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La
giustizia si può definire come la virtù morale che consiste
nella disposizione abituale di dare a Dio e al prossimo ciò che
è loro dovuto. Ne abbiamo un esempio chiaro in Lv 19,15: "Non
tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze
verso il potente". Nel NT Cristo ne offre una formulazione concisa
e completa al tempo stesso: "Rendete dunque a Cesare quel che è
di Cesare e a Dio quel che è di Dio" (Mt 22,21). Ciò
significa che la guarigione completa di tutti i rapporti, di cui un
uomo è il soggetto, consiste nel non essere in difetto verso
Dio e verso gli uomini. Questa armonia riconquistata in tutte le relazioni
prende il nome appunto di "giustizia".Il primo e più
importante ambito in cui si muove la virtù della giustizia è
rappresentato dai doveri verso Dio. Occorre interrogare la Scrittura
per sapere quali sono. Precisiamo subito che la parola "doveri"
non va intesa, in questo contesto, nel suo significato giuridico: vale
a dire che i doveri verso Dio, come quelli verso il prossimo, in quanto
ispirati dalla virtù, non sono equiparabili ai "doveri"
che invece risultano da una obbligazione derivante dalla legge. E' vero
che la pietà si può imporre per legge, come si impone
per legge la fedeltà ai coniugi, ma non è virtù
quel gesto intrinsecamente buono che si compie solo per conformarsi
a un dettame esteriore. E' fin troppo chiaro che qualunque coniuge si
sentirebbe umiliato se sapesse che il suo partner gli conserva fedeltà
solo perché così stabilisce la legge. Lo stesso tipo di
umiliazione patisce Cristo da parte di tutti coloro che frequentano
la Messa domenicale con una disposizione simile. La virtù è
invece una forza che spinge la persona dall'interno sotto la luce della
verità e non sotto quella di un qualche codice.Fatta questa premessa,
possiamo interrogare la Bibbia sulla giustizia. Il punto di partenza
non può che essere la domanda cruciale che uno scriba pone a
Cristo: "Qual è il primo di tutti i comandamenti?"
(Mc 12,28). Con l'espressione "primo dei comandamenti" lo
scriba ha inteso alludere ai doveri fondamentali richiesti da Dio verso
se stesso. Ed è proprio in questa stessa linea che Cristo risponde:
"Il primo è: Ascolta Israele. Il Signore Dio nostro è
l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il cuore"
(v. 29). Subito dopo, superando i confini della domanda dello scriba,
il Maestro aggiunge spontaneamente un'altra verità non richiesta:
il secondo comandamento, che è simile al primo. Ma di questo
parleremo più tardi. I doveri fondamentali verso Dio sono sintetizzati
da Cristo con tre concetti presi dal Deuteronomio: l'ascolto, la professione
del monoteismo, un amore verso Dio superiore all'amore che si ha verso
se stessi.
Il rapporto con Dio, e tutti i "doveri" inerenti a questo rapporto,
ha inizio con la disposizione dell'ascolto. Diciamo pure che questo è
il culto che Dio gradisce più di ogni altro gesto. In questo senso
possiamo comprendere il testo di Qoelet: "Bada ai tuoi passi quando
ti rechi alla casa di Dio. Avvicinarsi per ascoltare vale più del
sacrificio offerto dagli stolti che non comprendono neppure di far male"
(4,17). Dio insomma è glorificato dall'uomo che prende sul serio
la sua Parola. L'ascolto della Parola di Dio è ripetutamente comandato
in tutte le parti della Scrittura. Ci limitiamo a pochi testi rappresentativi.
"Se vorrete ascoltare la mia voce
voi sarete per me la mia
proprietà tra tutti i popoli" (Es 19,5); "Se ascolterete
la voce del Signore
voi vivrete" (1 Sam 12,14); "Ascolterò
che cosa dice Dio" (Sal 85,9); "Ascoltate la voce del Signore
vostro Dio" (Ger 26,16). Nello stesso tempo, la capacità di
ascoltare Dio in questo senso profondo è descritta dalla Bibbia
come il risultato di un dono di grazia che sboccia su una coscienza che
si è allontanata dal peccato: "Nella terra del loro esilio
ritorneranno in sé
Darò loro un cuore e orecchi che
ascoltano" (Bar 2,30-31). Qui i riferimenti si potrebbero moltiplicare
a centinaia, perché si tratta di un tema su cui le Scritture insistono
oltre ogni misura. I testi già citati ci sembrano comunque sufficienti.
Aggiungiamo soltanto che all'ascolto di Dio va unita inscindibilmente
la memoria. La Parola di Dio e le sue opere vanno conosciute e conservate
nella memoria, tanto che la loro dimenticanza è equiparabile a
un peccato di omissione: "Ma guardati e guardati bene dalle cose
che i tuoi occhi hanno viste
Le insegnerai anche ai tuoi figli e
ai figli dei tuoi figli" (Dt 4,9). Con l'espressione "le cose
che i tuoi occhi hanno viste" non si può intendere altro che
il contenuto stesso della Bibbia, cioè la storia della salvezza
nel suo insieme, ignorare la quale, o dimenticarla, è già
un grave peccato davanti a Dio, come si vede dalla esortazione duplice:
"guardati e guardati bene". Alla luce di questo si comprende
fino a che punto ingannino se stessi coloro che cercano la salvezza nella
partecipazione fisica alle iniziative della Chiesa, senza curarsi del
proposito del salmista: "Ascolterò che cosa dice Dio"
(Sal 85,9) né dell'avvertimento del Qoelet: "Bada ai tuoi
passi quando ti rechi alla casa di Dio. Avvicinarsi per ascoltare vale
più del sacrificio offerto dagli stolti che non comprendono neppure
di far male" (4,17). |