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Il
secondo nucleo in cui Gesù sintetizza i "doveri" verso
Dio è costituito dalla professione radicale del monoteismo. Le
conseguenze interiori ed esteriori del monoteismo sono molteplici e
variegate. Interroghiamo ancora le Scritture per conoscere le maggiori
di esse.Al monoteismo si oppone l'idolatria, questo è chiaro,
ossia l'adorazione di ciò che non è Dio. L'adorazione
di ciò che non è Dio non si compie solo con l'adesione
esplicita a un culto straniero, ma in molte altre maniere sottili e
camuffate, che solo una grande attenzione e un profondo discernimento
possono smascherare. Vi sono idolatrie manifeste e idolatrie occulte.
Le idolatrie manifeste sono facilmente identificabili, dal momento che
sono strettamente connesse alle cose corporee. La forma più esteriore
e più grossolana di idolatria è un rapporto disordinato
con il corpo umano. L'Apostolo Paolo ne fa menzione in più punti
delle sue lettere. Questo genere di idolatria consiste nel separare
la persona dal suo corpo e trattare il corpo come uno strumento o un
oggetto di cui fruire. E' un atteggiamento tipico del mondo precristiano
e in particolare della cultura pagana. Agli Efesini Paolo dice: "Vi
scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani nella
vanità della loro mente
Diventati così insensibili
si sono abbandonati alla dissolutezza, commettendo ogni sorta di impurità"
(4,17). E ai Tessalonicesi: "Ciascuno sappia mantenere il proprio
corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e
libidine come i pagani che non conoscono Dio" (1 Ts 4,4-5). Il
messaggio è chiaro i cristiani differiscono dai pagani in questo
punto essenziale: non trattano più il corpo umano come se fosse
un giocattolo. I cristiani trattano anche la materialità del
corpo umano come se fosse un "soggetto" e non un oggetto.
La motivazione di questa trasformazione etica del mondo non è
tanto da ricercarsi nel concetto di dignità della persona, non
ignoto alla cultura greca, ma in un altro concetto, assolutamente originale,
che non si trova neppure nell'AT. Paolo lo esprime con queste parole:
"Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo
che è in voi e che avete da Dio e che non appartenete più
a voi stessi?" (1 Cor 6,19). La ragione profonda che spinge i cristiani
a trattare il proprio corpo come un soggetto sta nella presenza personale
dello Spirito Santo in ciascun battezzato. Da quel momento in poi il
battezzato è un "Tempio" dove dimora lo Spirito di
Dio. Quindi non è più possibile fruirne a proprio piacimento
senza contristare lo Spirito di Dio inabitante. Grazie alla presenza
dello Spirito anche la materialità del corpo umano ha conquistato,
per così dire, una certa "soggettività" e non
deve più essere degradato alla dimensione degli oggetti.
Questo enunciato paolino che stiamo esaminando offre però una
seconda motivazione integrativa: "Non appartenete a voi stessi"
(1 Cor 6,19). La presenza dello Spirito di Dio nel nostro corpo è
il sigillo di una appartenenza irrevocabile a Dio, dal momento che siamo
stati "comprati" da Lui a caro prezzo (cfr. v. 20), cioè
a prezzo del Sangue del Figlio. Non possiamo più disporre di
noi stessi perché, a partire dal battesimo, abbiamo cessato di
appartenere a noi stessi. Inoltre, la presenza dello Spirito ci costituisce
Corpo di Cristo, perciò i nostri corpi sono il Corpo di Cristo:
"Non sapete che i vostri corpo sono membra di Cristo?" (1
Cor 6,15). Ciò significa che non si può strumentalizzare
il corpo di un cristiano (sia proprio, sia altrui), senza, per ciò
stesso, strumentalizzare il Corpo di Cristo. A questo si deve aggiungere
che il corpo umano è destinato alla risurrezione, ed è
questo un ulteriore argomento a favore della sua "soggettività":
"Il corpo non è per l'impudicizia ma per il Signore, e il
Signore è per il corpo. Dio, poi, che ha risuscitato il Signore,
risusciterà anche noi con la sua potenza" (1 Cor 6,13-14).
Vi sono poi le idolatrie legate al possesso dei beni, anche qui la Scrittura
abbonda di avvertimenti; qui ci limitiamo a rimandare alla lettura del
Vangelo di Luca, specialmente il cap. 12 e il 16.Passando però
dall'esterno all'interno della persona, ci si imbatte in idolatrie ben
più sottili e nascoste. Vi sono idolatrie che colpiscono l'intelletto
e idolatrie che colpiscono l'affettività. La Bibbia ci mette
in guardia da entrambe. L'idolatria dell'intelletto consiste nel ritenersi
intelligenti davanti a se stessi (cfr. Is 5,21) e capaci giudicare tutto
e di afferrare tutto, senza tenere conto delle parole del Saggio: "Tutto
questo ho esaminato con sapienza e ho detto: Voglio essere saggio! Ma
la sapienza è lontana da me! Ciò che è stato è
lontano e profondo, profondo: chi lo può raggiungere?" (Qo
7,23-24). Credersi saggi è insomma di per se stesso indice di
stupidità. Questo genere di idolatria ha però delle conseguenze
funeste: impedisce alla persona di raggiungere la conoscenza della verità.
Questa sciagura accadde ai farisei contemporanei di Cristo: "Siamo
forse ciechi anche noi? Gesù rispose: Se foste ciechi non avreste
alcun peccato, ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane"
(Gv 9,40). |