"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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La prima lettera di Giovanni: alle sorgenti dell'Amore
Giovanni descrive l'amore teologale a partire dalla sua sorgente trinitaria: "La nostra comunione è col Padre e col Figlio" (1,3). Tale esperienza di comunione - che è cosa diversa dall'amicizia, dalla benevolenza o dalla simpatia, e da qualunque altro sentimento che lega umanamente due o più persone - è di origine divina e si realizza in forza della predicazione apostolica: "quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi" (1,3). La comunione fraterna, poi, è il luogo della guarigione totale della persona: "siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù ci purifica da ogni peccato" (1,7). La perfezione dell'amore si raggiunge nell'osservanza della Parola di Dio: "chi osserva la sua Parola, in lui l'amore di Dio è veramente perfetto" (2,5) e si realizza nella misura in cui la propria vita è una replica di quella di Cristo: "chi dice di dimorare in Cristo deve comportarsi come Lui si è comportato" (2,6). Al contrario, chi conserva ancora nella propria personalità degli atteggiamenti di ostilità verso il prossimo, non è ancora pervenuto alla piena luce della carità teologale: "chi odia suo fratello è nelle tenebre" (2,11; cfr. 3,10). La cattiveria altrui, insomma, non è mai, per
un autentico discepolo, una motivazione che possa giustificare qualsivoglia ostilità; potrà semmai giustificare la prudenza, ma non il malanimo. Un secondo segnale che testimonia contro la carità teologale è il grado di attaccamento al mondo: "Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui" (2,15). Che cosa sia esattamente il "mondo", viene subito dopo spiegato da Giovanni in termini di concupiscenza e di superbia (cfr. 2,16). Il fermento delle passioni umane e la tendenza a costruire un trono per il proprio "io", tutto ciò è il "mondo" giovanneo, che è incompatibile con i sentimenti suggeriti dalla carità teologale. Di fatto, l'inclinazione verso queste disposizioni, frena lo sviluppo della carità e impedisce, di conseguenza, il cammino di perfezione. La carità teologale crea, tra coloro che la possiedono, una intesa profonda e l'impressione di conoscersi al di là dell'esperienza. I figli di Dio si riconoscono tra loro in forza di un'intuizione divina che è amore soprannaturale, così come rimangono sconosciuti al "mondo": "La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto Lui" (3,1). Ma ciò presuppone necessariamente che chi ha conosciuto Lui, conosca chi sono i suoi veri figli. E ciò, ripetiamo, non in forza dell'esperienza, ma in forza della luce del discernimento spirituale. L'Apostolo Paolo esprime lo stesso concetto nella prima lettera ai Corinzi: "L'uomo naturale non comprende le cose dello Spirito di Dio" (1 Cor 2,14). Ma chi vive nello Spirito distingue coloro che lo Spirito ha generato dall'alto.In 3,15 troviamo un singolare commento al quinto comandamento: "Chiunque non ama il proprio fratello è omicida". Si tratta senz'altro di un'affermazione molto radicale, che va compresa all'interno del discepolato cristiano. Sembra riecheggiare l'insegnamento del Maestro nel discorso della montagna: "Avete inteso che fu detto: non uccidere; ma Io vi dico: chiunque si adira col proprio fratello…" (Mt 5,21-22). E' tipica del discepolato cristiano la radicalizzazione del Decalogo e la sua comprensione secondo lo spirito, al di là della lettera. L'intenzione di Dio non è quindi soltanto quella di proibire l'assassinio, ma quella di tutelare la dignità della persona. Ma nelle parole di Giovanni sembra di cogliere anche un'altra sfumatura: l'amore è l'origine dell'uomo, ma è anche la sua destinazione: Dio ci ha creati per amore, ma ci ha creati anche per l'amore; di conseguenza, l'amore è l'unica atmosfera in cui la persona umana può vivere, e per questo sottrargliela è la stessa cosa che uccidere. Ma c'è un secondo motivo per il quale non amare è lo stesso che uccidere: chi non ama impedisce al prossimo di conoscere Dio. L'Apostolo lascia intendere che la conoscenza di Dio è possibile soltanto nell'esperienza dell'amore: "Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi" (4,12). Il senso di questa espressione sembra andare in una linea rivelativi: nessuno in questo mondo può vedere Dio, eppure Lui è presente in una

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