|
Un altro insegnamento sulla fede teologale si
ricava dall'episodio di Pietro che cammina sulle acque andando verso Cristo
(Mt 14,22). Il punto focale del racconto è costituito dal giudizio
di Cristo, che definisce Pietro, almeno in quella circostanza, "uomo
di poca fede" (v. 31). Più precisamente, la fede di Pietro
è in azione, finché egli cammina sull'acqua, a imitazione
del suo Maestro. Il fatto che egli cominci ad affondare è già
in se stesso una dimostrazione che la sua fede si è offuscata.
Cristo stesso indica la causa dell'offuscamento: il dubbio che a un certo
momento si è insinuato nel suo animo: "perché hai dubitato?"
(v. 31). L'immagine di Pietro che cammina sulle acque verso Gesù
è anche un simbolo del cammino cristiano. La meta è Cristo,
ma la superficie su cui si cammina è solida soltanto per coloro
che hanno la fede teologale. Qui si sottolinea che Pietro cammina sull'acqua
finché il suo sguardo è rivolto a Cristo; ma quando si volge
a guardare il vento e il mare, allora sprofonda: "per la violenza
del vento, si impaurì" (v. 30). In diversi modi anche l'AT
afferma la medesima verità; basti ricordare Osea: "Rette sono
le vie del Signore, i giusti camminano in esse, mentre i malvagi vi inciampano"
(14,10). La metafora è diversa, ma l'insegnamento è identico:
per camminare spediti sulle vie del Signore non occorre che la strada
sia percorribile in se stessa, occorre invece che chi la percorra abbia
certe caratteristiche; infatti, solo i giusti possono camminarvi senza
inciampare. E sappiamo dal NT che i giusti sono coloro che la fede ha
giustificato. Dunque, la fede teologale mette in condizione la persona
di camminare verso Dio senza inciampare. L'episodio narrato dall'evangelista
Matteo aggiunge un particolare che acquista significato alla luce dell'apocalittica
giudaica: il mare indica la minaccia del caos, ossia la potenza minacciosa
delle tenebre che premono continuamente sui margini della creazione, per
produrre il disordine e la morte laddove Dio aveva creato l'ordine e la
vita. Il cristiano, impersonato qui dall'Apostolo Pietro, è descritto
come uno che cammina sulle forze caotiche delle tenebre, che tendono a
inghiottirlo mettendo in atto una precisa e studiata strategia: incutere
paura per suscitare nel cuore del cristiano la sensazione di essere stato
abbandonato da Dio in balìa delle forze del male. Se questa strategia
riesce, il cristiano sprofonda, perché la paura, e il dubbio che
ne consegue, colpiscono alla radice la fede teologale e ne scardinano
la stabilità. Si comprende allora l'avvertimento di Giacomo: "E
non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l'animo oscillante"
(1,7-8). Non c'è alcun dubbio che vadano facilmente in fumo tutti
i doni di grazia depositati un animo instabile. Dall'altro lato, Dio vuole
dall'uomo una fiducia incondizionata in ogni circostanza. Proprio la fiducia
incondizionata è ciò che apre a Dio lo spazio umano in cui
operare le sue meraviglie. A Nazaret, Cristo avrebbe voluto compiere le
medesime azioni salvifiche compiute altrove, ma non gli fu "possibile",
perché i suoi concittadini nutrivano verso di Lui dei pregiudizi
e soprattutto tanta incredulità (cfr. Lc 4,24.28-29; Mc 6,5-6).
Insomma, Cristo non opera e non si rivela se l'uomo non gli consegna incondizionatamente
la propria fiducia: "Senza la fede è impossibile essergli
graditi" (Eb 11,6).
Stando così le cose, il sentimento dello scoraggiamento, che deriva
dalla constatazione che le cose vanno in senso contrario rispetto alle
proprie aspettative, è una disposizione d'animo manifestamente
contro la fede. Infatti, scoraggiarsi equivale al pronunciamento interiore
di una sentenza che giudica Dio come uno sconfitto; si scoraggia colui
che si sente sconfitto dalla vita e che ha già chiuso la sua partita,
decretando che Dio non possa più nulla. Questa disposizione di
spirito, derivando dalla radice della incredulità, finisce per
approdare a una reale sconfitta senza alcuna possibilità di rivincita,
perché con l'incredulità e il dubbio si è sbarrata
l'unica strada che Dio può percorrere per raggiungerci con la sua
potenza e intervenire nella nostra vita. E' certamente questo ciò
che il Signore intendeva dire a Geremia nel giorno della sua consacrazione
profetica: "Alzati e di' loro tutto ciò che ti ordinerò;
non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti
a loro" (Ger 1,17). Che altro può significare "altrimenti
ti farò temere" se non "la tua stessa paura mi impedirà
di fortificarti"? In altri termini: lo scoraggiamento non è
ammesso mai, qualunque cosa accada nella nostra storia con Dio; anzi,
è proprio lo scoraggiamento (o l'incapacità di fede) dei
credenti la causa della prevalenza del male. Inevitabilmente il male prevale,
laddove la forza della fede non lo argina e circoscrive. L'Apostolo Paolo,
tra le molteplici difficoltà e lotte del suo ministero, può
dire: "Per questo non ci scoraggiamo
il momentaneo peso della
nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna
di gloria" (2 Cor 4,16). La vittoria sul male non va dunque intesa
"solo" come liberazione da esso, ma va intesa anche come trasformazione
in gloria di tutti quei pesi molesti da cui non siamo stati liberati (cfr.
2 Cor 12,7-9). |