|
Il
senso è che il giudizio di Dio sull'empio è sufficiente
alla sua retribuzione; anzi, può accadermi di uscire io stesso
dal favore di Dio, nel momento in cui assumo indebitamente il ruolo
non richiesto del giustiziere: "
perché il Signore
non veda e se ne dispiaccia" (24,18).Un insegnamento ancora più
particolareggiato sulla carità si trova nel libro del Siracide.
Esso prende le mosse innanzitutto dall'amore verso Dio, che si manifesta
nella capacità di sopportare le prove a motivo di Lui. Prima
di entrare in merito alle caratteristiche dell'amore del prossimo, il
Siracide ci mette dinanzi alla virtù del "timore di Dio";
la parola "timore" qui va intesa non nel senso di "spavento",
ma nel senso di "venerazione piena d'amore", che dispone l'uomo
a servire Dio, sopportando ogni cosa per amore di Lui. Il servizio di
Dio non è mai esente da una qualche tentazione, e l'uomo ne viene
avvertito fin dall'inizio (cfr. 2,1-2). Una delle manifestazioni dell'amore
verso Dio è l'accoglienza delle sue disposizioni: "Accetta
quanto ti capita e sii paziente nelle vicende dolorose, perché
con il fuoco si prova l'oro e gli uomini bene accetti nel crogiolo del
dolore" (2,4-5). E' amore di Dio verso di noi anche la permissione
delle prove, perché solo grazie a esse noi cresciamo nelle virtù;
e perciò è amore nostro verso Dio l'aderirvi e accogliere
dalle sue mani ciò che di spiacevole ci capita. E' questo e non
un altro il cammino della santità. Ciò però non
si verificherà senza la fede fiduciale: "Affidati a Lui
ed Egli ti aiuterà; voi che temete il Signore confidate in Lui
chi ha confidato nel Signore ed è rimasto deluso?" (2,7-10).
La fede fiduciale è insomma uno dei volti della carità
teologale.Dopo un commento al quarto comandamento, che si inquadra dentro
le prospettive della virtù della giustizia (3,1-16), il testo
passa al tema specifico della carità verso i poveri. La sollecitudine
verso i bisognosi è subito considerata da una prospettiva squisitamente
teologica: "L'elemosina espia i peccati" (3,29), prospettiva
che approda all'esperienza della figliolanza: "Sii come un padre
per gli orfani e come un marito per la loro madre e sarai come un figlio
dell'Altissimo ed egli ti amerà più di tua madre"
(4,10). In sostanza, l'idea di fondo è che l'uomo compassionevole
e solidale coi poveri riceve sul piano dello spirito una elevazione
verso la purificazione dei peccati e l'ingresso nella divina paternità.
All'interno del discorso sull'amore del prossimo, il Siracide inserisce
diverse considerazioni sull'amicizia: 6,5-17. In questa pericope l'argomento
è trattato soprattutto in termini di avvertimenti e di suggerimenti
prudenziali. Il medesimo tema ritornerà in 12,8-18 con un carattere
prudenziale non dissimile, anzi forse un po' più pronunciato
circa il pericolo rappresentato dai falsi amici.
La pericope 6,5-17 si apre con la descrizione di un atteggiamento abituale
della carità: "una bocca amabile moltiplica gli amici, un
linguaggio gentile attira i saluti" (v. 5). L'uomo interiormente
abitato dalla luce di Dio, è sempre così: dolce e amabile
nel suo modo di porsi di fronte agli altri; e non per un artificio del
galateo: l'uomo di Dio è signorile di suo, senza il bisogno di
osservare alcun protocollo. E' la dignità principesca, derivante
dalla divina figliolanza, che lo rende così. Ma perché
questa amabilità non divenga un pretesto per gli scaltri, che
sogliono strumentalizzare le persone miti, il Siracide offre una serie
di indicazioni prudenziali e di consigli utili nella vita pratica. Il
primo consiglio tocca uno dei frutti della carità teologale:
la libertà dalle persone e dalle loro parole o azioni: "Siano
in molti coloro che vivono in pace con te, ma i tuoi consiglieri uno
su mille" (6,6). Chi possiede la carità teologale non è
scalfito dalle parole dei molti che parlano tanto per parlare, ma senza
avere né le conoscenze adatte né l'autorità per
farlo. La carità dispone la persona ad amare tutti senza dipendere
da nessuno. Per questo non ci si turba alla prima persona che arriva
e parla. Parli pure se vuole; ma io ascolterò solo chi parla
secondo verità. La carità teologale infatti ci rende liberi,
facendoci amare Dio al di sopra di ogni altro, ed è questo il
presupposto per essere liberi dalle cose e dalle persone. Il discorso
continua poi in toni prudenziali sul discernimento delle amicizie, avvertendo
del fatto che tutti ci sono amici nel tempo della prosperità,
ma che nel momento della prova ci rimarranno vicini solo quelli sono
veramente tali (cfr. vv. 7-13). Indirettamente, siamo anche esortati
a non essere così, ma a considerare la fedeltà come un
elemento indissociabile dall'amicizia: "Un amico fedele è
una protezione potente, chi lo trova, trova un tesoro" (v. 14).
In questo contesto ritorna il tema del timore del Signore, tema caro
al Siracide; l'amico fedele è un dono che Dio fa a quanti lo
temono, così come, quanti temono il Signore, sono soliti essere
fedeli ai propri amici (cfr. vv. 16-17). Lo stesso sarà detto
a proposito della moglie: "Una donna virtuosa è una buona
sorte, viene assegnata a chi teme il Signore" (Sir 26,3). Il discorso
sulla carità acquista al capitolo 7 un respiro più ampio.
Il tema della carità si ripresenta qui sotto il suo duplice aspetto
verticale e orizzontale, ovvero le due inseparabili relazioni fondamentali
con Dio e con il prossimo. L'amore verso Dio, che all'inizio era stato
enunciato sotto l'aspetto del timore di Dio, qui viene colto nell'atto
pratico della preghiera: "Non mancare di fiducia nella tua preghiera"
(7,10); non vi è dubbio che la preghiera esprime l'amore verso
Dio, mentre la sfiducia lo contraddice. Non sarebbe perciò erroneo
annoverare, tra i peccati contro l'amore, la sfiducia in Dio o l'impazienza
di veder realizzata la sua parola secondo i nostri tempi e le nostre
aspettative. Il medesimo versetto, nella seconda parte, lascia riaffiorare
la sollecitudine verso il prossimo bisognoso, menzionando la necessità
dell'elemosina.
|