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comunità
dove regna l'amore. La presenza di Dio nel circuito dell'amore è
dunque l'unica possibilità di conoscerlo in questo mondo. Al
contrario, la negazione dell'amore rende impossibile a Dio il rendersi
presente tra gli uomini; di conseguenza, il non amore sbarra la strada
del prossimo verso Dio, impedendogli di accedere alla conoscenza di
Lui, nella quale consiste la vita eterna (cfr. Gv 17,3). Impedire al
prossimo di conoscere Dio è quindi la maniera più radicale
e più sofisticata di ucciderlo; ed ecco il vero senso dell'espressione
apparentemente iperbolica dell'Apostolo: "Chiunque non ama il proprio
fratello è omicida" (3,15).Per Giovanni, Dio entra nel circuito
dell'amore umano, trasformandolo in "teologale", in forza
di un'iniziativa personale e preveniente: "In questo sta l'amore:
non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi"
(4,10). L'amore teologale è quindi possibile per la comunità
cristiana solo dopo che Dio, per sua divina iniziativa, l'ha inserita
nella comunione trinitaria: "se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo
amarci gli uni gli altri" (4,11). Tale espressione giovannea potrebbe
riformularsi anche così: "il fatto che Dio ci ha amati,
ci mette in grado di amarci gli uni gli altri in modo divino; il non
farlo equivarrebbe a lasciare inerte la grazia dell'essere stati amati".
In altre parole, finché non abbiamo conosciuto Dio, e il suo
amore preveniente, è impossibile amare gli altri con modalità
"teologale"; ma dopo essere divenuti consapevoli che siamo
stati amati da Dio, l'indisponibilità a entrare nelle divine
energie della carità, avrebbe l'aspetto di una colpa. Che la
non conoscenza del primato di Dio abbia come conseguenza l'incapacità
di amare veramente il prossimo, si vede nell'episodio della visita di
Gesù a casa di Marta e Maria: Marta ferisce la sorella accusandola
dinanzi a tutti di essere una perdigiorno, mentre ella sta seduta ad
ascoltare il Maestro; e ciò avviene in concomitanza con altro
fatto estremamente significativo: Marta non solo non ama sua sorella,
ma non ama neppure il Maestro, non sentendo il bisogno di fermarsi ad
ascoltarlo. E' vero che si prodiga in molti modi per accoglierlo in
casa sua, ma come mai non capisce che l'unica accoglienza che avrebbe
sollevato il Cuore di Cristo consiste nel consacrargli il proprio ascolto?
(cfr. Lc 10,38-42). Marta non è in grado di amare sua sorella,
perché in realtà non sta amando nel modo giusto neppure
Dio. Maria, che ama Dio nel modo giusto, ama anche Marta nel modo giusto,
sorvolando, come la carità esige, alle parole taglienti della
sorella, che la ferisce in modo trasversale. Infatti, Gesù stesso
si incarica di difenderla. Avendo colto il cuore dell'insegnamento di
Cristo, Giovanni ripresenta la prospettiva imitativa di tutto il NT:
"l'amore ha raggiunto in noi la sua perfezione,
perché
come è Lui, così siamo anche noi in questo mondo"
(4,17). La perfezione dell'amore non consiste quindi nella perfetta
applicazione di un codice di buone maniere, bensì nella perfetta
"personificazione" di Dio, al punto tale da rappresentarlo
visibilmente in questo mondo. Era proprio questo che Cristo voleva dire
a Filippo, quando gli rispose: "Chi ha visto Me, ha visto il Padre"
(Gv 14,9). Dall'Incarnazione in poi, Dio si è reso visibile nell'umanità
di Cristo e quindi nella visibilità della Chiesa.
L'amore perfetto, a sua volta, si riconosce da una caratteristica inconfondibile,
ossia l'abbandono fiducioso e totale di se stessi a Dio: "Nell'amore
non c'è timore, al contrario l'amore perfetto scaccia il timore,
perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto
nell'amore" (4,18-19). Il timore servile, cioè quel timore
determinato dall'aspettativa di un castigo, tradisce una vita spirituale
ancora immatura, nonostante il fatto che la persona possa soggettivamente
ritenere - e molti erroneamente lo ritengono - che questo "timore"
di Dio sia una testimonianza della propria sensibilità spirituale.
Sì, il timore di Dio è segno senz'altro di una sensibilità
spirituale che si trova solo in chi cammina con Dio, però non è
una sensibilità matura. Infatti l'Apostolo precisa che "chi
teme non è perfetto nell'amore" (4,18-19). E' un'affermazione
che non sembra ammettere alcuna eccezione; la perfezione d'amore è
anche il totale rasserenamento del cuore nel rapporto con Dio. L'Apostolo
spiega questo atteggiamento, che i neofiti difficilmente possono capire,
alla fine del capitolo terzo: "davanti a Lui rassicureremo il nostro
cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande
del nostro cuore e conosce ogni cosa" (3,19-20). Poi aggiunge subito
dopo: "Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo
fiducia in Dio" (3,21). Si tratta di due situazioni interiori diverse,
vale a dire: diverse per coloro che nell'amore teologale sono ancora immaturi,
ma che non differiscono affatto per chi ha raggiunto la perfezione dell'amore.
Non c'è dubbio che i vv. 19-20 descrivano una situazione contraddittoria
per qualunque uomo normale: è infatti quantomeno strano rassicurare
il proprio cuore davanti a Dio, mentre il cuore (cioè la nostra
coscienza) ha qualcosa da rimproverarci. E' invece logico quanto viene
ipotizzato dal v. 21: "se il nostro cuore non ci rimprovera nulla,
abbiamo fiducia in Dio". E' logico, è umano, è comprensibile.
Però i vv. 19-20, nella loro apparente stranezza, affermano una
verità teologica di grande portata: la santità se ne fa
un baffo di ciò che è umanamente logico! Colui che ha raggiunto
la perfezione dell'amore, ed è quindi entrato realmente nell'orbita
della santità, non trova più che esista alcuna differenza
tra i giorni in cui il suo cuore gli rimprovera qualcosa e i giorni in
cui ha la sensazione di essere un giusto. Egli non capisce più
che differenza ci sia, per il semplice fatto che la sua pace interiore
non consiste in un autogiudizio positivo (del genere: oggi sei stato bravo,
hai fatto il tuo dovere senza sbagliare), bensì in un riposo nel
Cuore di Cristo, accettando su di sé giudizio di Dio, qualunque
esso sia. Il santo non guarda più verso se stesso e non si inquieta
più quando deve |