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Si
tratta comunque di indicazioni di principio, ma ciascuno, nella propria
maturità umana e cristiana, saprà come applicarle alle
molteplici situazioni particolari che la vita ci sottopone. Sulla carità
che "tutto copre", l'esempio più eloquente è
rappresentato dal comportamento che Cristo tiene nei confronti di Giuda.
Cristo non ignorava nulla delle macchinazioni del suo Apostolo. Durante
l'Ultima Cena, gli evangelisti riportano una dichiarazione di Gesù
che scuote profondamente il gruppo dei Dodici: "In verità
vi dico, uno di voi, colui che mangia con Me, mi tradirà"
(Mc 14,18). Matteo e Giovanni mantengono più o meno la stessa
formulazione di Marco, mentre Luca si esprime con una leggera variazione:
"Il Figlio dell'uomo se ne va, secondo quanto è stabilito;
ma guai a quell'uomo dal quale è tradito!" (Lc 22,22). Il
particolare che in questa circostanza ci colpisce è il fatto
che nessun Apostolo sospetta di Giuda. Pietro chiede a Giovanni di informarsi
lui (cfr. Gv 13,24-25), mentre i Dodici, ora l'uno ora l'altro, chiedono
a Gesù: "Sono forse io?" (Mc 14,19). Ma come? Uno dei
Dodici ha tradito il Maestro e nessuno, nel gruppo apostolico, fino
all'ultimo, ha sospettato niente? Inoltre, quando Gesù annuncia
il tradimento, il nome di Giuda non viene in mente a nessuno dei presenti.
E' un particolare senza dubbio strano e si può spiegare solo
in un modo: Cristo ha nascosto agli altri Apostoli la verità
inquietante di Giuda e il carattere sinistro della sua personalità.
In questo caso, la conoscenza delle macchinazioni di Giuda avrebbe portato
solo un male maggiore in seno al gruppo apostolico. E' proprio questo
il caso in cui il cristiano non divulga le colpe degli altri e non ne
parla con le persone sbagliate: quando il parlarne non produce nulla
se non un male che si aggiunge al male.Inoltre, l'Apostolo dice che
la carità "tutto crede" (v. 7), e ciò getta
una grande luce sulla capacità o incapacità di credere
e di fidarsi. L'eccessivo criticismo, che tanto piace agli uomini di
mondo, e che per molti è una dimostrazione di intelligenza, tanto
che non di rado la gente si gloria di non essere ingenua, in realtà,
per la visione cristiana della cose, il più delle volte si radica
nell'amor proprio e non nell'amore alla verità. Dire cha l'amore
"tutto crede" equivale a dire che, molto spesso, l'indisponibilità
a credere, professata sotto l'aspetto nobile del raziocinio, nasconde
la causa reale che è il non amore per la verità. Lo stesso
vale per la speranza. Evidentemente, né la fede né la
speranza possono esistere da sole, in assenza della carità. La
carità, inoltre, "non avrà mai fine" (v. 8),
vale a dire: l'amore teologale è la qualità dell'essere
eterno. O per meglio dire, l'eternità si nutre d'amore, perché
l'amore è Dio. Chi entra nella dimora dei santi, ossia nella
Gerusalemme celeste, dove Dio dimorerà per sempre con l'umanità,
entra nell'amore. Ma questo ci introduce già nella profonda riflessione
teologica dell'Apostolo Giovanni nella sua prima lettera. |