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La prima lettera ai Corinzi: l'inno alla carità (1 Cor 13,1-13)
Il testo paolino più importante sul tema della carità è certamente quello della prima lettera ai Corinzi, all'inizio del capitolo 13. Qui l'Apostolo presenta una sorta di elenco di disposizioni interiori suggerite dalla virtù della carità teologale. Sarà opportuno mettere in evidenza le più significative.I primi tre versetti focalizzano intanto una verità teologica di grande portata: il valore delle opere non risiede nelle opere stesse. Neppure tutti i doni di conoscenza e di profezia messi insieme riescono a raggiungere la soglia minima del merito davanti agli occhi di Dio, in assenza della carità teologale. Ma c'è di più. Il v. 3 suppone l'esistenza del paradosso che perfino le opere relative alla carità possano essere compiute senza la carità: "E se anche distribuissi tutte le mie sostanze… ma non avessi la carità, niente mi giova". In definitiva: le opere sogliono esercitare una notevole fascinazione sulla nostra sensibilità, specialmente quando si presentano con la veste dell'eroismo. L'Apostolo sembra voler demolire alla radice quella che, nella seconda lettera ai Tessalonicesi, si presenterà come la strada maestra dell'inganno dell'Anticristo: il fascino delle opere (2,9-10). Qui viene rimarcato con forza il dato dell'autentica dottrina cristiana: agli occhi di Dio, le opere valgono in forza dello stato di grazia di colui che le compie. Diversamente, le opere acquisterebbero uno statuto indipendente dalla persona, e questo sarebbe del tutto irragionevole. Anzi, è proprio sulla base di questa dissociazione tra la persona e le sue opere, che lo spirito dell'anticristo può agire mediante i falsi profeti, generando inganno e menzogna. Per capire l'assurdità di una tale dissociazione, basti pensare a uno stesso gesto compiuto da due diversi soggetti: se vado a trovare un amico, al mio ingresso nella sua casa, egli mi verrà incontro facendomi festa, ma probabilmente anche il suo cane mi verrà incontro, facendomi festa. Il gesto è identico, ma il soggetto è diverso. Non c'è dubbio che anche lo scodinzolare del suo cane possa rallegrarmi, ma rimane il fatto che l'accoglienza personale del mio amico è di tutt'altra natura. Essa, ai miei occhi, riveste un valore incomparabilmente più alto. Così le opere compiute da chi vive in grazia di Dio, differiscono sostanzialmente, sul piano del merito, da quelle di chi è privo della grazia santificante.Questa prospettiva paolina ci spinge a un'ulteriore riflessione: se le opere acquistano valore in forza della carità teologale, allora dobbiamo concludere che la virtù teologale della carità è il segnale visibile dello stato di grazia. Per tradurre l'enunciato in termini pratici, si potrebbe dire che si può dedurre quanto uno è in grazia da quanto egli ama. La qualità dell'amore, manifestato nel proprio stile di vita, rende visibile lo stato di grazia. Del resto, la dottrina che sta alla base dei processi di beatificazione è proprio questa: si indaga innanzitutto sulla eroicità delle virtù, e con la definizione "eroicità delle virtù" si intende dire che uno ha vissuto nella perfezione delle carità. Infatti, quando la carità teologale raggiunge il suo massimo sviluppo, simultaneamente tutte le virtù della persona sono eroiche. Dopo avere accertato ciò in sede di tribunale ecclesiastico, si attende un primo miracolo per la beatificazione e un secondo miracolo per la canonizzazione. Dal v. 4 l'Apostolo Paolo si sofferma su alcune disposizioni pratiche che si concretizzano negli atteggiamenti di chi vive sotto l'ispirazione della carità teologale. In cima alla lista, sta la pazienza: "La carità è paziente". Il primo atteggiamento concomitante alla carità è la pazienza, perché chi non possiede questa virtù non può amare in senso cristiano. Non può amare né Dio né il prossimo. La carità teologale consiste infatti nell'amare, senza cercare un beneficio per sé; e ciò sia nei riguardi di Dio, sia nei riguardi dell'uomo. Chi manca di pazienza può amare solo quando l'atto di amore offre un ritorno simultaneo. E il motivo è molto semplice, persino ovvio per chiunque abbia un pizzico di maturità umana. Riguardo a Dio: se io prego e Dio mi consola interiormente, io sarò spontaneamente portato a pregare ancora; ma se Dio mi toglie la consolazione interiore, potrò perseverare solo se avrò la virtù della pazienza. Riguardo agli uomini: se io compio un gesto d'amore ed esso mi viene ricambiato, per me è facile riempire il mio animo di sentimenti positivi verso la persona da me beneficata; ma se questo gesto presuppone delle rinunce o risulti privo di una risposta umana gratificante (come nella parabola del buon samaritano, dove il gesto d'amore è costoso e privo di gratificazione umana, visto che non si dice cosa quel malcapitato abbia fatto per il suo soccorritore), potrò continuare ad amare quella persona solo se avrò la virtù della pazienza.

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