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L'incontro
di Gesù con la Cananea (Mt 15,21 e Mc 7,24), avvenuta nelle regioni
di Tiro e Sidone, è un altro episodio denso di significati relativi
alla necessità della fede e al suo carattere determinante nell'incontro
col Signore. La narrazione prende le mosse dal grido della donna che
invoca la potenza di Cristo non per se stessa ma per la figlia: "Pietà
di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata
da un demonio" (Mt 15,22). Il testo parallelo di Marco non menziona
la preghiera urlata della donna, ma la descrive nella sua prostrazione
davanti a Gesù: "andò e si gettò ai suoi piedi"
(Mc 7,26). Inoltre, Marco riporta direttamente la risposta di Gesù
alla Cananea: "Lascia prima che si sfamino i figli; non è
bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini" (Mc 7,27).
Matteo, invece, precisa che Cristo ha mantenuto all'inizio un atteggiamento
di indifferenza al grido della donna, e questa è stata la sua
prima risposta: "Ma Egli non le rivolse neppure una parola"
(Mt 15,23). In sostanza, la donna si trova dinanzi a due ostacoli di
notevole grandezza: l'indifferenza di Cristo e l'esplicita discriminazione
rispetto alla stirpe ebraica, destinataria dei beni messianici. Dall'altro
lato, anche il lettore si trova dinanzi a una scena che lo disorienta:
la descrizione di un Gesù totalmente inedito: indifferente al
grido di dolore di una madre e chiuso alla prospettiva di beneficare
chi non è discendete di Abramo. Evidentemente c'è qualche
cosa di grosso dietro queste strane apparenze. E' qui che bisogna scavare
per portare alla luce l'insegnamento sulla fede. Infatti, l'intenzione
che anima tutta la predicazione di Gesù è improntata a
un universalismo senza confini. Ci deve perciò essere un motivo
diverso che spinge Cristo a operare verso la Cananea un'apparente discriminazione.
Ci sembra di dover ripartire dalla fine, per poter intravedere la misteriosa
e divina pedagogia che qui il Maestro applica alla donna Cananea. Il
dialogo tra Cristo e la donna siro-fenicia culmina in una lode che Egli
le rivolge, una lode che contrasta nettamente con la sua indifferenza
di prima: "Donna, davvero grande è la tua fede!" (Mt
15,28). Ecco a cosa tendeva l'apparente indifferenza di Gesù:
vi sono guarigioni che non possono avvenire se prima non siamo portati
dalla divina pedagogia a crescere nella fede mediante un superamento
eroico di noi stessi. In realtà, nell'atto di respingerla, Cristo
mette la donna nelle condizioni di giungere, in un arco di tempo relativamente
breve, a un altissimo livello di fede. Indubbiamente si può dire
che ha fede colui che non confida in se stesso e che attende da Dio
i benefici necessari alla vita, ma molto più grande è
la fede di colui che, sentendosi respinto e abbandonato da Dio, gli
offre ugualmente la sua fiducia. Questi somiglia più di tutti
al Cristo crocifisso, che si abbandona fiduciosamente nelle mani di
Colui che apparentemente lo ha abbandonato in balia dei suoi nemici:
"Padre, nelle tue mani affido il mio spirito" (Lc 23,46).
Non è possibile a una creatura umana glorificare Dio oltre questo
punto: abbandonarsi fiduciosamente a Colui che apparentemente ci abbandona.
La donna siro-fenicia ha saputo anticipare nel proprio atteggiamento
verso Gesù, quello che sarebbe stato l'atteggiamento di Gesù
crocifisso nei confronti del Padre: ha sperato fermamente in Colui che
apparentemente la respingeva da Sé. A questo punto, la fede della
donna ha raggiunto quindi il livello massimo possibile a una creatura
umana, e non è neppure necessario che Cristo pronunci una parola
di liberazione o un comando, perché è bastata soltanto
la parola della donna, pronunciata dalle profondità di una fede
così grande, a far fuggire Satana lontano dalla sua casa: "Per
questa tua parola va', il demonio è uscito da tua figlia"
(Mc 7,29). Chi giunge a questa fede è quindi molto avanti nel
suo pellegrinaggio verso Dio, e basta una sua parola a far fuggire il
demonio. In questo episodio, in linea collaterale rispetto al tema della
fede, si deduce abbastanza chiaramente come la vita spirituale di un
genitore, la sua vicinanza o lontananza da Dio, abbia un influsso determinante
sulla vita dei figli: si può dire che qui la sua bambina è
liberata da lei, nel momento in cui assume la giusta posizione davanti
a Cristo. Ad ogni modo, in questa sede è un argomento che non
ci sembra opportuno sviluppare. Torniamo perciò al tema della
fede.L'episodio della moltiplicazione dei pani, riportato da tutti e
quattro gli evangelisti, ci ripropone il tema della fede. Va notato
che prima di operare la moltiplicazione dei pani, Gesù ha operato
molte guarigioni (cfr. Mt 14,14; Mt 15,29-31; Lc 9,11). Eppure, quando
i discepoli si sentono dire da Cristo che bisogna sfamare quella folla,
nessuno di essi pensa che Colui che aveva restituito la salute agli
infermi, poteva anche procurare loro il cibo. Testimoni come nessun
altro di segni e prodigi, continuano a fare riferimento a se stessi
e ai propri mezzi: "Non abbiamo che cinque pani e due pesci"
(Lc 9,13).
La professione di fede di Pietro (Mt 16,13 e par.) rappresenta un momento
cruciale per l'intero gruppo apostolico. Per la prima volta, dalla comunità
dei discepoli si innalza una voce che definisce con esattezza l'identità
di Gesù. In questo episodio, la fede si presenta come un dono del
Padre, accanto ovviamente alla necessaria disposizione del soggetto umano.
Cristo pone una domanda sulla sua identità, e la pone cumulativamente
ai Dodici; ma solo Pietro risponde, evidentemente a nome di tutti, e questo
particolare anticipa già il suo primato, annunciato poco dopo nella
forma del potere delle chiavi. I vangeli di Marco e di Luca appaiono più
sobri al confronto: entrambi omettono il primato di Pietro e riducono
la formula della professione di fede petrina: "Tu sei il Cristo"
(Mc 8,29), "Il Cristo di Dio" (Lc 9,20); La formula matteana
è invece: "Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente"
(Mt 16,16). |