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La
definizione offerta dal Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1808)
è molto completa nella sua sinteticità e perciò
ci sembra molto utile isolarne i termini fondamentali. La "fortezza"
è la virtù che sostiene il cristiano nelle prove e nelle
difficoltà. Compiere il bene, infatti, non sempre è facile.
Il Catechismo indica essenzialmente i seguenti ambiti in cui entra in
gioco la fortezza: la resistenza alle tentazioni, la capacità
di testimoniare la fede anche in tempo di persecuzione e sotto la minaccia
della morte.Volgiamo adesso lo sguardo all'insegnamento biblico circa
questa virtù. Il presupposto fondamentale è che il credente
non deve fare mai affidamento nelle proprie forze quando si trova in
difficoltà. In mille modi è ripetuto dalla Scrittura che
il Signore è la roccia (cfr. Sal 62,3; Is 26,4), è Lui
la nostra fortezza (cfr. Es 15,2; Sal 48,4). Nessuno potrà quindi
pensare di poter bastare a se stesso nel tempo della prova. E' stato
proprio questo lo sbaglio maggiore dell'Apostolo Pietro, prima che lo
Spirito di Pentecoste lo trasformasse nel pastore dei pastori: "Pietro
gli disse: Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò
mai. Gli rispose Gesù: In verità ti dico: questa notte
stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte" (Mt
26,33-34). L'assunto di base è quindi il seguente: È DIO
CHE CI DÀ LA FORZA (cfr. Dt 8,18; Sal 29,11). "Questa è
la parola del Signore a Zorobabele: non con la potenza né con
la forza, ma con il mio Spirito" (Zc 4,6). Sono comunque molti
i testi biblici che si muovono in questa linea, e non ci sembra opportuno
citane ancora. Possiamo passare in rassegna, tanto per chiarire meglio
il concetto mediante la narrazione biblica, alcuni episodi in cui la
virtù della fortezza si è concretizzata in un atteggiamento
pratico oppure ha dimostrato la sua assenza. La virtù della fortezza
sarebbe stata necessaria fin dall'inizio della creazione, accanto all'albero
della tentazione, dove i progenitori, sedotti dal Maligno, non si sono
mantenuti saldi nella fedeltà a Dio. Invece, l'incontro di Gesù
con lo spirito di Satana, dopo quaranta giorni di digiuno nel deserto,
è una manifestazione di fortezza e di resistenza alle suggestioni
del male. Il momento della tentazione, in sostanza, è sempre
un ambito in cui questa virtù si rende necessaria, specie quando
la lotta è ardua. Abbiamo già detto che la "fortezza"
come forza di resistenza al male è un dono di grazia, ma non
bisogna trascurare il fatto che è definita pure come una "virtù".
Ciò significa che il dono di Dio ha bisogno di essere accresciuto
e moltiplicato dalla buona volontà dell'uomo (cfr. Mt 25,16-18).
Potrebbe succedere, infatti, che, in mancanza di questa risposta personale
al dono di Dio, la persona arrivi al momento della prova o della tentazione
senza il dovuto equipaggiamento. E ciò non perché Dio
è stato avaro nel dono, ma perché la persona è
stata indolente e pigra nella sua risposta alla grazia. Per questa ragione
il libro dei Proverbi tiene a precisare: "Chi agisce con prudenza
trova la fortezza" (19,8). L'insegnamento è chiaro: la virtù
della fortezza, pur essendo un dono di Dio, non sboccia passivamente
nell'animo del credente, senza che questi agisca "con prudenza",
ossia assuma i giusti comportamenti e faccia le scelte consequenziali
alla spinta della grazia di Dio. Ancora dal libro dei Proverbi viene
questo avvertimento: "Vi ho chiamato e avete rifiutato, ho steso
la mano e nessuno ci ha fatto attenzione, avete trascurato ogni mio
consiglio
anch'io riderò delle vostre sventure
quando
come una tempesta vi piomberà addosso il terrore, quando la disgrazia
vi raggiungerà come un uragano" (1,24-27).
