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vertice di questo peccato contro Dio, tanto più abominevole quanto
più si riveste dell'apparenza della pietà religiosa, viene
raggiunto nel culto pubblico. Anche questa è una forma di idolatria,
come più avanti potremo meglio spiegare. Tornando al profeta
Amos, ancora più duro appare l'oracolo del successivo capitolo:
"Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre
riunioni
io non gradisco i vostri doni
lontano da Me il
frastuono dei tuoi canti: il suono delle tue arpe non posso sentirlo!"
(Am 5,21-23). In sostanza, il profeta vuole dire che il culto pubblico,
svuotato del suo valore di conversione, risulta insopportabile a Dio
stesso. Se una comunità cristiana continua a curare nei minimi
particolari le sue celebrazioni e le sue solennità, ma non aderisce
col cuore alla Parola di Dio e costruisce la propria vita e la propria
pastorale seguendo le inclinazioni del proprio cuore, allora le sue
riunioni e i suoi canti diventano insopportabili. Se il culto pubblico
continua a essere celebrato con somma puntualità, ma nessuno
più ci crede, allora quel culto non è che un grande apparato
senz'anima e per questa via il cristianesimo stesso può divenire
un gigantesco idolo. Ecco perché un culto pubblico senza fede
e sganciato dalla vita è come un manichino che si muove per via
di una meccanica nascosta; il manichino, se costruito bene, può
anche somigliare a un essere vivente, ma rimane il fatto che non ha
la vita, essendo dotato solo di movimento, e va avanti per inerzia,
come un sasso lanciato nel vuoto. Il profeta Isaia non è più
delicato di Amos: "Che m'importa dei vostri sacrifici senza numero
sono sazio degli olocausti di montoni
quando venite a presentarvi
a Me, chi richiede da voi che veniate a calpestare i miei atri? Smettete
di presentare offerte inutili, l'incenso è un abominio per Me!"
(Is 1,11-13). Si comprende molto bene da tutto il capitolo che il profeta
rimprovera gli israeliti di un culto ridotto a pura formalità,
senza alcun contenuto interiore e senza conseguenze per la vita pratica.
Da qui la domanda di Dio: giunti a questo punto, chi vi obbliga a frequentare
il mio Tempio e a calpestare i miei atri? Il culto può avere
un senso se è capace di trasformare la vita della comunità,
diversamente è un idolo, un gigantesco meccanismo fine a se stesso.
In un'epoca successiva a quella di Isaia, alla vigilia dell'esilio babilonese,
un altro profeta, Geremia, ritorna con forza su questo medesimo tema,
dimostrando così che il problema non è affatto risolto:
"Dice il Signore: Migliorate la vostra condotta
non confifate
nelle parole menzognere di coloro che dicono: Tempio del Signore, Tempio
del Signore!" (Ger 7,3-4). In altre parole, il profeta vuole dire
che la fiducia di coloro che si appoggiano sul Tempio come istituzione
è falsa: Israele non è eletto perché c'è
il Tempio ma, al contrario, il Tempio è lì in virtù
dell'elezione di Israele. E se Israele tradisce con il suo stile di
vita la propria elezione, allora la vicinanza fisica al Tempio non potrà
salvare nessuno. Geremia intende quindi condannare la concezione estrinsecista
della religiosità: nella sua epoca ciò comportava una
falsa sicurezza, come quella di chi si sentiva salvo perché fisicamente
vicino al Tempio; oggi, Geremia condannerebbe la falsa sicurezza di
chi accumula con estrema precisione i nove primi Venerdì del
mese, e spera da essi la salvezza, facendo però a meno dell'impegno
e della fatica della conversione personale. Questo insegnamento è
ripreso ampiamente da Gesù nel Vangelo, dove Egli cita Isaia
per condannare il culto svuotato della sua epoca (cfr. Mt 15,7-9) e
afferma che ogni gesto religioso che non sia finalizzato a Dio nell'intimo
della coscienza non vale nulla agli occhi del Padre (cfr. Mt 6,5.16-18).
Cristo condanna anche l'estrinsecismo religioso: "Non chi dice
Signore, Signore, entrerà nel regno dei Cieli, ma chi fa la volontà
del Padre mio" (Mt 7,21), come pure ogni forma di apparenza religiosa
alla quale non corrisponda un adeguato atteggiamento interiore (cfr.
Mt 23,27-28). L'atteggiamento di Cristo verso questo tipo di idolatria
in cui l'idolo non è una divinità straniera ma lo stesso
culto al Dio vivente, ridotto però a un meccanismo senza vita,
è simboleggiato dalla sua reazione dinanzi a un albero di fico
tutto foglie e privo di frutti (cfr. Mt 21,18-19).Infine, il terzo nucleo
in cui Cristo ha sintetizzato i nostri "doveri" verso Dio,
è costituito da una consegna totale della nostra vita nelle sue
Mani (cfr. Mt 22,37), un insegnamento che si esprime con le parole "Amerai
il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta
la mente". E' ovvio che, nel linguaggio biblico, il cuore, l'anima
e la mente non sono tre cose diverse da ciò che è l'uomo
nella sua storicità, né sono tre elementi distinti del
composto umano; piuttosto, sono tre aspetti sotto cui deve realizzarsi
la totale sottomissione della persona umana a Dio: il cuore rappresenta
la coscienza, ossia la dimensione della interiorità in cui la
persona prende le sue decisioni nei confronti della verità; l'anima
rappresenta le energie vitali, le forze che la persona canalizza verso
la realizzazione di sé; la mente è la sede del pensiero,
il cui nutrimento è la conoscenza. La sottomissione a Dio deve
avere, nell'uomo, questi tre volti. Sarà opportuno considerarli
separatamente.Amare Dio con tutto il cuore. E' la prima delle tre determinazioni
dei diritti di Dio. Ormai c'è una convinzione unanime tra gli
studiosi di antropologia biblica a proposito del termine "cuore".
Nessuno dubita che si tratti di una parola che contiene tutti i significati
fondamentali legati al termine "coscienza", un termine più
moderno che siamo soliti usare nel nostro linguaggio odierno. Per la
Bibbia, insomma, dire "cuore" è lo stesso che dire
"coscienza". Non si tratta quindi di indicare tanto una dimensione
affettiva o sentimentale, come suggerirebbe la parola "cuore"
nel suo uso corrente, quanto piuttosto di descrivere la realtà
interiore della decisione morale. |