"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Un secondo insegnamento sull'amore verso Dio espresso dalla preghiera è riportato poi al versetto 14: "Non essere chiacchierone tra gli anziani e non ripetere le parole nella preghiera"; insomma, si vuole dire che è sconveniente essere loquace oltre misura davanti agli uomini autorevoli come pure davanti a Dio. Quest'ultima esortazione viene ripresa dall'evangelista Matteo nel contesto del discorso della montagna: "Pregando, poi, non moltiplicate le parole come i pagani, che credono di essere esauditi a forza di parole" (6,7). Quanto all'amore verso il prossimo, i versetti chiave si trovano in 7,11.12.15: "Non irridere un uomo nella sua amarezza... non spargere menzogne sul tuo fratello... non disprezzare il lavoro pesante". Sono indicazioni pratiche molto chiare, il cui denominatore comune è senza dubbio il rispetto incondizionato della persona umana, qualunque sia il suo stato, il suo mestiere o la sua condizione. Su questa stessa linea si collocano le esortazioni successive a trattare con umanità i propri dipendenti: "Non maltrattare il servo che lavora fedelmente né l'operaio che si impegna totalmente. Ama lo schiavo giudizioso" (7,20-21). Ai vv. 30-35 si intrecciano poi di nuovo i temi della carità verso Dio e verso il prossimo: "Temi il Signore con tutta l'anima... ama con tutta la forza Colui che ti ha creato... stendi la tua mano anche al povero, perché ti giunga piena la benedizione... anche con i morti non essere avaro. Non voltare le spalle a quelli che piangono e soffri con quelli che soffrono. Non temere di visitare gli ammalati, perché da loro sarai riamato".
La carità si presenta quindi in questi versetti come un amore di solidarietà che unisce vivi e defunti e che si nutre del primato di Dio in tutte le cose.La carità come solidarietà verso il prossimo dal Siracide non è concepita come una virtù cieca. Il rispetto incondizionato verso la persona umana, deve essere sapientemente coniugato con un saggio discernimento delle persone e degli ambienti: "Sta' lontano da chi ha il potere di uccidere, ma se l'avvicini non sbagliare, perché non ti tolga la vita. Per quanto puoi saggia il carattere dei tuoi vicini e consigliati con quelli che sono saggi. Conversa con gente di senno... i tuoi commensali siano dei giusti" (9,13-16).Il tema del discernimento nel fare il bene, ritorna insistentemente al capitolo 12: "Se fai il bene, sappi a chi lo fai" (v. 1). L'idea di fondo è di evitare il rischio, sempre presente, di trasformare la carità e la compassione in un affare ben redditizio per gli approfittatori senza scrupoli. Più avanti, il Siracide afferma senza mezzi termini: "Benefica l'umile e non dare all'empio; rifiutagli il pane, non dargli nulla, perché non ne approfitti a tuo danno" (v. 5).Il rispetto della persona umana riemerge al capitolo 18, mettendo al di sopra dell'assistenza pratica del bisognoso il modo di beneficarlo: "Figlio, quando aiuti qualcuno non rimproverarlo, e quando dài non avere parole amare... La parola non è più accetta del dono stesso? Nell'uomo generoso si trovano entrambi. Lo stolto rimprovera senza cortesia e il dono dell'avaro non rallegra gli occhi" (18,15-18). Insomma, la delicatezza del tratto e la dolcezza dei modi è ancora più importante dell'aiuto materiale che si dà, al punto che il gesto di carità perderebbe tutto il suo merito e tutta la sua bellezza, in assenza di un modo di fare adeguato. In questo senso è carità di alto valore il controllo della parola: "Non propagare le cose dell'amico o del nemico; parla solo se il silenzio diventa complicità... Se hai sentito una parola, essa muoia con te; sta tranquillo che non ti scoppierà dentro" (19,8.10). E poi ancora: "Tratta con l'interessato quanto gli si attribuisce... e non credere a tutto quello che senti" (19,14-15). A capitolo successivo viene dipinta l'immagine negativa dello stolto, che così diventa il modello di come non bisogna essere nell'esercizio della carità: "Il dono dello stolto non ti gioverà, egli attende la ricompensa ad occhi sbarrati; dà poco e fa molte rimostranze... quest'uomo è sempre malvisto e poi si lamenta: Non ho amici, non c'è gratitudine per la mia generosità" (20,14-16). Quest'immagine dello stolto non è solo la rappresentazione del comportamento sbagliato, ma allude anche al fatto che prima di lamentarci del cattivo comportamento degli altri verso di noi è opportuno esaminarci, se per caso non siamo stati noi a causare la loro scortesia. Anche questa è una luce di discernimento derivante dalla carità: capire fino a che punto sono io che mi precludo una vera esperienza di amicizia. Ci sembra che i nuclei essenziali dell'insegnamento dei libri sapienziali sull'amore sia a Dio che all'uomo siano stati toccati interamente. E' ovvio, da quanto detto, che la letteratura sapienziale pone maggiormente l'accento sull'aspetto orizzontale della carità, ossia la dimensione relazionale rivolta al prossimo, sebbene non sia affatto esente l'aspetto verticale e divino dell'amore. Possiamo perciò senz'altro entrare nell'ambito dell'insegnamento neotestamentario, che porterà al definitivo completamento la dottrina appena abbozzata nell'AT.

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