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Anche l'amore teologale (come tutte quelle idee sul cristianesimo prodotte dai pregiudizi), nel pensiero del battezzato medio, è spesso frainteso. Comunemente, la parola "carità" si associa all'idea di assistenzialismo. In altre parole, si assimila la carità cristiana all'impegno verso i bisognosi. Alla luce della Parola di Dio, questa associazione si rivela errata. La carità teologale non è un'opera in favore dei poveri.
Alle sorgenti dell'amore (1 Gv 4,7-21)
L'Apostolo Giovanni ci dice con chiarezza in cosa consiste la carità: "In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi" (1 Gv 4,10). Ciò significa che per intendere la carità teologale non bisogna pensare tanto all'amore che dona, quanto all'amore che riceve. La carità teologale consiste infatti non nell'amare, ma nell'essere amati. Più precisamente, l'amore teologale comincia quando abbiamo sperimentato e sentito che Dio ci sta amando. In sostanza, la carità teologale ha la sua sorgente nel percepire di essere amati da Dio.
Di conseguenza, la nostra capacità di amare non deriva dalla decisione di amare gli altri, ma dalla gioia di sentirsi amati da Dio. Questa è la condizione basilare perché l'amore non si arrenda dinanzi all'ingratitudine o dinanzi a qualunque mancanza di amabilità. Chi percepisce di essere amato da Dio, si sente già pieno di questo amore, e non ha bisogno di raccogliere consensi intorno a sé per sentirsi bene con se stesso.
Da queste premesse, dobbiamo concludere: l'amore teologale è innanzitutto un amore che riguarda Dio; vale a dire: la carità teologale è l'amore col quale Dio ama la singola persona.
Solo chi si sente amato può amare
Ancora nel quarto capitolo della sua prima lettera, l'Apostolo trae una ulteriore importante conseguenza: il fatto che taluni hanno l'impressione di non essere capaci di amare, o pensano di avere una limitata capacità di accettazione del prossimo, dipende semplicemente da questa causa: sono deboli nell'amare perché non hanno ancora capito quanto sono amati. Si esprime così infatti al v. 19: "Noi amiamo, perché Egli ci ha amati per primo". Insomma, vuol dire che solo se mi sento amato, posso avere la sicurezza sufficiente per correre il rischio dell'amore. Di fatti, proprio così si esprime il v. 18: "Nell'amore non c'è timore, al contrario, l'amore perfetto scaccia il timore".
Chi ama Dio e odia suo fratello è un mentitore (1 Gv 4,20)
Alla fine del capitolo, l'Apostolo Giovanni approda all'unificazione dei due amori: da un lato ci si sente amati da Dio e si diventa così capaci di amare il prossimo; dall'altro l'amore del prossimo è inseparabile dall'amare Dio. Anzi, è la prova dell'avere conosciuto Dio la capacità di parlare cinque minuti con una persona senza ferirla. Quale poi sia l'equilibrio tra questi due amori, Giovanni non ne parla. Ne parla il Vangelo, come vedremo.
I volti della carità teologale
Il NT è abbastanza esplicito circa le manifestazioni della carità, come lo è per quelle della fede. Nell'insegnamento di Gesù, come nel suo modo di essere uomo, si possono facilmente delineare tutte le sfaccettature di uno stile di vita che caratterizza il cittadino di un altro regno.
L'equilibrio dell'amore
La carità teologale produce un primo e basilare effetto nella vita del battezzato che può chiamarsi riequilibramento della capacità di amare. E' quello che Gesù lascia intendere al dottore della Legge che lo interrogava sul comandamento più importante (cfr Mt 22, 34ss). Nel momento in cui Dio è amato più di tutto, gli altri amori assumono la loro vera posizione. Il che significa imparare ad amare ciascuna realtà nel suo ordine, senza che il proprio cane sia amato più di una persona umana e senza che una qualsiasi creatura sia amata più di Dio. Questo amore equilibrato Gesù lo chiede esplicitamente a Pietro, quando gli affida la comunità cristiana (cfr Gv 21,15).
