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L'insegnamento
di Gesù sulla carità, nel suo lungo discorso sul discepolato,
ruota intorno al superamento delle categorie di amico-nemico. Il discepolo
è invitato ad amare tutti con lo stesso cuore, senza misurare
l'amore da dare agli altri su quello che da essi si riceve. E ciò
non ha tanto il valore di un precetto legale, bensì il senso
di un modo "divino" di agire, richiesto al discepolo. Il discepolo
non è tale perché applica delle regole morali al proprio
agire, ma è tale perché imita Dio "che fa sorgere
il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni" (Mt 6,45). Per questo,
la meta della perfezione del discepolo non è rappresentata dall'adesione
a un codice perfetto, ma dall'imitazione di Colui che è perfetto
(cfr. 5,48).Tutto questo non significa che il discepolo ignora la Legge
mosaica o la ritiene valida solo per gli ebrei. L'evangelista Matteo
sottolinea che le esigenze basilari del Decalogo non sono mai antiquate
(cfr. 5,17), perché rappresentano il limite minimo della giustizia,
al di sotto del quale vi è il peccato grave. Ciò che cambia
è il modo di intendere il Decalogo: esso non viene più
letto solo sul piano della sua espressione letterale, ma viene oltrepassato
dal regime della "lettera" a quello dello "spirito".
In ciò consiste la "giustizia superiore" (Mt 5,20)
annunciata da Gesù come necessaria per entrare nel Regno. Se
dunque il discepolo di Mosè si astiene dall'uccidere fisicamente
una persona, il discepolo di Cristo si astiene perfino dalla mancanza
di rispetto verso chicchessia. Le esigenze della Legge mosaica vengono
così radicalizzate, venendo a costituire appunto una giustizia
"superiore".A noi, però, interessa soprattutto l'insegnamento
sulla carità. Il primo riferimento alla carità fraterna
è dato in un contesto liturgico: "Se dunque presenti la
tua offerta all'altare e lì ti ricordi che il tuo fratello ha
qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare
e va' prima a riconciliarti col tuo fratello e poi torna a offrire il
tuo dono" (5,23). L'idea di fondo è che la preghiera non
può essere gradita a Dio, qualora provenga da un cuore non riconciliato;
e questo è chiaro di suo. Ciò che va spiegato è
invece come mai sia previsto solo il caso del fratello che ha qualcosa
contro di me e non quello in cui io ho qualcosa contro qualcuno. Non
è una dimenticanza dell'evangelista. Infatti, solo il caso in
cui un altro ha qualcosa contro di me può ostacolarmi nella preghiera;
ma non mi ostacola la situazione inversa. Il motivo è molto chiaro:
se qualcuno ha qualcosa contro di me, ciò significa che l'offensore
sono io; se invece io ho qualcosa contro qualcuno, è perché
questo qualcuno deve avermi offeso. Quest'ultimo caso non mi ostacola
nella preghiera. E' da questa distinzione che bisogna partire: quando
un offensore mi colpisce e il colpevole non sono io, mi basta perdonarlo
per riconciliarmi con lui; può succedere che egli rifiuti la
riconciliazione, e in questo caso l'andare da lui si rivela del tutto
inutile. Tuttavia, nel momento io cui l'ho intimamente perdonato, agli
occhi di Dio la riconciliazione si è già verificata, anche
se il mio offensore può continuare a volere essermi ostile. Ecco
perché il caso in cui io ho qualcosa con qualcuno (vale a dire:
quando sono stato offeso) non mi ostacola nella preghiera. Mi ostacolerebbe
se io rifiutassi di dare il perdono al mio offensore, ma non è
mai il mio offensore a ostacolarmi, anche nell'ipotesi che la sua ingiusta
ostilità verso di me continuasse.
Ben altra questione si pone invece quando qualcuno ha qualcosa contro
di me; in questo caso infatti l'offensore sono io e la riconciliazione
non si può verificare se io non mi muovo verso la persona danneggiata
da me per manifestargli la coscienza del mio errore e la volontà
di riparare. In questo caso, a differenza del primo, la riconciliazione
come disposizione del cuore non basta più. Se io offendo qualcuno
distruggo la fraternità, e perciò sono io stesso che devo
risanarla, ed è questo il senso delle parole: "va' prima a
riconciliarti col tuo fratello", cioè da quel fratello che
hai offeso. Anche se lui ti ha già perdonato in cuor suo, il risanamento
della fraternità si verifica solo in concomitanza col tuo atto
di umiltà e di pentimento. Tu non ti potrai accostare all'altare
prima di quel momento, mentre colui che tu hai offeso si potrà
accostare all'altare nell'istante stesso in cui, in cuor suo, ti avrà
perdonato.
