| Ciò
comporta l'eliminazione di alcuni atteggiamenti deleteri del rapporto
dell'uomo con la conoscenza, quali la vana curiosità, la falsificazione
della verità conosciuta, la deviazione del sapere verso scopi
utilitaristici: il potere e il denaro. Proviamo a vedere quale sia,
in misura più larga, l'insegnamento biblico su questo tema.La
conoscenza in generale è innanzitutto dono di Dio; è grazia
l'intelligenza con la quale scandagliamo la realtà che ci circonda
come è grazia anche l'apertura mentale e il superamento di pregiudizi
e grettezze, che porterebbero la persona lontano da un retto conoscere.
La figura biblica di Salomone è portatrice infatti di questo
messaggio: "Dio concesse a Salomone saggezza e intelligenza molto
grandi e una mente vasta come la sabbia che è sulla spiaggia
del mare" (1 Re 5,9). E in Luca è detto: "Gesù
aprì la loro mente all'intelligenza delle Scritture" (24,45).
L'uomo può insomma conoscere la scienza nella misura e nei limiti
concessi da Dio. Ogni forma di vanto e di autoglorificazione in virtù
della propria intelligenza è necessariamente esclusa, come insegna
anche Geremia: "Non si vanti il saggio della sua saggezza"
(9,22). Inoltre, all'uomo è stato rivelato da Dio persino ciò
che supera le possibilità della mente umana: "Non cercare
le cose troppo difficili per te
non devi occuparti delle cose
misteriose
poiché ti è stato mostrato più
di quanto comprende un'intelligenza umana" (Sir 3,21-23). L'intelligenza
e la conoscenza sono dunque doni di Dio, ma non è lecito spingere
la propria indagine verso le conoscenze occulte, paranormali, spiritiche
o sataniche, dal momento che la rivelazione ci ha già fatto conoscere
tutto quanto era necessario e lecito sapere di quelle cose che superano
le nostre possibilità conoscitive. Giudicare insufficiente la
divina rivelazione è dunque un atto di empietà. Così
come è empio sopravvalutare la propria intelligenza al punto
di renderla un criterio ultimo e definitivo di verità. Per coloro
che attingono la verità solo dalla propria mente è il
detto di Ezechiele: "Con la tua saggezza e il tuo accorgimento
hai creato la tua potenza
hai uguagliato la tua mente a quella
di Dio
ma sei un uomo e non un dio, in balìa di chi ti
uccide" (28,4.6.9). Amare Dio con la mente vuol dire innanzitutto
riconoscere i limiti oggettivi che Dio ha posto al nostro sapere e non
pretendere di valicarli empiamente, uguagliando la nostra intelligenza
a una divinità. La nostra intelligenza, per quanto ammirevole,
è anch'essa una creatura e non un dio. La mente umana ha però
una precisa destinazione, e non è destinata a vagare da una conoscenza
a un'altra, come un recipiente utile per tutti gli usi. La nostra mente
è orientata alla verità che è Dio, come in più
punti ci ricorda l'Apostolo Paolo: "Con la mente io servo la Legge
di Dio" (Rm 7,25). E ancora: "Possa Egli illuminare gli occhi
della vostra mente" (Ef 1,18). E infine Giovanni: "Il Figlio
di Dio ci ha dato l'intelligenza per conoscere il vero Dio" (1
Gv 5,20).A questo punto è chiaro che la virtù della giustizia
include tutta la materia del Decalogo; fin qui abbiamo trattato dei
primi tre comandamenti. Iniziando adesso a parlare della giustizia verso
il prossimo, ci accorgeremo di entrare nella seconda parte del Decalogo,
ossia la parte che riguarda la giustizia verso il prossimo e che si
specifica nei comandamenti dal quarto al decimo.Nella sua risposta ai
farisei, il Maestro aggiunge spontaneamente il secondo comandamento
più importante della Legge, sebbene fosse stato interrogato solo
sul primo (cfr. Mt 22,36-39). Il secondo suona dunque così: "Amerai
il prossimo tuo come te stesso" (v. 39). Questo secondo precetto
Cristo lo desume dal libro del Levitico (18,19). Dobbiamo subito precisare
che Cristo, durante l'ultima cena, darà ai suoi discepoli un
comandamento "nuovo" circa l'amore verso il prossimo, che
suona così: "Che vi amiate gli uni gli altri come Io ho
amato voi" (Gv 13,34). Nella sua risposta ai farisei, invece, Egli
non si discosta dall'AT. Vi è comunque una differenza essenziale
tra il comandamento del Levitico e quello "nuovo" di Cristo:
il comandamento del Levitico indica la misura della giustizia che è
richiesta a tutti e la cui trasgressione va considerata come peccato,
mentre il comandamento nuovo dato ai discepoli indica la perfezione
della carità, che non è richiesta ma liberamente accettata
da chi vuole superare i confini della giustizia per transitare verso
le altezze della santità. I confini della giustizia sono determinati
dalla misura dell'amore verso se stessi, mentre i traguardi della santità
non hanno misura, perché modellati sull'infinito amore del Figlio
di Dio che ha dato Se Stesso per noi (cfr. Gal 2,20). Solo il Vangelo
di Luca aggiunge all'insegnamento tratto dal Levitico la parabola del
buon samaritano (cfr. Lc 10,25-37), con l'intenzione di spiegare il
concetto di "prossimo", che nelle parole del Maestro non è
rappresentato da colui che mi è vicino, ma da colui al quale
io mi faccio vicino. In sostanza, gli altri non "sono" mio
prossimo, ma lo "divengono" se io li rendo tali, avvicinandomi
alle loro sofferenze.Qui dobbiamo però precisare soltanto i confini
della giustizia verso il prossimo. Il punto di riferimento offerto dalla
Bibbia è, come abbiamo già detto, l'amore verso se stessi.
Non è solo il Levitico ad esprimersi in questi termini. Possiamo
ricordare altre formulazioni dello stesso precetto: "Non fare a
nessuno ciò che non piace a te" (Tb 4,15). Nel NT è
pure ripreso ma con una variazione che lo riesprime in positivo: "Ciò
che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro"
(Lc 6,31). Il senso sostanziale non cambia: il livello minimo della
giustizia verso gli altri, al di sotto del quale c'è l'ingiustizia,
consiste nel DESIDERARE PER GLI ALTRI IL MEDESIMO BENE CHE SI DESIDERA
PER SE STESSI.
La Scrittura ci offre
delle indicazioni precise e opportune per ogni categoria di prossimo. Cercheremo
adesso di scandagliarne gli insegnamenti. Il primo "prossimo" considerato
dalla Bibbia è quello rappresentato dai genitori. |