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Luca, in particolare, omette anche il rimprovero
di Gesù rivolto a Pietro, riportato invece da Matteo e da Marco.
Nella redazione matteana, certamente più completa da ogni punto
di vista, la fede teologale è presentata in primo luogo come
fede della Chiesa. La domanda di Gesù: "Voi chi dite che
Io sia?" (Mt 16,15), non è rivolta a un singolo Apostolo,
ma contemporaneamente a tutti. Dopo che Pietro ha risposto, Gesù
non interroga nessun altro. Ciò significa che la risposta di
Pietro, Cristo la accoglie come se provenisse dall'intero gruppo apostolico.
Nello stesso tempo, la conferma come l'unica esatta, in contrasto con
le opinioni congetturali e contraddittorie della gente: "Beato
te, Simone di Giona" (Mt 16,17). La professione di fede, nella
sua più esatta formulazione, non può essere cercata all'esterno
del gruppo apostolico e, di conseguenza, non può mai trovarsi
fuori dall'ambito della successione apostolica. Chiunque si presenta
ad annunciare un Cristo diverso da quello della tradizione apostolica,
per ciò stesso, quantunque seducente e persuasivo, è un
falso profeta. La fede è dunque innanzitutto fede della Chiesa,
perché nessuno può arrivare alla conoscenza di Cristo
e alla fruizione della sua Grazia se non attraverso la mediazione della
Chiesa. E, più specificamente, della Chiesa apostolica. In sostanza,
è possibile al singolo uomo, di qualunque epoca, giungere all'atto
di fede in Cristo, attraverso l'istruzione e il contagio ricevuti dalla
Chiesa. Tutto questo è sotto i nostri occhi ogni giorno, e non
occorre diffondersi in ulteriori dimostrazioni; del resto, ciascuno
di noi sa bene di essere arrivato alla fede dentro il grembo della Chiesa.La
professione di fede di Pietro ha una caratteristica di grande significato
teologico: non è il risultato di una deduzione mutuata dall'esperienza.
Indubbiamente Pietro ha anche un bagaglio di esperienza non indifferente,
essendo stato chiamato da Gesù nelle prime fasi del suo ministero.
Ma non è da lì che attinge i dati per definire l'identità
di Gesù. Ciò significa che, persino l'esperienza di massima
intimità umana con Cristo, sarebbe stata insufficiente per cogliere
la verità relativa alla sua divina Persona. Infatti, il mistero
della sua identità è accessibile solo nella fede. Ciò
fa sì che i contemporanei di Gesù non hanno alcun vantaggio,
in ordine all'incontro salvifico e personale con Lui, su coloro che,
essendo nati dopo, non lo hanno visto nei giorni della sua vita terrena.
Perfino gli Apostoli non hanno vantaggio: Cristo o si incontra nella
fede, o non si incontra affatto. Questo particolare dommatico risalterà
soprattutto nelle apparizioni del Risorto, come vedremo.
L'identità di Cristo, accessibile solo nella fede, può
esser raggiunta in forza di un dono del Padre: "Nessuno può
venire a Me, se non lo attira il Padre" (Gv 6,44). E' in fondo
questo il senso delle parole che Cristo rivolge a Pietro: "né
la carne né il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che
sta nei cieli" (Mt 16,17). La fede è dunque innanzitutto
un dono del Padre; preparato, sì, dalla disposizione umana dell'apertura
del cuore, ma sempre un dono, non attribuibile al merito umano. La scoperta
dell'identità di Cristo, che avviene in forza della fede, è
strettamente connessa a un'altra cruciale scoperta: quella della propria
vera identità personale. Solo nel momento in cui Pietro, illuminato
da Dio, giunge a dire: "Tu sei il Cristo", subito si sente
rispondere: "E tu sei Pietro". Prima, infatti, Cristo lo aveva
chiamato col suo nome anagrafico: "Beato te, Simone figlio di Giona"
(Mt 16,17). Adesso lo chiama con un nome nuovo: "Pietro",
a cui si aggiunge la scoperta di una vocazione che gli fa venire le
vertigini: "Su questa pietra edificherò la mia Chiesa
Gli inferi non prevarranno contro di lei
A te darò le chiavi
del Regno dei cieli
" (Mt 16,18-18). In forza della fede apostolica,
donata dal Padre, Cristo dunque non è solo il rivelatore di Dio
all'uomo, ma è anche il rivelatore dell'uomo a se stesso. In
certo senso, in Cristo, ciascun uomo è restituito alla sua vera
identità.Dopo l'annuncio della Passione, Gesù si trasfigura
su un monte alto, ma non davanti a tutti, bensì davanti a tre
discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Alla discesa dal monte li attende
un episodio piuttosto imbarazzante: un uomo ha chiesto aiuto ai discepoli
rimasti a valle, a motivo del suo figlio posseduto da uno spirito immondo.
Essi tentano di cacciare lo spirito ma non ci riescono. Nel frattempo
arriva Gesù. Nella redazione matteana, al padre del ragazzo,
che gli dà un resoconto dei sintomi e lo informa del fallimento
dei suoi discepoli, Gesù risponde con una esclamazione: "O
generazione incredula e perversa! Fino a quando dovrò sopportarvi?"
(Mt 17,17). Il lettore rimane, però, incerto sul senso dell'allusione
di Gesù all'incredulità, che è attribuita in modo
diretto alla generazione dei suoi contemporanei, ma sembra al tempo
stesso contenere la spiegazione del fallimento degli Apostoli nella
liberazione del ragazzo. In quest'ultimo caso, il carisma di liberazione
degli Apostoli ha fatto cilecca a motivo dell'incredulità; ma
quale incredulità, quella degli Apostoli, quella del padre del
ragazzo o entrambe contemporaneamente? Proseguendo nella lettura del
medesimo testo, si arriva poi al punto in cui gli Apostoli chiedono
a Gesù: "Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?"
(Mt 17,19), e la risposta di Gesù è la seguente: "Per
la vostra poca fede" (Mt 17,20). Poi, dopo avere enunciato la potenza
della fede (cfr. v. 20), conclude: "Questa razza di demoni non
si scaccia se non con la preghiera e il digiuno" (Mt 17,21).Secondo
Matteo la fede del padre del ragazzo non è quindi in gioco, ma
solo quella dei discepoli, accanto a una insufficiente maturazione nel
cammino della preghiera e della ascesi. Dobbiamo comunque rilevare che
gli Apostoli hanno già sperimentato l'efficacia dei loro carismi
di liberazione, al tempo del loro primo mandato missionario (cfr. Mt
10,1). Ci sembra allora chiaro l'intento di Matteo che in questo episodio
vuole mettere in risalto come ci sia una grande differenza tra i carismi
e la santità, e come l'azione dei carismi possa essere possibile
anche in assenza della santità, sebbene con molti limiti. |