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Infatti,
la misura dell'amore che viene dato non è mai calcolata su quella
dell'amore che si riceve (o che non si riceve); da questo punto di vista
è del tutto indifferente per il cristiano l'essere amato o meno.
Più precisamente, la sua capacità di amare non deriva
affatto dall'essere amato dal prossimo, in quanto essa deriva dall'essere
stato amato da Dio: "Noi dobbiamo amare, perché Lui per
primo ci ha amati" (1 Gv 4,19). Il cristiano è in grado
di offrire un amore indipendente e libero da ogni aspettativa di ritorno,
per il semplice fatto che, nell'essere stato amato da Cristo, egli ha
ricevuto tutto ciò che dall'amore poteva attendersi. Da quel
momento in poi nessun essere umano, per quanto mi possa amare, è
in grado di aggiungere nulla alla pienezza con cui Cristo ha riempito
e appagato il mio cuore. Per questa ragione, Cristo esige esplicitamente
di essere amato più del proprio partner, più dei propri
genitori e più dei propri figli, appunto perché il loro
amore non può aggiungere nulla a quello che Lui mi ha già
dato (cfr. Mt 10,37 e Lc 14,26). Ecco perché il fatto di non
ricevere amore dalle creature, non mi rattrista più. C'è
una seconda ragione per cui il cristiano perdona radicalmente i propri
persecutori, ed è perché essi solo così possono
essere perdonati da Dio. Cristo muore perdonando i suoi crocifissori
(cfr. Lc 23,34) e così anche il primo martire della Chiesa (cfr.
At 7,60). Ciò procede da una motivazione profonda. Quando Dio
si pone come giudice delle azioni umane, Egli ci considera in stato
debitorio verso la Giustizia, finché permangono le conseguenze
negative dei nostri gesti peccaminosi. Ciò significa che io posso
pentirmi del mio peccato, ma se esso ha danneggiato qualcuno, non posso
pensare che il mio debito verso la Giustizia sia estinto se, oltre ad
avere chiesto perdono a Dio, io non ho riparato il male che ho fatto.
Nel caso in cui il danno che ho fatto è di ordine materiale o
economico, posso ripararlo restituendo il mal tolto (cfr. Lc 19,8).
Ma se il danno che ho fatto è di ordine morale o emozionale,
poniamo il caso ad esempio di un mio atteggiamento che ha ferito qualcuno,
allora la riparazione non potrà risolversi nel mio chiedere scusa.
Il Giudice divino potrà considerarmi sciolto da ogni debito,
quando la persona che ho ferito dirà al Signore, nella preghiera:
"Signore, per me non esiste più alcuna conseguenza del male
che il tal dei tali mi ha fatto". Allora il Signore risponderà:
"Poiché non esiste per te, non può esistere più
neppure per Me". A questo punto, chi mi ha ferito può essere
perdonato da Dio in modo così pieno che non sarà necessario
per lui passare dal Purgatorio. Diversamente, se io rimango crucciato
verso il mio offensore, la Giustizia di Dio non lo potrà assolvere
che dalla colpa, ma certo non dalla pena, perché la pena è
costituita dal mio stesso cruccio.
"Se è possibile, per quanto dipende da voi, siate in pace
con tutti. Non vi vendicate, carissimi, ma cedete il posto all'ira divina"
(Rm 12,18-19)Il tema della riconciliazione ritorna in questi due versetti,
sotto due particolari angolature: la concretezza della riconciliazione
e la rinuncia a farsi giustizia da sé. Quanto alla prima angolatura,non
può sfuggire la duplice restrizione che l'Apostolo pone dinanzi
alla prospettiva della riconciliazione come fatto concreto. Infatti,
tutt'altra cosa è la riconciliazione come esperienza di perdono
offerto a livello del cuore. Questo, il cristiano, è tenuto a
farlo sempre. Il perdono offerto a livello del cuore nella preghiera
è il primo perdono che Dio si aspetta da noi, come dimostra la
morte di Cristo e del diacono Stefano. Essi non hanno potuto smorzare
l'ostilità dei loro nemici, che di fatto li hanno ugualmente
giustiziati, ma hanno potuto eliminare di sicuro una parte del peccato
(la pena) di chi li uccideva, dicendo a Dio: "Per quanto mi riguarda,
non si tenga conto del male che mi fanno". L'altra parte del peccato
(la colpa) sarebbe stata eliminata dal pentimento, quando fosse sopraggiunto.
Le due restrizioni: "Se è possibile, per quanto dipende
da voi", intendono sottolineare che, nella complessità degli
eventi della vita, non si può pretendere di vivere in pace con
tutti, dal momento che vi sono alcuni che possono ritenere giusto, dal
loro punto di vista, esserci ostili e rimanerlo anche dopo i nostri
tentativi di riconciliazione. Naturalmente, bisogna appurare bene che
non siano i nostri atteggiamenti sbagliati ad alienarci il loro cuore.
Vi sono infatti anche coloro che sogliono allontanare gli altri, ferendoli
col loro modo di fare, e lamentarsi poi di essere rimasti soli.La seconda
esortazione, riguarda la coscienza cristiana circa il giudizio di Dio.
Si può essere capaci di rinunciare alla vendetta solo a questa
condizione: sapere che il giudizio su ciascuno è già stato
pronunciato dalla Croce e che non occorre più aggiungere alcun
altro giudizio, tanto meno il proprio, di noi che non siamo autorizzati
a sentenziare su nulla: "Il Padre ha affidato ogni giudizio al
Figlio... e gli ha dato il potere di giudicare perché è
Figlio dell'uomo" (Gv 5,22.27)."Dio lo ha accolto amichevolmente.
E chi sei tu che giudichi un domestico altrui?" (Rm 14,3-4)Il tema
del giudizio ritorna nella sezione esortativa della lettera ai Romani.
Qui in modo particolare nel quadro della vita interna della comunità
cristiana. Con quali occhi bisogna guardare coloro che vivono accanto
a me nella stessa comunità? L'Apostolo dice che bisogna guardarli
come si guarda un domestico altrui. L'immagine ci sembra estremamente
eloquente: rischiamo di sprecare energie mentali e tempo riflettendo
e tormentandoci su "un domestico" che non è il "nostro".
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