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constatare
i suoi limiti umani, pochi o molti che siano. Per questo i vv. 19-20
parlano di lui e non del neofita, per il quale è sempre un dramma
la coscienza di aver peccato in qualcosa. Chi è maturo nell'amore
teologale invece non ci bada più; è come uno smemorato,
allo stesso modo di Maria ai piedi di Gesù, mentre Marta la rimprovera
indirettamente. Maria non si ricorda più cosa sia stata nel passato,
se peccatrice o innocente; se se ne ricordasse, non potrebbe più
ascoltare serenamente il Maestro: si ripiegherebbe ai suoi piedi a piangere,
come la peccatrice in casa di Simone (cfr. Lc 7,36-50). Maria non bada
neanche a Marta e alle sue parole ingiuste; non mostra neppure di avvedersene.
Contemplando Cristo, è come smemorata di tutto (cfr. Lc 10,38-42).
La consapevolezza che "Dio è più grande del nostro
cuore e conosce ogni cosa" (3,20) è la grande scoperta della
maturità cristiana. Essa si collega inseparabilmente a un'altra
scoperta: il giudizio che noi pronunciamo quotidianamente su noi stessi
è falso. I neofiti si sentono tranquilli quando il loro cuore
non rimprovera loro nulla, perché non hanno realmente chiaro
che "Dio è più grande del nostro cuore". Più
grande del nostro cuore significa che vede molto aldilà di quel
che vediamo noi; più grande del nostro cuore significa che spesso
ci inquietiamo per le nostre infedeltà, perché proiettiamo
in Dio la grettezza del nostro cuore che in quel momento ci sta rimproverando.
Vale a dire: proiettiamo in Dio la nostra incapacità di perdonare
a noi stessi, e non capiamo che anche questo è frutto dell'orgoglio
ferito. L'Apostolo Pietro ha scoperto durante la Passione che "Dio
è più grande del nostro cuore". All'annuncio del
rinnegamento egli aveva replicato a Gesù: "Signore, con
Te sono pronto ad andare in prigione e alla morte" (Lc 22,33).
Nessuno ha mai dubitato che in quel momento egli fosse sincero; era
sincero nel senso che manifestava a Cristo ciò che pensava di
se stesso. Gli eventi della Passione e il suo crollo davanti alla portinaia,
lo renderanno consapevole che quello che pensiamo di noi stessi è
falso e che solo Dio sa realmente chi siamo. Da qui nasce l'abbandono
e il riposo della coscienza non in ciò che pensiamo di noi stessi
ma nel Cuore di Cristo, l'Unico che ci conosce e ci perdona infinitamente.Anche
Pietro apprende, dopo gli eventi della Passione, che Dio è più
grande del nostro cuore e che la nostra opinione su noi stessi è
falsa. Nell'apparizione sul lago di Tiberiade (cfr. Gv 21), alla domanda
di Gesù: "Simone di Giovanni, mi ami tu?" ripetuta
per tre volte, l'Apostolo non risponde più con l'eccessiva sicurezza
di un tempo, ma si appoggia al giudizio di Cristo e non sul proprio:
"Signore, tu lo sai" (cfr. Gv 21,15-17).La visione giovannea
della carità fraterna non riguarda tuttavia solo gli aspetti
intimi e profondi dell'animo, nelle sue diverse disposizioni verso Dio
e verso l'uomo; l'Apostolo afferma anche l'imprescindibile concretezza
della carità: "Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e
vedendo il proprio fratello in necessità gli chiude il proprio
cuore, come dimora in lui l'amore di Dio?" (3,17). E ciò
suona come una specificazione del v. 16: "Da questo abbiamo conosciuto
l'amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo
dare la vita per i fratelli". Sembrerebbe che l'amore consista
nel "morire" per gli altri, ma quando mai se ne avrà
l'occasione? Era perciò necessario un versetto esplicativo per
non cadere in questo disdicevole fraintendimento. Dare la vita per gli
altri non significa morire "fisicamente" per qualcuno, ma
significa essere capaci di cedere, per il bene degli altri, ciò
che per noi è una risorsa vitale. Abbiamo "dato la vita"
per qualcuno, tutte le volte che gli abbiamo permesso di usufruire di
ciò che riempie la nostra vita. Giovanni fa l'esempio delle ricchezze
di questo mondo, ma si potrebbe pensare a tutte le altre cose che ci
arricchiscono anche nei settori dello spirito. In sostanza, nega l'amore,
e non dà la propria vita per gli altri, colui che dichiara di
sua proprietà esclusiva qualcuno dei beni materiali o morali
che lo sostengono.
Le sezioni esortative dell'epistolario
I testi esortativi dell'epistolario sono abbastanza chiari e certamente
non bisognosi di ulteriori spiegazioni, trattandosi di suggerimenti
pratici. Tuttavia aggiungeremo solo qualche parola esplicativa in quei
punti che ci sembrano particolarmente degni di attenzione."Amatevi
cordialmente con l'amore di fratelli, siate solleciti e non pigri"
(Rm 12,10-11).Questa esortazione coglie un aspetto importante che solitamente
sottovalutiamo nella vita quotidiana: il compimento sollecito e perfetto
dei propri doveri quotidiani è amore. Pensiamo più comunemente
che l'amore debba esprimersi in particolari occasioni e non pensiamo
che è già amore la sollecitudine nell'ordinario della
quotidianità. La carità è dunque incompatibile
con la pigrizia e con la noncuranza nelle cose che gli altri si aspettano
da me."Invocate benedizioni su chi vi perseguita; benedite e non
maledite; siate partecipi alla gioia di chi gioisce, al pianto di chi
piange" (Rm 12,14-15)Si tratta di due atteggiamenti diversi: il
primo si inserisce nell'esperienza cristiana della riconciliazione;
il secondo, descrive il movimento della solidarietà. Il fatto
di rispondere alle persecuzioni con la benedizione e la preghiera di
intercessione è una questione cruciale per la il tema della carità:
l'amore che il cristiano manifesta intorno a sé non è
mai condizionato da qualcosa, ma è sempre, in un certo senso,
un amore "assoluto". |