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L'aspetto
della carità come la disposizione del primato di Dio nel cuore
umano, emerge in un dialogo, riportato dai Sinottici, tra Gesù
e un dottore della Legge. Il dialogo è riportato in modo succinto
da Matteo 22,34-40 e in modo leggermente più esteso da Marco
12,28-34. L'evangelista Luca riporta un dialogo il cui contenuto è
lo stesso, anche se la risposta risolutiva è pronunciata dal
dottore della Legge e non da Gesù. Il testo poi continua con
una parte propria di Luca, che è la parabola del buon samaritano:
Lc 10,29-37.Leggiamo innanzitutto il testo di Marco, visto che Matteo
vi è interamente contenuto. Alla domanda sul primo dei comandamenti,
Gesù risponde che il primo è quello che comanda l'amore
assoluto e totalizzante per Dio. Ma va notato il modo in cui lo comanda:
"Ascolta, Israele
" (Mc 12,29). In questa introduzione
ci viene già detto in che modo Dio vuole essere amato: Dio si
ama innanzitutto ponendosi in ascolto della sua Parola. Infatti, ascoltare
è amare. Il secondo è simile al primo, e consiste nell'amare
il prossimo come se stessi. Dal tenore dell'intero dialogo si comprende
come Gesù stia rispondendo alla domanda del suo interlocutore
ponendosi ancora dal punto di vista dell'AT. I due brani che Egli cita
a sostegno della sua tesi appartengono entrambi al Pentateuco: rispettivamente
Dt 6,4-5 e Lv 19,18. Il fatto che Cristo consideri questi due testi
basilari ma incompleti si vede anche dal seguito del discorso. Quando
lo scriba replica, con un senso di ammirazione: "Hai detto bene,
Maestro, e secondo verità
" (Mc 12,32ss), Gesù
gli risponde: "Non sei lontano dal regno di Dio" (v. 34).
Non essere lontano è cosa diversa che essere giunto alla meta.
Cristo vede nella scriba un uomo senza dubbio retto nella coscienza,
ma la comprensione e l'osservanza della Legge mosaica non possono portarlo
se non nei pressi del regno. Per giungere al regno gli occorre ancora
una ulteriore conoscenza che, a dire il vero, in questo momento, manca
anche ai suoi discepoli. Si tratta di un "terzo" comandamento,
ossia il "comandamento nuovo", che non sarà rivelato
se non durante l'Ultima Cena narrata dall'evangelista Giovanni. Ne faremo
oggetto di analisi più avanti. Qui ci limitiamo a sottolineare
che Cristo non mette sullo stesso piano l'amore verso Dio e l'amore
verso il prossimo. Sono due grandezze diverse, anche se esprimono una
realtà indivisibile. Le due affermazioni esistono già
nella Scrittura, peraltro, come si è già notato, in due
libri differenti del Pentateuco: "Amerai il Signore Dio tuo"
e "Amerai il prossimo tuo", ma è Cristo che le unisce
stabilendo tra loro una gerarchia: "Il secondo è simile
al primo" (Mt 22,39). L'amore verso il prossimo non solo è
il "secondo" comandamento, ma è anche un comandamento
"simile" al primo, e perciò non uguale. Dalle labbra
di Cristo, ci vengono riproposte le medesime parole della Legge mosaica,
ma con delle puntuali precisazioni. L'insegnamento molto chiaro di questa
gerarchia che Cristo istituisce tra i due amori è che non può
esistere amore di prossimo né autentico rispetto della persona
umana, e dei suoi diritti fondamentali, laddove mancasse il primato
di Dio. Si illudono perciò di dare culto a Dio, coloro i quali
ritengono di poter sostituire la preghiera e l'ascolto della Parola
con la carità assistenziale. Senza il primato di Dio, la carità
assistenziale diviene pura filantropia, come quella che sono soliti
avere gli atei dal cuore sensibile. Era proprio questo che Gesù
voleva dire a Marta, allorché ella pensò di poter amare
Cristo assistenzialmente, trascurando l'ascolto della sua Parola (cfr.
Lc 10,38-42).
In Luca, il dialogo tra Gesù e il dottore della Legge considerato
in se stesso è molto più stringato, ma si prolunga poi
in un insegnamento riguardante l'amore del prossimo, mediante una parabola.
Cristo risponde alla domanda del dottore della Legge, "E chi è
il mio prossimo?" (Lc 10,29), con un racconto: "Un uomo scendeva
da Gerusalemme a Gerico
" (v. 30). La domanda del dottore
della Legge suona alquanto strana, dal momento che il concetto di "prossimo"
era molto chiaro per il giudaismo rabbinico. Nessuno dubitava che il
"prossimo" fosse l'israelita, il parente del proprio clan
familiare, o lo sconosciuto comunque discendente di Giacobbe. E' vero
che il Deuteronomio comanda di amare lo straniero (cfr. 10,19), ma rimane
il fatto che egli è incirconciso e idolatra; e ciò scava
una distanza incolmabile. Perfino nel NT abbiamo echi di questa disposizione
mentale giudaica, nelle difficoltà che gli Apostoli incontrano
nell'offrire i beni messianici ai gentili. Quando Pietro, ispirato da
Dio, battezza un centurione con tutta la sua famiglia, sente persino
il bisogno di giustificarsi dinanzi alla comunità (cfr. At 10,44-48
e 11,1-18). La risposta narrativa di Gesù fa saltare questo schema,
insieme al significato che il linguaggio comune attribuisce alla parola
"prossimo" anche oggi tra noi. Come gli ebrei, un po' tutti
siamo portati a pensare che il "prossimo" sia colui che mi
è vicino. Del resto è la parola stessa che ce lo fa pensare:
"prossimo" nella nostra lingua è sinonimo di "vicino".
