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In
casa la sua autorivelazione giunge al culmine: "prese il pane,
pronunciò la benedizione, lo spezzò e lo distribuì
loro" (v. 30). Solo a questo punto si aprono i loro occhi e finalmente
lo riconoscono. Non c'è dubbio che questo sia il gesto dell'Ultima
Cena, con cui Egli ha istituito il Sacramento dell'Eucaristia. I loro
occhi lo riconoscono allora, perché la celebrazione eucaristica
è il momento massimo dell'incontro tra il Maestro e i discepoli.
E' il punto più alto della possibilità di comunione con
Lui. Il momento massimo dell'incontro con Cristo è però
anche il momento massimo del suo nascondimento: "Ma Egli disparve
ai loro sguardi" (v. 31). Nell'Eucaristia, Gesù è
personalmente presente con il suo Corpo, ma sotto un aspetto talmente
irriconoscibile che, per chi non ha lo sguardo della fede abbastanza
allenato, è come se non ci fosse. Anche questo si inquadra nel
mistero della nostra libertà: se Cristo si rendesse presente
agli uomini col suo aspetto glorioso, tutti cadrebbero in ginocchio
davanti alla sua maestà, ma non sarebbe un atto libero, e perciò
non avrebbe alcun valore. I discepoli di Emmaus, avendo aperto gli occhi
sulla presenza misterica del Risorto, si accorgono di non poterlo trattenere
sotto il loro sguardo. L'incontro col Risorto, d'ora in poi, ha bisogno
di passare attraverso l'oscurità della fede. I due discepoli
allora ripartono subito: "Quindi si alzarono e ritornarono subito
a Gerusalemme, dove trovarono gli Undici riuniti e quelli che erano
con loro" (v. 33). La tristezza e la demotivazione sono completamente
sparite dal loro animo. L'evangelista mette in rapporto di contrasto
la tristezza iniziale dei discepoli, pur alla presenza di Cristo; alla
sua prima domanda: "si fermarono col volto triste" (v. 17).
Sono tristi per la morte di Cristo, ma Lui è lì davanti,
sotto i loro occhi. Alla fine, dopo avere compreso le Scritture e avere
partecipato alla mensa della Eucaristia, Egli scompare ai loro occhi
ma è come se fosse rimasto con loro: essi riacquistano tutta
l'energia e la gioia di vivere e di essere discepoli. Una apparizione
narrata da Giovanni, e di grande interesse circa l'insegnamento sulla
fede teologale, è quella avvenuta nel cenacolo in assenza di
Tommaso e poi ripetutasi alla sua presenza. In questo incontro del Risorto
col gruppo apostolico si ha una vera e propria comunicazione del potere
sacramentale di rimettere i peccati (cfr. Gv 20,22-23); quello di celebrare
l'Eucaristia, consacrando il pane e il vino, lo avevano già ricevuto
la sera stessa dell'Ultima Cena: nel dire "fate questo in memoria
di Me" (Lc 22,19), ovviamente Cristo li aveva al tempo stesso abilitati
a fare altrettanto, cioè a pronunciare quelle stesse parole sul
pane e sul calice per la consacrazione.Nella apparizione, avvenuta nel
cenacolo, Tommaso la prima volta non c'è. Gli altri Apostoli
gli dicono: "Abbiamo visto il Signore" (Gv 20,25). Tommaso
risponde: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi..."
(v. 25). Si mostra dunque incredulo, ma è necessario soffermarsi
un istante sulla natura della sua incredulità. Potrebbe sembrare
che Tommaso intenda negare, con la sua incredulità, la realtà
della risurrezione del Signore. Ma non ci sembra che la natura della
sua incredulità sia questa. Infatti, non è nella risurrezione
che non crede, bensì nel carattere testimoniale della fede. Il
suo vero peccato contro la fede consiste nel non avere attribuito credibilità
alla testimonianza degli Apostoli, su cui d'ora innanzi si fonderà
la fede del popolo cristiano, fino al giorno del ritorno glorioso di
Cristo. Tommaso dunque non crede alla testimonianza della Chiesa, lì
rappresentata dal gruppo apostolico che unanimemente gli dice: "Abbiamo
visto il Signore!". La fede teologale non può assolutamente
prescindere dalla sua dimensione ecclesiale e apostolica.Tommaso però
è presente otto giorni dopo, quando Cristo ritorna a visitare
il gruppo apostolico. In questa occasione, Tommaso è posto nella
medesima condizione in cui vennero a trovarsi gli altri Apostoli in
sua assenza, ossia l'esperienza dell'incontro diretto con il Risorto.
Anche Tommaso, in quanto Apostolo, deve sperimentare l'incontro diretto
con il Cristo corporalmente risorto. La Chiesa, infatti, nascerà
sulla base della sua testimonianza. Egli deve comprendere perciò
fin da ora che la credibilità dell'annuncio della risurrezione
di Gesù non sta nella verifica del fenomeno, bensì in
una fiducia piena accordata alla predicazione apostolica. Non solo.
La possibilità stessa di credere in base alla fiducia nella parola
dell'Apostolo, è una beatitudine: "Beati quelli che, pur
non avendo visto crederanno" (v. 29). Una beatitudine che Cristo
non ha concesso ai Dodici, ma solo a coloro che "per la loro parola
crederanno in Me" (Gv 17,20). Dire a Tommaso: "perché
mi hai veduto, hai creduto" (v. 29), non equivale tanto a mettere
in evidenza la sua incredulità, quanto piuttosto a indicare una
condizione comune ai Dodici. Essi annunciano infatti ciò che
credono, ma in forza di una testimonianza oculare. Il popolo cristiano
di tutti i tempi, crede nella risurrezione di Gesù, ma in forza
della loro originaria e autorevole testimonianza, incondizionatamente
accolta da ogni discepolo. |