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Secondo
Tommaso d'Aquino, fra queste quattro virtù, il primato spetta
alla prudenza, in quanto rappresenta la retta norma di tutte le azioni.
Ciò significa che un atto umano, per essere compiuto secondo
la perfezione cristiana, non basta che sia in se stesso buono, se non
è anche equilibrato. Facciamo un esempio. Il Vangelo chiede al
cristiano la capacità della correzione fraterna in entrambe le
direzioni, vale a dire, tanto di correggere quanto di essere corretto.
Non c'è quindi alcun dubbio che la correzione fraterna sia un
atto voluto da Dio e in se stesso è buono. Se però è
compiuto da una persona priva della virtù della prudenza, rischia
di creare fratture e conflitti, laddove essa avrebbe voluto portare
luce ed edificazione. La virtù della prudenza, a chi sta per
compiere una azione buona e difficile, suggerisce restrizioni di questo
genere: "non è questo il momento opportuno, non sono queste
le parole da usarsi, non è questo il tono della voce, il tuo
interlocutore non è ancora in grado di dialogare serenamente,
aspetta che gli passi il turbamento e poi gli parlerai
" e
molte altre cose simili che conferiscono al gesto che uno sta per compiere
la massima perfezione di tutti gli equilibri personali e relazionali.
Allora il gesto porterà gli effetti positivi che si desiderano.
Con questo intendiamo dire che se uno non ha la virtù della prudenza
rischia di snaturare anche le altre virtù che potrebbe avere,
appunto perché le eserciterebbe in maniera squilibrata. Il Catechismo
della Chiesa Cattolica aggiunge: "Grazie alla virtù della
prudenza applichiamo i principi morali ai casi particolari senza sbagliare
e superiamo i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare"
(n. 1806).La Scrittura presenta la virtù della prudenza sotto
diverse angolature. Innanzitutto la prudenza, anche se è una
virtù umana, ha bisogno di una particolare luce dello Spirito,
quando si tratta di "prudenza cristiana". Se una persona non
supera mai i limiti di velocità nella guida, oppure esce sempre
col cappotto quando fa freddo, diciamo che questa è una persona
"prudente"; si tratta però di prudenza puramente umana.
La prudenza cristiana è invece quella che un battezzato ha bisogno
di applicare nelle circostanze delicate o difficili del suo cammino
di fede. La prudenza "cristiana" non è quella che custodisce
la vita fisica della persona, ma quella che custodisce il suo cammino
di fede insieme ai suoi equilibri spirituali e morali. Questo tipo di
prudenza non può esistere senza un dono di discernimento proveniente
da Dio e non dal semplice buon senso umano. In questo senso va compreso
i testo di Gb 12,13: "A Dio appartiene il consiglio e la prudenza".
Nella stessa linea si muove anche il libro della Sapienza: "Pregai
e mi fu elargita la prudenza" (7,7). Un primo modo di esercitare
la prudenza, su cui la Bibbia insiste parecchio, è la prudenza
del linguaggio e dell'uso della parola. L'uomo prudente è descritto,
sia nell'AT che nel NT, come uno che usa la parola tanto quanto basta.
Non si tratta solamente di evitare la maldicenza, ovviamente anche questo,
ma si tratta anche di mantenere l'uso della parola in un regime di sobrietà.
L'uomo prudente non fa mai abuso del linguaggio, così come non
fa abuso di nulla, usando tutto secondo quello che serve. Il libro di
Qoelet presenta la prudenza del linguaggio come una capacità
di distinguere i tempi opportuni da quelli che non lo sono: "C'è
un tempo per parlare e un tempo per tacere" (3,7). E più
avanti aggiunge: "Non essere precipitoso con la bocca e il tuo
cuore non si affretti a proferire parola davanti a Dio
perché
dalle molte preoccupazioni vengono i sogni e dalle molte chiacchiere
il discorso dello stolto" (5,1-2). L'insegnamento sulla prudenza
del linguaggio abbonda nella medesima linea nel libro del Siracide:
"Sii pronto nell'ascoltare e lento nel proferire una risposta
nel parlare ci può essere onore e disonore; la lingua dell'uomo
è la sua rovina" (5,11.13). Il Siracide indica pure alcune
circostanze in cui è opportuno che le parole siano poche: quando
qualcuno ci rivolge una domanda e noi non conosciamo esattamente la
risposta: "Se conosci una cosa, rispondi al tuo prossimo; altrimenti
mettiti la mano sulla bocca" (5,12). Prudenza del linguaggio però
non implica un totale silenzio: "Non astenerti dal parlare al momento
opportuno, non nascondere la tua sapienza" (Sir 4,23). E' invece
inopportuno parlare eccessivamente quando ci si trova dinanzi ai grandi
della terra o a chi è rivestito da autorità istituzionale:
"Non parlare troppo nell'assemblea degli anziani" (7,14),
e ancora: "Non fare il saggio davanti al re" (7,5). Altre
occasioni in cui bisogna controllare la parola sono inoltre quelle in
cui ci si trova a discutere con un uomo irascibile o con una persona
che non si conosce ancora bene (cfr. Sir 8,16.19). In questi casi bisogna
saper controllare le parole e non aprire il cuore a chiunque. Altro
caso del dominio della parola è quello in cui va custodito un
segreto confidato dall'amico: "Chi svela i segreti perde la fiducia
e non trova più un amico per il suo cuore" (27,16). |