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Le idolatrie dell'affettività sono ancora meno visibili perché meglio camuffate delle altre. La Bibbia ci aiuterà a discernere anche questi fenomeni. In generale si potrebbe dire che questi aspetti dell'idolatria, ben camuffati perché fanno leva su realtà legittime, si verificano quando la persona, per osservare le aspettative di amici e parenti, o di qualunque altra autorità terrestre, non risponde alle aspettative di Dio. Si tratta di idolatria, perché ciò che si preferisce alla volontà di Dio è sempre una pseudodivinità. Il culto più puro che Dio si attende dall'uomo è l'ubbidienza alla sua Parola (cfr. Is 1,5.11) e, di conseguenza, ogni ubbidienza data a qualcos'altro non è che un culto deviato, una parodia della virtù della pietà. Nel Vangelo abbiamo alcuni esempi di ambiguità determinata dall'attaccamento umano e dal desiderio di non deludere coloro da cui si è amati oppure dalla paura di perdere un qualche privilegio presso le istituzioni. Il primo tipo di idolatria affettiva può essere ben rappresentato dai due che Cristo chiama alla sua sequela in Lc 9,59-62, i quali antepongono i doveri familiari alla sua chiamata; il secondo tipo, invece, può avere il suo simbolo in Nicodemo, "un capo dei giudei" (Gv 3,1) e in Giuseppe d'Arimatea (cfr. Gv 19,38-39), che seguono e ascoltano Gesù ma di nascosto, per non avere noie da parte del Sinedrio.
L'atteggiamento del Cristo storico è molto istruttivo nel suo approccio di israelita con le istituzioni e con gli uomini. La lode più bella che Egli riceve dai suoi discepoli è la professione di fede di Pietro: "Tu sei il Cristo" (Mc 8,29), mentre la più bella lode che riceve dagli estranei è fondata proprio sull'assenza di qualunque idolatria affettiva: "Maestro, sappiamo che non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno" (Mt 22,16). Il Cristo storico agisce quindi guardando sempre davanti a Sé e non tenendo conto delle aspettative degli uomini nelle più gravi decisioni che Egli è chiamato a prendere. Agisce con libertà nei confronti dei suoi parenti che lo giudicano fuori di Sé, quando lascia il lavoro e non si occupa più di sua Madre per dedicarsi al suo magistero itinerante (cfr. Mc 3,21; Gv 7,5). In seguito il Maestro traduce questa disposizione di libertà dalle creature in un insegnamento che può ingenerare scandalo in chi non lo comprende rettamente: "Se uno viene a Me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita non può essere mio discepolo" (Lc 14,26). Agli occhi di chi assolutizza i rapporti umani, e le aspettative delle persone, l'ubbidienza a Dio non differisce dalla manifestazione dell'odio, quando l'autorità genitoriale pretende di anteporre i propri progetti a quelli della volontà di Dio. In questo caso, infatti, dovrà venire meno al comandamento dell'onore dovuto ai genitori colui che, volendo ubbidire a Dio, non potrà onorare dei genitori che a loro volta non onorano Dio ubbidendogli e anzi anteponendo se stessi a Lui. Ciò vale anche per gli altri legami familiari menzionati da Cristo nel testo di Luca che abbiamo citato sopra: assolutizzare le aspettative del marito o della moglie, dei figli o dei fratelli, al prezzo di mandare in fumo il disegno di Dio, è idolatria affettiva. Cristo manifesta la stessa libertà anche verso le istituzioni giudaiche quali il Tempio e la sinagoga, a cui non attribuisce mai un valore assoluto, ma un valore sempre riformabile in vista di un migliore servizio a Dio e all'uomo (cfr. Gv 2,13-22; Mt 9,14). Dall'esempio di Cristo si comprende fino in fondo come non sia possibile un autentico culto a Dio senza una radicale libertà dalle istituzioni umane, dalle cose e dalle persone, un insegnamento che del resto proviene anche dalle lontananze dell'alleanza in Mosè (cfr. Es 4,23). Gli Apostoli, dopo la Pentecoste, dimostrano di avere appreso bene questa lezione, rispondendo alle ingiunzioni del Sinedrio: "Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a Lui, giudicatelo voi stessi" (At 4,19). L'Apostolo Paolo esercita il suo ministero con la medesima, stupenda libertà, senza dipendere dal giudizio di nessun uomo: "A me, però, poco importa di venire giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso… il mio giudice è il Signore" (1 Cor 4,3-4). Nella lettera ai Galati, egli precisa che nessuno può essere un autentico servitore di Cristo, quando il suo agire è condizionato dal compiacimento degli uomini: "E' forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!" (1,10). Un genere ancora più sottile e irriconoscibile di idolatria è quello che si ammanta con i segni esteriori e i paludamenti della liturgia della Chiesa e del culto pubblico. La Bibbia ci mette in guardia dal cadere in questa forma tremenda e perniciosissima di idolatria, che già minacciava il popolo dell'antica alleanza all'indomani dell'edificazione del Tempio salomonico. E' soprattutto la predicazione profetica a smascherare questo inganno del diavolo, che oggi assedia il popolo cristiano da ogni parte. Sarà opportuno ripercorrerne le tappe. Il primo profeta di cui abbiamo un libro di oracoli è Amos, attivo al nord nell'ottavo secolo a. C. In lui possiamo trovare la testimonianza profetica più antica di un inganno che non può essere smascherato se non da una lettura profonda degli eventi. Basta ricordare l'oracolo riportato al capitolo quarto: "Andate pure a Betel e peccate! A Galgala e peccate ancora di più!" (Am 4,4). Betel e Galgala erano due importanti santuari della sua epoca. Oggi sarebbe come dire: "Andate a Lourdes e peccate! A Fatima peccate ancora di più!". Nessun pellegrino accetterebbe certo di sentirselo dire. Questo ci può dare un'idea di quanto fosse tagliente la parola di Amos per i suoi contemporanei. Il richiamo energico del profeta ha però, dietro di sé, una profonda intuizione teologica: il peccato non è solo quello che si presenta tale all'apparenza; esiste infatti un altro genere di peccato che ha invece l'apparenza della virtù di religione.

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