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Che la fede in Dio abbia bisogno assoluto di accompagnarsi alla fiducia, è una verità palese fin dalle prime battute del rapporto con Dio, così come esse ci vengono riportate dai primi capitoli della Genesi. Ci riferiamo in particolare al capitolo terzo, dove la fede senza la fiducia sta evidentemente alla base del primo peccato dell'umanità. Osserviamo la dinamica del racconto.Ciò che conduce la donna verso la consumazione del peccato originale non è la mancanza di fede. Anzi, il peccato originale suppone la fede, tanto che esso non sarebbe stato possibile se i progenitori non avessero avuto la fede. La donna crede che Dio c'è, che è il creatore di quanto esiste, che è il legislatore, che è l'ideatore dell'ordine del mondo. La donna crede tutte queste cose. E ciò è fede. Nel dialogo col serpente, però, accade qualcosa dentro di lei, mentre la sua fede rimane intatta. A Satana, infatti, non interessa scalfire tanto la fede dei progenitori, quanto piuttosto il senso della divina paternità. Il gioco sottile del maligno, nella dinamica del peccato originale, non è stato quello di portare l'uomo a negare Dio, ma quello di cancellare l'abbandono fiducioso a Colui che fino a quel momento era stato visto dai due come il loro Padre. Il significato della proibizione di Dio si stravolge nella dialettica satanica e da una misura protettiva diventa, nella coscienza della donna, una ingiusta limitazione della sua libertà: "Dio sa che quando voi ne mangiaste…, diventereste come Lui" (v. 5). La donna comincia allora a pensare che Dio ha imposto all'uomo dei divieti non per tenerlo lontano da ciò che lo avrebbe danneggiato, ma per impedirgli di realizzarsi in modo pieno. Questa convinzione toglie alla fede il suo carattere fiduciale, perciò, anche se Dio continua a essere creduto come tale, cessa tuttavia di essere Padre. Se Dio è un antagonista, se è uno che sbarra all'uomo la strada della felicità, allora trasgredire i suoi comandi diventa una necessità di sopravvivenza. Questo è l'inganno satanico. Nel corso della rivelazione biblica esso si presenta più volte. Anche Caino cade nello stesso sbaglio di sua madre: si irrita contro Dio, quando vede che le offerte del fratello Abele sono gradite ma le sue non lo sono. Egli crede in Dio (altrimenti non gli offrirebbe alcun sacrificio), ma non ha fiducia in Lui, come si vede dal fatto che gli attribuisce la "colpa" di gradire gli olocausti di Abele, senza chiedersi se per caso non fosse proprio lui a rendere inaccettabili le sue offerte. La sfiducia nel Dio in cui crede, lo porta a pensare male di Lui e a ribellarsi, tutte le volte che Egli dispone le cose in maniera diversa alle proprie aspettative.Un altro caso di fede senza fiducia è quello di Saul, allorché, per avere una risposta che Dio non aveva dato, si rivolge a una maga (cfr. 1 Sam 28,3ss). Il re Saul non è un ateo, né un idolatra, né ha cessato di credere al Dio di Israele; ma il suo vero problema è che non riesce ad accettare con fiducia i decreti e le disposizioni di Dio a suo riguardo. Egli sente il bisogno di acquisire un certo controllo sul suo futuro, proprio perché non riesce ad abbandonarsi alla volontà di Dio e a quello che Dio vorrà fare di lui domani. Saul ha "paura" del suo domani, e questo è un sentimento che sconoscono coloro che hanno la fede fiduciale. La fede fiduciale porta la persona a giudicare infinitamente buono ogni decreto di Dio, anche quando le circostanze prendono una piega sgradevole, o quando addirittura il corso della vita viene cambiato da un evento non previsto né programmato.Un esempio di fede fiduciale, sempre nell'AT, è costituito dalla storia di Giuseppe (cfr. Gen 37ss). Egli non è mai descritto nella ricerca di appigli o sostegni umani, né quando viene espulso con l'inganno dalla famiglia, né quando viene messo in carcere in Egitto. In tutto il racconto non è mai riportata alcuna frase di Giuseppe improntata alla sfiducia. Tutto ciò che Dio decreta nella sua vita, viene accettato da lui incondizionatamente, ugualmente nella gloria e nel disonore. Alla fine del racconto, Giuseppe stesso esprime una valutazione straordinariamente positiva della sua vita tormentata: Dio ha tratto dalla sua sofferenza un beneficio per molti popoli (cfr. Gen 50,19-21).Nel NT ci imbatteremo ancora una volta in entrambi gli aspetti della fede: la fede senza fiducia e la fede fiduciale. Ma di questo tratteremo a suo luogo. Qui ci basti ricordare un episodio emblematico che è quello della tempesta sedata (cfr. Mc 4,35-41). Gli Apostoli sono sul lago insieme a Gesù e improvvisamente scoppia una tempesta. Gesù si era addormentato a poppa. Gli Apostoli lo svegliano e Egli placa la tempesta col suo comando. Subito dopo li rimprovera per la loro mancanza di fede (cfr. v. 40). Occorre capire bene qui di che fede si tratta. Infatti, se i discepoli hanno svegliato Gesù durante la tempesta, ciò significa che essi credevano che Lui potesse salvarli con un miracolo. Se non avessero avuto fede nel suo potere, non lo avrebbero svegliato. Eppure Gesù li rimprovera per la loro mancanza di fede. Bisogna allora precisare la questione nella maniera seguente: i discepoli in questo episodio mostrano di avere la fede in Cristo, nel senso che si attendono da Lui un intervento immediato, ma non hanno la fiducia in Dio, che dispone tutto con somma perfezione. Cristo avrebbe voluto da loro una fede che li facesse sentire sicuri in virtù della sua stessa presenza e non in virtù dell'attesa di un miracolo.La fede fiduciale, nelle circostanze difficili e nelle tempeste della vita, non si esprime chiedendo a Cristo un intervento immediato di liberazione. Piuttosto: la fede fiduciale permette alla persona di restare saldamente in piedi, in mezzo alla tempesta, perché a essa basta sapere che Cristo è lì. La fede muove verso la richiesta di un intervento divino; la fede fiduciale ha già tutto, nel sapere che Cristo è lì con me, condividendo le mie lotte e le mie sofferenze. Anche se il suo intervento liberatorio non si verificasse nei tempi previsti da me.

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