"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Fuori della metafora: non bisogna lasciarsi trarre in inganno dal proprio senso di "giustizia", che suole spingerci a occuparci di cose che vorremmo aggiustare, mentre la realtà è che rischiamo di superare i confini della nostra autorità, facendoci carico di ciò che non ci compete. "Se tuo fratello è addolorato a causa del cibo, tu non ti comporti più secondo l'amore" (Rm 14,15)L'esortazione dell'Apostolo qui raggiunge toni di straordinaria delicatezza. Occorre però leggere il contesto per capire cosa esattamente l'Apostolo voglia dire. In sostanza, è la ripresa di uninsegnamento che si trova in 1 Corinzi, a proposito della libertà cristiana: il cristiano maturo sa che la carne immolata agli idoli e poi venduta sui mercati non è nulla; tuttavia, chi è venuto alla fede da poco, potrebbe rimanere scandalizzato nel vedere un anziano nella fede mangiare quella carne. L'anziano allora si adatta al neofita e si priva della sua libertà (cfr. 1 Cor 8,1-13). La libertà di coscienza è indubbiamente un grande traguardo, ma perde tutto il suo significato nel momento in cui sia esercitata contro le esigenze dell'amore. Il principio generale è insomma che la carità è la vera e suprema legge a cui deve riferirsi qualunque gesto o decisione del cristiano.
"Accoglietevi a vicenda come Cristo accolse noi a gloria di Dio" (Rm 15,7)L'amore fraterno è riportato dall'Apostolo alle sue sorgenti divine che sgorgano dal mistero dell'Incarnazione. L'amore fraterno non ha per il cristiano una ragione superficiale quale potrebbe essere il generico desiderio di andare d'accordo con tutti. Niente a che vedere col gratuito irenismo del "vogliamoci bene". Al contrario, la ragione della fraternità e dell'accoglienza incondizionata del prossimo è squisitamente teologica: dal momento in cui Cristo mi ha accolto e accettato così come sono, non posso più permettermi di escludere alcuno dalla mia vita, senza il rischio di perdere Cristo stesso.
"Per mezzo della carità siate schiavi gli uni degli altri" (Gal 5,13) E' un'esortazione direttamente parallela a quella che figura in Efesini: "Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo" (Ef 5,21). Con parole diverse, infatti, dicono le stesse cose. Il cristiano può permettersi di parlare di "schiavitù" o di "sottomissione" conferendo a queste parole un significato assolutamente nuovo. Intanto, il contesto umano ben preciso nel quale si adoperano questi termini è quello della comunità cristiana, dove la suprema legge è la carità. Mentre nel mondo esterno si conosce solo la sottomissione o la schiavitù determinate dai rapporti di forza, nella comunità cristiana - e nella piccola comunità domestica che è la famiglia (cfr. Ef 5,21-33) - si conosce una sottomissione nobile, non determinata da una sconfitta ma da un movimento ispirato dall'amore. Nel mondo esterno, la sottomissione è il frutto di una costrizione, nella comunità cristiana è invece il risultato di un libero dono di sé, in vista della felicità altrui. In altre parole, l'Apostolo riprende il medesimo insegnamento nella sezione esortativa della lettera ai Galati: "Portate gli uni i pesi degli altri" (Gal 6,2). E' in fondo l'immagine del dono di sé per la felicità degli altri. "Dalla vostra bocca non escano parole scorrette" (Ef 4,29)La purificazione del linguaggio ha una sua parte considerevole nel processo della maturazione dell'amore. Già nei libri sapienziali la parola umana, e il modo di conversare, appaiono come la rivelazione del mondo interiore della persona. Sarà opportuno richiamare qualche testo: "Nel parlare ci può essere onore o disonore" (Sir 5,13); "Una parola pungente eccita l'ira" (Prv 15,1); "Non lodare un uomo prima che abbia parlato" (Sir 27,7). "Anche lo stolto, quando tace, passa per saggio" (Prv 17,28). E l'Apostolo dice ai Colossesi: "Il vostro parlare sia sempre con grazia" (4,6). La nostra identità di figli di Dio, e la conseguente dignità principesca che ci è stata conferita nel battesimo, si manifestano quindi nella signorilità del tratto e nella scomparsa di ogni forma di asprezza e di grossolanità dal nostro linguaggio come dal nostro comportamento."Non soltanto sotto i loro sguardi, perché volete piacere agli uomini... Qualunque cosa facciate, fatela di cuore, come per il Signore e non per gli uomini" (Col 3,22-23) Il punto focale di questo insegnamento sulla carità è tutto nelle parole "come per il Signore". Chi cammina nella maturità dell'amore, non vive più come due cose separate l'amore di Dio e l'amore del prossimo, come se ci fossero delle circostanze nelle quali si ama Dio (Liturgia, preghiera, catechesi…) e altre nelle quali si ama l'uomo (carità assistenziale, volontariato…). I due amori si congiungono e si fondono in uno solo, perché Dio è amato sia in se stesso sia nell'uomo. Più precisamente, pregare e crescere nella conoscenza di Dio è amore verso il prossimo, perché quando io cresco nello Spirito tutta la Chiesa cresce con me; e servire il prossimo è amore verso Dio, dal momento che Cristo considera fatto a se stesso quel che, in bene o in male, si fa al prossimo. Per questa ragione, non è più possibile un servizio al prossimo compiuto con approssimazione e svogliatezza: dietro il bisogno del prossimo c'è infatti un appello di Dio, e nessuno può permettersi di rispondere a Dio approssimativamente. Quel Giuseppe venduto dai fratelli, aveva capito questa profonda verità: tutto quello che faceva, lo faceva con somma perfezione, perché non lo faceva per un uomo, ma intendeva servire Dio nell'uomo, e questa è perfezione d'amore.

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