Il superamento dell'esclusivismo
L'esclusivismo è una caratteristica normale dell'amore umano, ma esce fuori dal quadro della nuova creazione. L'insegnamento di Cristo indica chiaramente al discepolo la meta di un amore capace di superare ogni genere di confine. Per questa ragione, al dottore della Legge che lo interrogava sul senso della parola "prossimo" (cfr Lc 10,25ss), Gesù presenta due figure che fanno saltare tutte le categorie giudaiche: un uomo, di cui non si
sa la provenienza né la nazionalità (v. 30) e un samaritano (v. 33), detestato dai Giudei. Il superamento dell'esclusivismo culmina poi nella disposizione di benevolenza verso i propri nemici (cfr Lc 6,27ss), cosa che rappresenta il tratto peculiare e irripetibile dell'amore teologale.
Il superamento della strumentalizzazione
Un'altra manifestazione dell'amore umano, bisognoso di essere illuminato dalla Grazia, è la tendenza, non sempre consapevole, a strumentalizzare il prossimo, ossia ad amare gli altri a motivo di se stessi e non a motivo della loro autentica felicità. Cristo ha corretto questa tendenza molto umana mediante l'icona del Maestro che lava i piedi ai suoi discepoli: "Se io, Maestro e Signore, ho lavato i vostri piedi…" (Gv 13,3ss). Il Maestro non usa gli altri per ottenere benefici per sé, ma vive in funzione della felicità degli altri. L'amore teologale è insomma un esodo da se stessi senza ritorno. Chi vive perché gli altri siano felici non ha più la voglia di interrogarsi circa i propri bisogni personali. Questa maniera di amare riempie così tanto la propria interiorità che a un certo momento sembra meschino fermarsi a pensare a se stessi e ai propri eventuali bisogni. Il Cristo storico ha amato così e ha esplicitamente chiesto ai suoi discepoli di fare altrettanto: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come Io vi ho amato" (Gv 13,34).
La cessazione delle aspettative
Gesù disapprova i Farisei in molti aspetti del loro operato. Tra tutte le altre cose, Egli li rimprovera di avere troppe aspettative: fanno l'elemosina, e si aspettano la lode degli uomini (cfr Mt 6,2), pregano in modo da essere visti (v. 5), digiunano facendo in modo che gli altri se ne accorgano (v. 16), vanno in piazza e si aspettano di essere salutati (Mt 23,7), vanno al Tempio e si aspettano la benedizione di Dio sulle loro opere di giustizia (cfr Lc 18,9-14).
A questo stile di vita privo di vera libertà, perché condizionato dalle risposte del prossimo, Cristo contrappone uno stile di vita fondato sulla gratuità: "Se amate quelli che vi amano, che merito ne avete?" (Mt 5,46). In questo modo la persona si libera da ogni attesa di ritorno, e se ha qualcosa da fare, la fa perché ci crede, o perché vale la pena di farla, o perché dà gloria a Dio. Questo modo di amare è inoltre il sigillo della figliolanza: "… perché siate figli del Padre celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti" (v. 45).La carità teologale, sorgente dell'evangelizzazione Il frutto più bello dell'amore teologale, e del modo di amare secondo la nuova creazione, è l'ansia della evangelizzazione. Se lo sviluppo del dono battesimale dell'amore pone il battezzato al servizio della felicità degli altri, ciò avviene in modo equilibrato e ordinato. Al paralitico calato dal tetto Gesù prima perdona i peccati e poi restituisce la salute fisica. Vi è dunque un ordine di procedimento nel ricercare la felicità del prossimo. Il primo pensiero deve perciò andare all'annuncio del Vangelo, primissima ed essenziale carità. La responsabilità dei credenti nei confronti del mondo è infatti proprio questa: fare uscire Cristo dalla Chiesa verso il mondo. La massima felicità dell'uomo è infatti quella di conoscere Dio. Ritrovare se stessi nel quadro della paternità di Dio è l'esperienza più radicale e più profonda di guarigione. Per questo, Gesù collega all'annuncio del Vangelo anche il ministero di guarigione. Naturalmente, l'evangelizzazione non si fa con le parole, ma con la propria vita trasformata. Da qui la necessità che il cristianesimo sia "un cammino" e non "un posteggio". Solo chi cammina, cambia, si trasforma, e diventa credibile davanti alla Chiesa e davanti al mondo.

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