L'idea è però quella dell'essere fermi in una determinata
posizione. Se due persone stanno ferme, si può misurare la distanza
che li separa; e se questa distanza è breve, diciamo che ciascuno
dei due, rispetto all'altro, è "prossimo". Questa concezione
statica, che è sottesa anche alla domanda - probabilmente insidiosa;
e ci spieghiamo così come mai una domanda su un'idea chiara per
tutti - del dottore della Legge, non incontra il consenso di Cristo,
il quale indica piuttosto una prospettiva e un significato dinamici:
prossimo non lo si è, ma lo si diviene. E ciò non perché
qualcuno mi è vicino, ma perché io mi faccio vicino a
qualcuno (cfr. Lc 10,34). Le categorie consuete risultano così
totalmente capovolte. La parabola intende esprimere proprio questa verità
in termini narrativi. Il dottore della Legge sapeva dell'annuncio di
un amore universale insito nella dottrina di Cristo, e forse sperava
di coglierlo in fallo, accusandolo di sottovalutare la distanza che
l'elezione e la circoncisione hanno prodotto tra Israele e gli altri
popoli. Dalla parabola, tuttavia, la verità e lo splendore di
un amore "che si fa prossimo", emergono in un modo così
penetrante che l'osservanza meticolosa dei precetti mosaici appare perfino
meschina. Le due figure rappresentative dell'Israele puro, il sacerdote
e il levita, passano oltre senza curarsi del malcapitato, a motivo di
una ostinata osservanza dei precetti mosaici, per i quali bisognava
stare bene attenti a non contaminarsi con i cadaveri; proibizione che
per i sacerdoti era assoluta, con l'unica eccezione nel caso in cui
il morto fosse un parente stretto (cfr. Lv 21,1-4). Quell'uomo definito
da Gesù "mezzo morto", e quindi svenuto (v. 30), è
uno sconosciuto, per il quale vige la proibizione di non contaminarsi.
Essi infatti non si avvicinano, per paura di scoprire, dopo averlo toccato,
che si tratti di un cadavere. In questa maniera pongono il precetto
della Legge al di sopra della persona e del suo bene, e decidono di
conseguenza di passare oltre, senza appurare se quell'uomo sdraiato
per terra sia morto o sia soltanto svenuto.La figura che entra in scena
successivamente, il samaritano in viaggio, che passa da quella medesima
strada, è una figura di contrasto. Il levita e il sacerdote,
di servizio al Tempio e a contatto continuo con le cose sacre, col pretesto
di amare Dio non amano la persona umana; il samaritano, da essi considerato
come un pagano, dimostra, pur senza saperlo, che l'amore è la
legge superiore a tutte le altre leggi. Non vi è legge, per quanto
santa, che possa autorizzare il disprezzo della persona umana. Ciò
che distingue questo samaritano dagli altri due personaggi della parabola
è "qualcosa" che gli succede nel cuore, alla vista
di quell'uomo depredato e abbandonato a se stesso: "Lo vide e ne
ebbe compassione" (v. 33), in contrasto con gli altri due, di cui
si dice: "Lo vide e passò oltre" (vv. 31.32). Questo
contrasto sembra voler dire che non è possibile rispettare contemporaneamente
il primato di Dio e il primato dell'uomo, se il proprio cuore non è
capace di compassione. E la compassione si manifesta sulla soglia dello
sguardo. Non è un problema di ubbidienza a una legge: si tratta
solo di avere un cuore umano. Quando questo manca, si cade nei due eccessi,
entrambi erronei: o un amore a Dio che calpesta i diritti della persona
umana, o un umanesimo eccessivo che calpesta i diritti di Dio.Gli atteggiamenti
del samaritano sono rivelativi delle esigenze della carità verso
il prossimo. Il punto di partenza è il movimento interiore della
compassione: "lo vide e ne ebbe compassione" (v. 33). Successivamente,
l'altro diventa il mio prossimo, o, più precisamente, sono io
che lo faccio diventare tale: "Gli si fece vicino" (v. 34).
Infine, seguono due necessari atti di rinuncia: la rinuncia al proprio
tempo; il samaritano quel giorno si ferma infatti con lui: "Il
giorno seguente
" (v. 35); e la rinuncia a parte dei propri
averi: "estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo:
quello che spenderai in più te lo rifonderò al mio ritorno"
(v. 35).A questo punto Gesù si rivolge al dottore della Legge
e gli chiede: "Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo
di colui che è incappato nei briganti?" (v. 36). Quegli
rispose: "Chi ha avuto compassione di lui. E Gesù gli disse:
Va', e fai lo stesso anche tu" (v. 37).La pericope successiva si
inquadra perfettamente nell'insegnamento sulle caratteristiche peculiari
dell'amore verso Dio e dell'amore verso il prossimo: la visita di Cristo
a Betania. In un certo senso, è una ulteriore esplicazione narrativa,
parallela alla parabola del buon samaritano: lì si descrivevano
le caratteristiche del "prossimo", insieme al modo di amarlo;
qui si descrive come va amato Dio, ritornando così al vero significato
del "primo comandamento", introdotto da un imperativo: "Ascolta,
Israele" (Mc 12,29). Marta e Maria entrambe accolgono Cristo e
gli manifestano il loro amore, ma solo Maria lo fa secondo l'imperativo
del Deuteronomio (6,5), sedendosi ai piedi di Gesù per ascoltare
la sua Parola. |