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La
garanzia della nostra personale resurrezione è data dal fatto
che Cristo è "primizia di coloro che sono morti" (1
Cor 15,20). Chi ha creduto che Cristo è risorto, deve credere
anche alla propria risurrezione, per il semplice fatto che Cristo non
è risorto per stesso, ma "come primizia", ossia per
mettere noi in grado di risorgere con Lui. Tutti i gesti di Cristo sono
fatti per noi; per se stesso, infatti, Egli non avrebbe avuto bisogno
né di nascere, né di morire, né di risorgere. Alla
sua pienezza non si può togliere nulla e nulla aggiungere, giacché
è Lui che sostiene tutto con la potenza della sua parola (cfr.
Eb 1,3). La risurrezione, come esperienza individuale e collettiva,
è collocata dall'Apostolo in concomitanza con la parusia di Gesù:
"Tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel
suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta,
quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine" (1 Cor 15,22-24).
Con la parola "fine", nel linguaggio apostolico, si intende
l'inizio di un nuovo e definitivo ordinamento cosmico: "sarà
la fine, quando Egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere
ridotto al nulla ogni principato, potestà e potenza" (v.
24). La consegna del regno presuppone di fatto che ormai esso sia perfettamente
consolidato. Il v. 25 lascia intendere che Cristo, con la sua personale
risurrezione, ha dato inizio alla sua vittoria sulle forze delle tenebre,
ma questa lotta non si concluderà se non con la risurrezione
dell'umanità, in quanto: "l'ultimo nemico a essere annientato,
sarà la morte". Indubbiamente la morte è già
vinta nel battesimo, ma con la risurrezione essa sarà annientata.
Scomparirà per sempre dall'orizzonte dei viventi. Da quel momento
in poi, "Dio sarà tutto in tutti" (v. 28). Questa breve
definizione racchiude senz'altro il mistero dell'intimità totale
con Dio, che l'umanità potrà sperimentare nella sua assimilazione
alla vita trinitaria, cosa che costituirà la sua condizione eterna.
La comunione che la Chiesa sperimenta in questo mondo è una realtà
concreta, è un dono dello Spirito, ma è solo una realizzazione
pallida e continuamente minacciata dalla forza disgregatrice del peccato.
Inoltre, vi è la condizione corporea attuale, debole e caduca,
e quindi incapace di ricevere da Dio una esperienza pneumatica che non
sia adeguata alla debolezza del corpo mortale. La risurrezione ci libererà
dalla debolezza del corpo terreno, dandoci un corpo glorioso: "Ciò
che tu semini non prende vita, se prima non muore; e quello che semini
non è il corpo che nascerà" (v. 36). Con questa similitudine
l'Apostolo vuole affermare la sostanziale diversità del corpo
terrestre rispetto a quello che ci viene dato da Dio nella risurrezione;
non si tratta infatti, come si è già osservato, di ritorno
alla vita di prima, ma di ingresso in una dimensione nuova, con un corpo
adeguato alle leggi della creazione nuova, che sono diverse dalle attuali;
e più avanti precisa: "Così anche la risurrezione
dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina
ignobile e risorge glorioso; si semina debole e risorge pieno di forza;
si semina un corpo animale e risorge un corpo spirituale" (vv.
42-44).Non deve però indurci in errore l'ultima definizione di
"corpo spirituale", facendoci pensare che l'anima e il corpo
risorto siano la stessa cosa. Dopo la morte, la persona umana continua
a sopravvivere nell'aldilà, avendo conosciuto senza veli l'amore
di Cristo e al tempo stesso l'esito vero della propria vita terrena;
il giudizio che segue all'istante della morte è la possibilità
offerta all'io cosciente, privo del corpo, di rileggere la propria vita,
e i suoi singoli particolari, in una luce di totale verità. Così
la persona può prendere coscienza di ciò che la sua vita
è stata, avendo frantumato, attraverso la lacerazione della morte,
gli inganni e le menzogne che impedivano di interpretare fatti e persone
nella luce di Dio. In sostanza, subito dopo la morte, Dio illumina la
memoria della persona e la inonda con la propria verità, ed essa
"comprende" la propria vita, vedendola, per così dire,
con gli occhi di Dio. Inizia così la sua attesa della risurrezione,
che si compirà con la parusia, nell'assunzione di un "vero
corpo" che, se venisse paragonato alla materia pesante del corpo
storico, sembrerebbe più simile allo spirito. In questo senso
l'Apostolo parla di "corpo spirituale". Infatti, la condizione
dei risorti consiste nel portare "l'immagine dell'uomo celeste"
(v. 49), cioè Cristo, dopo avere portato, nei giorni della vita
terrena, l'immagine dell'uomo terrestre (Adamo). Con questo corpo ormai
forte e spirituale, Dio potrà essere "tutto in tutti";
sarà possibile cioè ricevere da Dio una comunicazione
di se stesso molto più intensa e profonda di quanto non permetteva
il "corpo animale" della vecchia creazione. L'umanità
si troverà finalmente assimilata alla vita trinitaria in un modo
nuovo e beatificante, nel quale anche il corpo, liberato dalle sue debolezze,
potrà partecipare della pienezza dello spirito. Ciò comporterà
un'intimità con Dio mai conosciuta prima; ma anche l'umanità
stessa, nell'unità della trinità, conoscerà una
comunione interpersonale piena, dove sarà impossibile conoscere
ed amare qualcuno in modo esclusivo, perché tutti, nella comunione
divina, saranno sentiti da ciascuno altrettanto intimi a sé senza
differenze. |