"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Un esempio di pazienza come virtù è dato dalla seconda lettera ai Corinzi, dove l'Apostolo chiede a Dio di essere liberato da un inviato di Satana. In un momento di grande difficoltà e di rapporti piuttosto tesi con la comunità di Corinto, l'Apostolo risponde alle obiezioni che gli vengono mosse mediante una lunga riflessione sui caratteri propri del ministero apostolico. Essenzialmente, l'autenticità dell'apostolato si riconosce attraverso quei segni che costituivano un rimprovero lanciato contro di lui: uno stile dimesso, paziente, umile, alieno da pose da protagonismo. Paolo, però, per amore della verità, e data l'emergenza delle circostanze, vuole sottolineare che a lui non mancano né le rivelazioni né le grandi esperienze carismatiche, benché non è su questo che deve fondarsi la credibilità l'apostolato. Se i corinzi le ignorano è perché lui non ama fregiarsene. Ma ci sono. Narrando una di queste esperienze mistiche - un rapimento il cui oggetto sembra che sia la visione beatifica - accenna a un particolare dal quale possiamo cogliere il senso della virtù della pazienza nelle cose che riguardano Dio: "Perché non insuperbissi per la grandezza delle rivelazioni, mi è stato messo un pungiglione nella carne, un messo di Satana che mi schiaffeggi... Tre volte ho pregato il Signore che lo allontanasse da me. Mi rispose: Ti basta la mia grazia" (2 Cor 11,7-8). Ci sembra di estremo significato questo decreto del Signore, che ha ritenuto opportuno agire in senso contrario rispetto alla richiesta del suo apostolo. In sostanza, Paolo gli chiedeva nella preghiera di essere liberato da questo misterioso messo di Satana che lo schiaffeggiava, ma Dio giudica opportuno che questo messo continui a schiaffeggiarlo. Il nostro bene, infatti, non sempre si identifica con la "liberazione" materiale da ciò che ci affligge. Le ragioni della santità sono superiori alle esigenze della nostra sensibilità. Talvolta, la santità si accresce proprio in forza di una afflizione fisica o morale, a condizione che Dio ci conservi nella sua grazia. Ed è questa la cosa più necessaria che Dio garantisce infallibilmente al suo apostolo: "Ti basta la mia grazia". Tale grazia che trasforma l'afflizione in un potente trampolino verso le vette della santità, viene invalidata e resa inefficace dall'impazienza umana che, invece di abbandonarsi all'opera del vasaio, si irrigidisce impedendo all'artista di perfezionare ulteriormente la sua opera.C'è però anche una virtù della pazienza nelle cose che riguardano gli uomini, e Paolo ne fa cenno nella lettera ai Galati. La Galazia era stata evangelizzata dall'Apostolo durante il secondo e il terzo viaggio missionario. Dopo la partenza di Paolo, però, si infiltrarono nella comunità dei predicatori giudaizzanti, screditando la dottrina aperta e di ampio respiro che Paolo vi aveva seminato. Questi negavano a Paolo il carisma apostolico e dicevano che la fede non basta per ricevere lo Spirito se non ci si sottopone anche ai precetti giudaici. Quando l'Apostolo viene a conoscenza di tutto questo, gli sembra che la sua opera di evangelizzazione in Galazia rischi di andare in fumo. Perciò scrive una lettera dai toni molto forti, per riaffermare che non esiste un vangelo diverso da quello annunciato da lui e che il carisma apostolico gli è stato conferito direttamente dal Risorto. L'amore verso il prossimo, in questo specifico episodio, assume per l'Apostolo Paolo i caratteri della virtù della pazienza, giacché sarebbe stato impossibile per un uomo dominato dalla impazienza, ricominciare da capo un'opera preziosa, dopo che sia stata guastata fino alle radici. Non a caso, nelle lettere a Timoteo e a Tito la virtù della pazienza è una di quelle più fondamentali nella personalità di un pastore: "Ma tu, uomo di Dio, tendi alla pazienza, alla mitezza" (1 Tm 6,11); e lo stesso Paolo, quasi a commento delle esigenze del proprio ministero apostolico, dice: "Sopporto ogni cosa per gli eletti" ( 2 Tm 2,10). La virtù della pazienza è dunque direttamente ispirata dalla carità.

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