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Il primo incontro dell'uomo con la morte: la
morte come castigo del peccato
Il tema della morte viene affrontato subito, fin dalle prime pagine del
libro sacro. Ma viene subito pure precisato che ciò non era previsto
dal progetto creativo di Dio. Il libro della Sapienza, riflettendo sull'opera
della creazione, dice che Dio "ha creato tutto per la vita"
(Sap 1,14). Implicitamente si afferma che la morte dell'essere umano non
era prevista né voluta da Dio. Nel libro di Genesi, in relazione
all'albero della prova, è Dio stesso che svela all'uomo la possibilità
della morte come conseguenza di un distacco da Lui: "nel giorno in
cui ne mangiassi, certamente morresti" (Gen 2,17). Si comprende dal
seguito del racconto che la morte dell'uomo non è determinata dal
frutto dell'albero, bensì dal fatto che il gesto di mangiarlo pone
l'uomo fuori dalla comunione con Dio: "Hai mangiato dell'albero dal
quale ti avevo comandato di non mangiare?" (Ge 3,11). Adamo, però,
non sa ancora che cosa sia la morte. Solo con la perdita di Abele egli
capirà che essa è l'uscita dolorosa della persona dalla
scena della storia, con la rottura violenta di tutti i legami di affetto
che la univano agli amici e ai parenti. Ma soprattutto è un fenomeno
che porta con sé un grande enigma: l'interrogativo sulla sorte
e la destinazione di colui che è uscito dalla scena della storia.
La domanda insomma sull'aldilà, sulla dimora dei morti e sulla
loro condizione ultraterrena.
Nonostante ciò, la morte dei patriarchi è descritta sempre
in un'atmosfera di serenità come un riunirsi coi propri antenati.
La morte di Abramo è descritta infatti così: "Abramo
spirò e morì in felice canizie, vecchio e sazio di giorni,
e si riunì ai suoi antenati" (Gen 25,8). Anche per Isacco
troviamo qualcosa di simile: "Isacco, spirò, morì
e si riunì al suo parentado, vecchio e sazio di giorni"
(Gen 35,28). La morte di Giacobbe è narrata in maniera più
estesa, con accenti particolarmente solenni. Dopo la riunione della
sua famiglia con Giuseppe in Egitto, Giacobbe, sul punto di morire,
chiede di essere seppellito non in Egitto ma nel sepolcro dei suoi antenati.
Nelle ultime ore della sua vita, Giacobbe acquista una veggenza profetica
che non aveva mai avuto prima e benedice i suoi figli svelando a ciascuno,
anche se con parole arcane, il loro futuro. In questo contesto si ha
la prima, velata profezia della nascita del Messia nella discendenza
di Giuda; la benedizione di Giacobbe sul figlio Giuda suona infatti
così: "Giuda, te loderanno i tuoi fratelli; davanti a te
si prostreranno i figli di tuo padre
Non sarà tolto lo
scettro da Giuda né il bastone del comando dai suoi piedi finché
verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta
l'obbedienza dei popoli" (Gen 49,8-10).Quello che però ci
preme evidenziare è il modo in cui Giacobbe affronta la propria
morte, perché è un atteggiamento gravido di significati
per la morte del cristiano. L'atmosfera solenne che circonda la morte
di Giacobbe indica chiaramente come non sia da sottovalutare o da banalizzare
questo momento conclusivo della fase terrena. Sarebbe un grave errore
rimuovere dalla propria memoria l'idea della morte, e vivere come se
essa dovesse riguardare solo gli altri, col rischio di trovarsi impreparati,
quando giungerà la nostra ora. Al contrario, la solennità
di questo momento esige che esso sia lungamente preparato dal soggetto.
La preparazione interiore alla propria morte, si svolge sul registro
dello sviluppo della virtù carità. Infatti, quando la
carità teologale ha raggiunto la sia perfezione, la persona vive
già nella logica di perdere la propria vita per ritrovarla (cfr.
Mc 8,35). Chi vive la propria vita nel tentativo di possederla, muore
con la sgradevole sensazione di perderla; chi, invece, istruito dall'unico
Maestro, vive la propria vita offrendola, muore con la gratificante
sensazione di ritrovarla. E' questa la morte dei santi, preziosa agli
occhi di Dio.Un altro particolare meritevole di attenzione è
poi la disposizione di Giacobbe a morire benedicendo. Ciò implica
che è molto importante caricare di sentimenti di pace e di riconciliazione
l'esperienza personale della morte. Dalle profezie che Giacobbe pronuncia
sui propri figli prima di morire si vede bene come la sua benedizione
sia destinata a produrre degli effetti benefici nelle generazioni successive
dei suoi discendenti. Dobbiamo allora dedurre che la propria morte può
provocare delle conseguenze spirituali nella propria discendenza, a
seconda se si muore santamente o meno, se si muore benedicendo o maledicendo.
Questa misteriosa solidarietà dell'antenatismo è confermata
dall'esperienza degli esorcisti, i quali sanno che la maledizione lanciata
da un antenato può avere effetti sulle generazioni successive.
Ma se questo è vero, dobbiamo dire che a maggior ragione la benedizione
del morente estende i suoi benefici sui suoi discendenti. Anche Mosè,
prima di morire, fa la stessa cosa (cfr. Dt 33,1). |