Ai vv. 25-26: "Mettiti presto d'accordo col tuo avversario, mentre
sei in via con lui"; immediatamente successivi, si ha l'impressione
di cogliere una allusione al Purgatorio. Le pendenze determinate dagli
squilibri dei nostri rapporti interpersonali vanno dunque risanate prima
che scada il tempo del nostro pellegrinaggio terreno. Dopo non è
più possibile presentarsi a Dio senza alcun debito. Da qui l'esortazione
a risanare ogni frattura "mentre sei ancora in via", cioè
prima che la morte ti conduca all'incontro con Cristo, che è la
meta del pellegrinaggio terreno di ogni uomo. Concludere in condizioni
debitorie il pellegrinaggio comporta dei tempi supplementari di purificazione,
che non hanno però alcun valore meritorio; vale a dire: il Purgatorio
non ci rende più belli davanti a Dio, ci rende solo presentabili
così come siamo. La sofferenza sperimentata durante la vita, quella
sì ci abbellisce, se accolta dalle mani di Dio; ma la sofferenza
ultraterrena serve solo a risanare le pendenze, nulla di più. Ci
sembra eloquente, a questo proposito, la similitudine del debitore gettato
in prigione, finché non abbia saldato il suo debito fino all'ultimo
spicciolo (cfr. Mt 5,25-26); la giustizia di Dio è indubbiamente
esigente, ma non entra in vigore se non dopo la morte dell'individuo.
La vita è concepita dal cristianesimo come un tempo favorevole
per decidersi da che parte stare. Il Signore stesso ci dà dei momenti
o addirittura dei periodi densi di grazia, attendendo che noi ne facciamo
tesoro. Per questo, dopo la morte, la divina giustizia richiede un equilibrio
ripristinato al millimetro. Inoltre, saldare un debito quando si è
cittadini liberi non è lo stesso che saldarlo per imposizione del
potere costituito. Un cittadino libero che salda i suoi debiti, manifesta
se stesso come uomo giusto; ma se uno ha bisogno dell'imposizione del
giudice per riconoscere i diritti del prossimo, costui è un uomo
senza principi. Ecco in che senso la sofferenza del Purgatorio non è
meritoria, mentre quella della vita terrestre lo è: sulla terra
la sofferenza è meritoria quando si accetta liberamente per amore
di Dio, in Purgatorio invece essa è imposta alla nostra indolenza
dalla divina giustizia.
La sezione finale del capitolo cinque ritorna sul tema della carità,
sotto l'aspetto di una imitazione di Dio. Non si può applicare
al nostro prossimo una misura differente da quella che Dio suole applicare
con noi e con tutti. Il discepolo scruta innanzitutto l'agire di Dio
per trarre ispirazione nel proprio agire. Prima dell'Incarnazione ciò
non era possibile in senso pieno, perché solo l'Umanità
di Cristo rende visibile il Padre con assoluta precisione. Lo stile
umano di Cristo è un modo divino di essere uomini; o, se si vuole,
è una vita umana vissuta con modalità divina. Vivere come
Lui è lo stesso che compiere totalmente tutta la volontà
di Dio. Infatti, essere figli è una realtà derivata dalla
divina imitazione: "amate i vostri nemici e pregate per i vostri
persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che
fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni" (Mt 5,44-45).
A questa prospettiva si aggiunge una forma di libertà e di distacco
dai beni materiali, che deve caratterizzare la vita del discepolo, perché
la sua carità non abbia a subire dei rallentamenti: "Da'
a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle"
(v. 42). Inutile ripetere che quando il Vangelo si esprime in questi
termini dà per scontato quanto esso dice altrove a proposito
della vigilanza e della prudenza. L'esortazione alla carità verso
il prossimo non è mai buonismo, ma è sempre una carità
illuminata. La libertà dai beni materiali non è solo la
base necessaria per la solidarietà, ma è anche il martello
capace di spezzare le catene degli ingarbugliamenti umani: "A chi
ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche
il mantello" (v. 39). Qui si parla di chi mi chiama in giudizio
per la spartizione dei beni. Si tratta di una trappola subdola per togliere
al discepolo la pace interiore e suscitargli ogni sorta di sentimenti
negativi. L'unica soluzione è la libertà: ti vuole togliere
il mantello? Dagli anche la tunica e che se ne vada per la sua strada!
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