Alcuni episodi in cui si è concretizzata la virtù della
fortezza. Lo scontro tra Davide e Golia (cfr. 1 Sam 17,12-54), in cui
Davide ha saputo accettare nella fede la sproporzione apparente con
la quale il male fa mostra di se stesso, ma si sfracella tutte le volte
che osa sfidare Dio. Oppure, in una battaglia ancora più ardua,
nella quale Davide ha combattuto contro se stesso, quando, perseguitato
ingiustamente da Saul che voleva ucciderlo, poteva colpirlo a tradimento
in una caverna ma non lo fece: "Ecco, in questo giorno i tuoi occhi
hanno visto che il Signore ti aveva messo nelle mie mani nella caverna
vedi che non ti ho ucciso. Riconosci dunque che non c'è in me
alcun disegno iniquo
invece tu vai insidiando la mia vita per
sopprimerla" (1 Sam 24,1-23). Si potrebbe ancora aggiungere il
martirio di Eleazaro e della madre coi suoi sette figli (cfr. 2 Mac
6,18-31; 7,1-42), la sopportazione delle sventure da parte di Giobbe,
la promessa ricevuta da Geremia per affrontare un difficile ministero:
"Io faccio di te come una fortezza
ti muoveranno guerra ma
non ti vinceranno" (1,18-19). Infine, la vita stessa di Gesù
e degli Apostoli è un commento ininterrotto alla virtù
della fortezza. Bisogna però stare bene attenti a non confondere
la virtù della fortezza con la sua degenerazione, che è
la temerarietà. Ogni virtù, infatti, può degenerare,
quando supera i limiti dell'equilibrio e della prudenza, ma non sempre
è facile discernere quando la fortezza degenera. Nell'episodio
già citato del combattimento tra Davide e Golia, ad esempio,
l'ardimento di Davide è fortezza ma non è temerarietà,
mentre nell'intervento di Mosè in Egitto (cfr. Es 2,11-12), volto
a separare due contendenti ebrei, c'è temerarietà ma non
fortezza. In entrambi i casi la molla che spinge i protagonisti è
un intimo bisogno di giustizia, ma il bisogno personale di giustizia
è giudicato insufficiente dalla Scrittura. Successivamente Mosè,
dopo la rivelazione sinaitica, ritorna in Egitto con lo stesso bisogno
di giustizia che lo muoveva da giovane, ma questa volta il suo intervento
è sostenuto da una precisa volontà di Dio, che prima non
c'era. Così, il suo intervento di allora si è risolto
ignominiosamente nell'assassinio e nella fuga, adesso, invece, il suo
intervento, in risposta alla vocazione divina, sfocerà nella
liberazione gloriosa dall'Egitto. Qual è allora la differenza?
Si potrebbe dire così: il primo Mosè agiva per conseguire
un fine buono e arduo ma non richiesto da Dio, il secondo Mosè
consegue un fine buono e arduo voluto da Dio. Lo stesso Davide, nello
sfidare Golia, sarebbe stato un temerario se lo avesse fatto di sua
iniziativa, ma poiché è stato mosso dallo Spirito ha manifestato
invece la virtù della fortezza. Nel ministero pubblico di Gesù
assistiamo a numerosi miracoli e prodigi, ma anch'essi si caratterizzano
come una risposta alla volontà del Padre: "Il Figlio da
Sé non può fare nulla se non ciò che vede fare
dal Padre" (Gv 5,19). Nel deserto Satana gli chiede di fare dei
prodigi che Cristo non compie, non perché non può farli,
ma perché sarebbe temerario operare senza l'approvazione del
Padre. Ed è senz'altro questo il senso della seconda risposta
di Gesù al tentatore: "Non tentare il Signore Dio tuo"
(Mt 4,7). Vale a dire: non costringere Dio a fare un miracolo per tirarti
fuori dai guai nei quali ti sei cacciato per avere agito senza consultarlo.
Cristo non compie mai nulla di piccolo o di grande che non si iscriva
nel beneplacito del Padre. In realtà è proprio questo
l'attributo più radicale di Gesù, come attestano i Vangeli:
"Questi è il Figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto"
(Mt 17,5). Anche l'insegnamento di Isaia presenta la degenerazione della
fortezza nei termini di iniziative anche buone, se si vuole, ma non
richieste da Dio: "Guai a voi, figli ribelli - oracolo del Signore
- che fate progetti da Me non suggeriti, vi legate con alleanza che
Io non ho ispirate così da aggiungere peccato a peccato"
(30,1).
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