"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Nazaret è dunque figura di tutti coloro che sono giunti alla conoscenza di Cristo solo attraverso canali umani, e pensano di conoscerlo già, ingannandosi; in realtà manca loro il coinvolgimento personale nelle energie divine dello Spirito Santo. Nei racconti evangelici, però, Nazaret è solo una delle tipologie offerte alla meditazione dei credenti. Vi sono altre tipologie che si collocano su un versante più positivo e contengono importanti elementi per la comprensione della virtù teologale della fede, e dal punto di vista di Dio e dal punto di vista dell'uomo. Cercheremo di mettere in evidenza le più rilevanti.Il Vangelo di Matteo riporta un episodio in cui Gesù rimane ammirato per la fede di un pagano: "In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande" (Mt 8,10). La medesima esclamazione è riportata nel passo parallelo di Luca in 7,9. Ciò che spicca maggiormente nella figura del centurione romano è l'aspetto fiduciale della sua richiesta. Il centurione rinuncia a verificare di persona l'intervento di Gesù sul servo ammalato: "di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito" (Mt 8,8). Questa rinuncia è senz'altro la ragione più profonda dell'ammirazione di Cristo, perché è anche la causa, sebbene in un'occasione diversa, di un rimprovero rivolto ai discepoli dopo la tempesta sedata. Un rimprovero che non si capirebbe, se non si capisse che la fede teologale non consiste semplicemente nel "credere" che Cristo può intervenire efficacemente nelle cose umane, ma esige anche la "rinuncia" al bisogno di corroborare la propria fede con la verifica dell'opera di Dio. Se analizziamo l'episodio della tempesta sedata, forse tutto risulterà più chiaro, sia l'insufficienza della fede dei discepoli sia l'eroismo della rinuncia del centurione. Dopo una giornata trascorsa nel ministero dell'insegnamento, Gesù sale sulla barca con i suoi discepoli per passare sulla sponda opposta del lago di Tiberiade. Qui si solleva all'improvviso una tempesta che getta le onde sulla barca. I discepoli svegliano Cristo, che nel frattempo si è addormentato a poppa. Una volta sveglio, gli basta un semplice comando e subito cessa la tempesta. A questo punto, Gesù si rivolge ai discepoli con una esternazione che lascia perplesso qualunque lettore attento: "Non avete ancora fede?" (Mc 4,40). Infatti siamo subito portati a chiederci: "Ma il fatto di averlo svegliato per essere salvati, non è già in se stesso un segno della fede dei discepoli? Certamente non lo avrebbero svegliato, se non avessero creduto che Egli poteva aiutarli. E allora in che consiste la loro mancanza di fede?". Aggiungiamo inoltre che Gesù non rimprovera i suoi discepoli di avere poca fede, ma di non avere ancora la fede. Vale a dire: essi si trovano ancora al di qua (= non sono ancora giunti) delle esigenze della fede teologale. Nella medesima linea si muove il parallelo di Luca: "Dov'è la vostra fede?" (Lc 8,25). La convergenza di due vangeli ridimensiona di molto l'attenuazione matteana: "Uomini di poca fede" (Mt 8,26). Probabilmente Matteo ha colto la contraddizione legata al fatto che comunque gli Apostoli, se hanno svegliato Cristo per essere salvati dalla tempesta, ciò deve derivare dalla fede, che semmai potrebbe essere poca. Per questo gli sembra di dover attenuare l'espressione di Cristo. Gli altri due evangelisti hanno invece conservato quello che ci sembra l'insegnamento originario: gli Apostoli lo svegliano non perché hanno poca fede, ma perché non hanno ancora la fede teologale. Essi non hanno compreso che Cristo si è addormentato a poppa e non a prua; vale a dire: si è addormentato in quella parte della barca dove si trova il timone. Per chi ha la fede teologale è sufficiente che Cristo si trovi al timone della nostra vita, anche se a noi sembra che Egli lì non faccia nulla. Gli Apostoli hanno mancato di fede teologale, perché hanno voluto che Cristo intervenisse, quando a loro sembrava opportuno: "Salvaci, Signore, siamo perduti" (Mt 8,25); hanno mancato di fede teologale, perché hanno preteso di insegnare al Maestro, mettendo persino in dubbio il suo amore per loro: "Non ti importa che moriamo?" (Mc 4,38). Tenendo conto di tutto questo possiamo comprendere come mai Cristo giudichi il loro intervento una mancanza di fede; o, più precisamente, una fede molto umana - e dunque non ancora teologale - che ha bisogno di verificare l'azione salvifica del Signore, stabilendo in anticipo il tempo e la modalità del suo intervento.
Alla luce di questo, comprendiamo adesso molto meglio l'ammirazione di Cristo per il centurione romano, capace com'è di attendersi dal Messia un'azione salvifica senza pretendere di determinarne il tempo e senza verificare di persona la sua attuazione. Il centurione si ritiene persino indegno di accoglierlo in casa sua, mentre gli Apostoli danno per scontato che Egli possa stare con loro sulla barca, anche se cominciano a dubitare di Lui - dubitare non della sua potenza, ma (il che è peggio) del suo amore - quando il suo intervento salvifico non tiene conto dei loro tempi. Il centurione si fida solo della parola di Cristo, rinunciando a vederlo presente e operante; ed è questa la disposizione che chiamiamo di "fede teologale". La cosa ci colpisce tanto più, quanto più quella fede si riscontra in un pagano e non negli israeliti.

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