"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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L'insegnamento è però il medesimo e non manca di produrre un senso di vertigine nel lettore credente. Tradurre in termini più concreti questo insegnamento di Gesù, sarebbe come dire che il cristiano, in forza di una fede autenticamente teologale, partecipa della divina onnipotenza. Gli esempi riportati da Marco e da Luca hanno un carattere paradossale (un monte sradicato e un albero trapiantato dove non potrebbe sopravvivere), ma il paradosso è funzionale all'affermazione che la potenza del binomio fede-preghiera solleva lo spirito umano al di sopra dei determinismi della natura. Vale a dire: qualora ciò fosse esigito da una ragione superiore, Dio sospenderebbe perfino le leggi della natura per la preghiera dei suoi servi. Questo tema non è nuovo, comunque, dal momento che si incontra anche nel libro della Sapienza (cfr. 19,6-21). L'idea di fondo è che l'uomo di Dio, guidato dallo Spirito, non può che chiedere, nella preghiera, ciò che è conforme alla divina volontà. Per questa ragione egli è ascoltato infallibilmente. Dio, infatti, ha legato la piena realizzazione dei suoi disegni alla libera risposta umana. La preghiera, fatta con fede, è una delle risposte che Egli attende per operare la salvezza.Ci rimane adesso da considerare quale sia l'insegnamento sulla fede nel vangelo di Giovanni, che è rimasto finora ai margini della nostra analisi, avendo un carattere molto più astratto e contemplativo. Ci siamo infatti prevalentemente basati sugli aspetti più concreti degli incontri di Gesù. Passando al IV vangelo, dobbiamo innanzitutto osservare che qui la fede è concepita come la porta di ingresso nella vita eterna, che inizia già da questa terra, per coloro che, appunto, credono in Cristo. Il primo accenno al tema della fede, si ha nel contesto delle nozze di Cana, e precisamente a conclusione della pericope: "manifestò la sua gloria e i suoi discepoli cedettero in Lui" (Gv 2,11). Cristo è sempre l'oggetto diretto della fede dei discepoli, accanto al Padre e allo Spirito: "Credete in Dio e credete anche in Me" (Gv 14,1). Il Messia non è infatti separabile dal mistero di Dio. La finale delle nozze di Cana allude al fatto, già osservato nei Sinottici, che la fede è un dono di Dio; vale a dire: l'uomo è in grado di compiere un atto autentico di fede teologale non come iniziativa personale, ma come risposta alle stimolazioni della grazia; ossia come un atto consequenziale all'iniziativa divina. Ecco perché la fede dei discepoli è posta in seconda posizione rispetto alla rivelazione della sua gloria. Del resto, i discepoli hanno visto esattamente ciò che tutti gli altri hanno visto durante la festa di nozze, ma solo di loro si dice che "credettero". Dono di Dio, sì, ma non senza una certa disposizione umana di accoglienza della grazia. Questa accoglienza incondizionata della grazia è appunto ciò che distingue i discepoli da tutti gli altri esseri umani. Sulla spinta interiore della grazia, a cui essi non oppongono resistenza, giungono alla fede teologale, e "vedono" così oltre le apparenze, distinguendo i "segni" del passaggio di Dio. Agli altri invitati, compreso il maestro di tavola, quel vino non diceva nulla, se non che era di ottima qualità. Ai discepoli, quel vino si presenta come un segno di rimando, ossia la manifestazione della gloria di Dio che splende su Cristo.L'insegnamento più immediato sulla fede, come porta di ingresso nella vita eterna, è esposto in poche battute a Nicodemo: "Chi crede in Lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel Nome dell'Unigenito Figlio di Dio" (Gv 3,18). L'idea di fondo si potrebbe esporre come segue: l'umanità uscita dal peccato originale è accompagnata lungo la sua storia da un giudizio di divina disapprovazione; nessuno può giungere a piacere a Dio in forza delle sue opere. Gli unici che possono sottrarsi all'universale giudizio di condanna, sono coloro che hanno accolto nella loro vita il Salvatore dell'uomo. In grazia di Lui, sono liberati dal peso dell'antica condanna. Si potrebbe aggiungere che, da questo momento in poi, cioè dal momento in cui Dio ha "consegnato" il suo Figlio, tutta l'umanità è invitata a ricevere la vita da Lui, ma nessuno vi è costretto. Qui subentra l'esercizio del libero arbitrio e si apre lo spazio alla possibilità che l'uomo non si lasci salvare da Cristo. La perdizione non è dunque una sentenza pronunciata da Dio, ma è piuttosto UNA AUTOESCLUSIONE DALLA SALVEZZA, GRATUITAMENTE OFFERTA DA DIO IN CRISTO. Più avanti, attraverso le parole del Battista, viene specificato: "Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio incombe su di lui" (Gv 3,36). E ancora: "Questa è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in Lui, abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno" (Gv 6,40).Analogamente ai Sinottici, anche in Giovanni la fede è la forza che ottiene la guarigione: "Gesù gli risponde: Va', tuo figlio vive! Quell'uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù… mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: Tuo figlio vive!" (Gv 4,50). Di nuovo, come in diversi altri casi, si tratta della fede del genitore che ottiene la guarigione al figlio. La nota specifica di Giovanni è che i miracoli possono rafforzare la fede, anche se non possono darla. Dopo il miracolo, si dice che credette con lui tutta la sua famiglia (cfr v. 53).In prossimità del segno più forte che Egli dà a Israele, cioè la risurrezione di Lazzaro, ritorna ancora un volta in primo piano il tema della fede; prima di compiere il miracolo, Gesù chiede a Marta una solenne professione di fede: "Io Sono la risurrezione e la vita; chi crede in Me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in Me, non morrà in eterno. Credi tu questo?" (Gv 11,25-26). E più avanti lo ribadice dinanzi alle resistenze di lei: "Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?" (Gv 11,40). La fede è necessaria perché il Messia operi la salvezza nella nostra vita.

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