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La
seconda disposizione della carità, secondo l'ordine presentato
da 1 Corinzi 13, è la benignità (cfr. v. 4). La benignità
è quella condizione interiore pienamente positiva che non lascia
spazio a pensieri, sentimenti, idee e decisioni improntate a forme di
ostilità verso il prossimo. Questo non comporta però ingenuità
infantile o cecità: "Siate bambini quanto a malizia, ma
uomini maturi quanto ai giudizi" (1 Cor 14,20). La benignità,
ovviamente, non è il buonismo. Cristo non è mai buonista;
anzi, Egli non teme di pagare di persona, quando si tratta di affermare
i diritti della verità. Il buonismo, ossia quell'atteggiamento
di chi, per amore di una fraintesa pace, chiude gli occhi sui mali reali
del proprio ambiente, non è compatibile col cristianesimo. E'
solo vigliaccheria camuffata da virtù. Dall'altro lato, lo zelo
per i diritti della verità non deve essere praticato contro i
diritti dell'amore: "La libertà non divenga un pretesto
per vivere secondo la carne" (Gal 5,13). Anche la questione degli
idolotiti si muove sullo stesso versante (cfr. 1 Cor 8,1ss).La carità
si presenta con un carattere fondamentalmente umile negli appellativi
che seguono: "non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia,
non manca di rispetto" (vv. 4-5). Sono espressioni non bisognose
di commento e che richiamano quelle, in certo modo parallele, della
lettera di Giacomo: "La sapienza che viene dall'alto è anzitutto
pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni
frutti, senza parzialità, senza ipocrisia" (3,17). Particolarmente
degne di attenzione, in riferimento agli atteggiamenti specifici della
carità teologale, sono due espressioni paoline del v. 5: "non
cerca il suo interesse, non tiene conto del male ricevuto" e poi
poco più avanti: "Tutto copre, tutto crede, tutto spera,
tutto sopporta" (v. 7). Tipico della carità teologale è
la ricerca della felicità altrui e la dimenticanza del male ricevuto.
I due atteggiamenti sono complementari e interdipendenti, dal momento
che nessuno dei due è realmente autentico senza l'altro. Il modello
dell'amore, che Gesù consegna ai suoi discepoli prima di lasciarli,
consiste nell'icona della lavanda dei piedi; nel fatto di chinarsi a
lavare i piedi ai suoi discepoli, Cristo visibilizza la disposizione
perenne di Dio, nel suo instancabile servizio in favore della vita,
ma rende anche visibile, in modo plastico, il suo stile di vita come
uomo, continuamente proiettato nel donare la gioia agli altri, noncurante
della propria. Non solo indifferente alla propria gioia, ma persino
dimentico della persecuzione che non gli dà tregua dal grembo
materno fino ai suoi ultimi istanti di vita. Muore, infatti, pronunciando
parole di assoluzione per la durezza umana e rinunciando al giudizio
(cfr. Lc 23,34), finché il Padre stesso non lo autorizzerà
a sedersi sugli scanni dell'ultimo tribunale (cfr. Mt 25,31).Anche il
v. 7 indica delle disposizioni irrinunciabili per chi vuole vivere la
carità teologale: dicendo che "la carità tutto copre",
l'Apostolo non ha certo voluto dire che la carità di un cristiano
consiste nell'offrire copertura e falsa testimonianza ai malfattori;
nessun uomo sano di mente lo penserebbe. E' chiaro allora che il senso
del "coprire tutto" non va letto nella linea della complicità
col male, bensì nella linea di una custodia del buon nome di
tutti, quando non sia né utile né necessario scoprire
gli altarini altrui. Si può venire a sapere molto sugli sbagli
altrui, ma a che giova farsene banditori? Diverso è il caso di
chi, informato sui fatti, viene chiamato a rendere testimonianza in
tribunale; lì non ha più senso "coprire" il
colpevole, se a questa copertura può conseguire la condanna di
un innocente. Ancora diverso è il caso, senza giungere all'esempio
estremo dei tribunali, in cui, nel mondo del lavoro o nella vita sociale,
sia opportuno manifestare una determinata colpevolezza solo a chi può
porvi un rimedio senza creare scandali ed evitare così che la
furbizia di un solo uomo possa danneggiare, nei loro diritti fondamentali,
i colleghi leali o i cittadini onesti. All'infuori della custodia del
bene comune - cioè quando la copertura di una colpa di un soggetto
non genera un danno a terzi - il cristiano custodisce il buon nome della
persona, se non ci sono gravi ragioni per renderla nota all'autorità
costituita. Semmai, il cristiano ricorrerà, quando la sua prudenza
glielo suggerirà, alla correzione fraterna o al dialogo privato,
nella speranza di un miglioramento.
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