faccia grazia.Nei
libri dell’Esodo e dei Numeri viene particolarmente sottolineata la
preghiera di intercessione di Mosè. Prima della partenza dall’Egitto,
egli intercede per far cessare le piaghe che tormentano il faraone e
il suo popolo. Dopo la liberazione, l’intercessione di Mosè si rivolge
unicamente a Israele. Essa ha tre fondamentali sfaccettature, che si
ritrovano anche nelle altre parti della Scrittura: è preghiera di richiesta
di perdono, è preghiera di guarigione
e di liberazione. La prima
grande preghiera di intercessione di Mosè è quella che si collega al
peccato del vitello d’oro. Fino a quel momento, l’Israele uscito dall’Egitto
aveva avuto soltanto impennate dinanzi alle difficoltà del deserto e
moti di ribellione o di mormorazione. La produzione del vitello d’oro
rappresenta il primo peccato organizzato in grande stile e lucidamente
studiato. Mosè si trova ancora sul monte, quando Dio gli rivela che
Israele si è fatto un vitello d’oro per adorarlo, e aggiunge il suo
proposito di annientarlo: “Ora
lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te
farò invece una grande nazione” (Es 32,10). Mosè non accetta
la prospettiva di divenire capostipite di una grande nazione a prezzo
dell’annientamento di Israele e innalza a Dio una preghiera di intercessione
che comprende i vv. 11-13 del cap. 32 dell’Esodo. Altri episodi in cui
Mosè intercede hanno luogo dopo la partenza dal Sinai e sono narrarti
dal libro dei Numeri
Dopo
la partenza dal Sinai, il popolo comincia a lamentarsi a motivo della
scarsità del cibo. Più precisamente, il problema non consiste nella
mancanza di cibo, ma nel fatto che a un certo momento tutti si stancano
di mangiare sempre manna (cfr. Nm 11,4-9). Lo sdegno del Signore divampò,
ma l’intercessione di Mosè ottiene al popolo le quaglie e a se stesso
la collaborazione di settanta uomini saggi, su cui si posa lo Spirito
del Signore, per suddividere il peso del governo del popolo. Mosè
intercede ancora per guarire la propria sorella dalla lebbra, che
l’aveva colpita per la sua maldicenza nei confronti di Mosè (cfr.
Nm 12, 1-15). Nella stessa maniera, quando la mormorazione contro
Mosè assume un carattere organizzato o assembleare e viene messa in
discussione la sua legittima autorità, l’ira del Signore si accende
e il popolo viene colpito da un qualche castigo; allora è sempre l’intercessione
di Mosè che libera il popolo dalla piaga che lo tormenta (cfr. Nm
14 e 16). Dall’insieme dello svolgimento dell’intercessione di Mosè
si comprende come Dio, nella sua giustizia, non possa lasciare impunito
il peccato dell’uomo, ma al tempo stesso, nel suo amore, Egli cerca
ansiosamente qualcuno che fermi la sua Mano, intercedendo per i propri
fratelli colpevoli. Mosè intercede sempre per Israele, anche quando
la colpa è stata commessa direttamente contro di lui.Un
altro grande intercessore per Israele è il profeta Samuele. Per lui
sarebbe addirittura un peccato contro Dio tralasciare la preghiera
di intercessione: “Quanto
a me, non sia mai che io pecchi contro il Signore, tralasciando di
supplicare per voi”
(1 Sam 12,23). Nella stessa linea, anche Elia esercita un ministero
di intercessione in favore di Israele e ottiene la pioggia in un periodo
di estrema siccità (cfr. 1 Re 18,41-46). Anche il re Salomone, nel
giorno della consacrazione del Tempio di Gerusalemme, innalza a Dio
una lunga preghiera di intercessione, chiedendogli di ascoltare chiunque
venisse a pregare in quel luogo per svariate necessità (cfr. 1 Re
8,22-53).
Uno dei compiti di cui si sentono investiti i profeti di Israele
è la preghiera di intercessione. Isaia riceve una parola per gli abitanti
di Gerusalemme: “Popolo
di Sion… tu non dovrai più piangere; a un tuo grido di supplica il Signore
ti farà grazia; appena udrà, ti darà risposta” (Is 30,19). Il profeta Amos, viene avvertito da Dio
circa l’imminenza di due castighi: le cavallette e la siccità. Entrambi
vengono scongiurati grazie alla preghiera di intercessione del profeta
(cfr. Am 7,1-6). Il profeta Ezechiele riceve da Dio una parola durissima
nei confronti dei peccati di Gerusalemme e profetizza un saccheggio
e uno sterminio della popolazione; ma mentre profetizza egli stesso
si sente sopraffatto dalla visione del castigo: “Io
mi gettai con la faccia a terra e gridai con tutta la voce: Ah! Signore
Dio, vuoi proprio distruggere quanto resta di Israele?” (Ez 11,13). Il Signore risponde manifestando al profeta
il suo progetto di radunare il popolo dopo la sua dispersione, insieme
al dono di un cuore nuovo (cfr. Ez 11,14-21).
Nel NT, sia nei Vangeli che nel libro degli Atti, sono molto
numerose le allusioni alla preghiera di intercessione sia da parte del
singolo Apostolo, sia da parte della comunità cristiana nel suo insieme.
In Gv 11,3 gli Apostoli si rivolgono a Gesù in occasione della malattia
di Lazzaro: “Signore, il tuo amico è malato”;
in questo caso, la preghiera di intercessione ha il taglio specifico
della richiesta di guarigione. Come sappiamo dal seguito del cap. 11,
nei confronti di Lazzaro, Cristo intervenuto a modo suo, e da ciò si
comprende come la risposta di Dio alla preghiera dell’uomo c’è sempre,
anche se non sempre è data nella medesima linea delle aspettative dell’orante.
In At 12,5, mentre Pietro si trova in carcere, tutta la chiesa prega
per lui incessantemente, e Dio manda un angelo a liberarlo. La comunità
cristiana non deve mai tralasciare la preghiera per i suoi pastori,
e infatti nella celebrazione eucaristica è prevista la preghiera di
intercessione per il Papa, per il Vescovo del luogo e in generale per
tutto l’ordine sacerdotale. Dall’altro lato, anche l’Apostolo mette
la comunità tra gli obiettivi primari della sua preghiera di intercessione:
“Quel Dio, a cui rendo culto
nel mio spirito, annunziando il Vangelo del Figlio suo, mi è testimone
che io mi ricordo sempre di voi” (Rm 1,9). Intercessione apostolica, a cui fa eco la preghiera della
comunità: “Vi
esorto… a lottare con me nelle preghiere che rivolgete per me a Dio”
(Rm 15,30). La preghiera di intercessione per le necessità della Chiesa
non ha limiti e può abbracciare tutto l’arco dei bisogni da quelli concreti,
come la rimozione degli ostacoli di ordine materiale, a quelli spirituali,
come la conoscenza del progetto di Dio; la comunità degli Atti si raduna
in preghiera sia per chiedere a Dio il soccorso nei momenti di persecuzione
(cfr. At 4,23-31), sia per conoscere in pieno la volontà di Dio (cfr.
13,2; Col 1,9-12). La preghiera di intercessione della Chiesa deve infine
farsi carico anche dei bisogni della società civile (cfr. 1 Tm 2,1-4)
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