"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Nella preghiera ebraica espressa dai Salmi incontriamo per la prima volta il tema della morte nel Salmo 16. L'orante si sente al sicuro nel favore di Dio e guarda al proprio sepolcro come a una dimora transitoria. Vivere nel favore di Dio è infatti una sicurezza e una grande protezione non solo per l'anima ma anche per il corpo: "anche il mio corpo riposa al sicuro" (v. 9). Ma c'è di più; al pensiero del proprio sepolcro, l'orante lo percepisce con chiarezza come una dimora transitoria: "non abbandonerai la mia vita nel sepolcro" (v. 10). Non a caso sarà proprio questo il Salmo citato dall'Apostolo Pietro in At 2, nel giorno di Pentecoste, per fondare biblicamente l'annuncio della risurrezione di Cristo. A questo punto, il Salmo 16 acquista un nuovo senso e una nuova validità per la morte del cristiano. Ogni cristiano può rileggere in queste parole la potenza della risurrezione di Cristo e intravedere, attraverso di esse, la propria libertà dalla morte: "gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra" (v. 11). Anche il Salmo 30 si muove nella medesima linea, dove l'orante è consapevole che l'azione salvifica più radicale è quella con cui Dio ci libera dalla morte: "Signore, mio Dio, a te ho gridato e mi hai guarito. Mi hai fatto risalire dagli inferi, mi hai dato vita perché non scendessi nella tomba" (vv. 3-4). Chi grida al Signore, ossia colui che è capace di preghiera, sperimenta dunque un modo diverso di morire, che consiste appunto nel morire dentro la libertà di Cristo. L'unico rischio che l'orante intravede è quello di appesantirsi nella prosperità e perdere la coscienza del proprio bisogno di essere salvato (cfr. v. 7). Infatti, l'esperienza della preghiera è possibile solo a partire da tale bisogno. Questo modo di morire è particolarmente gradito a Dio che non lascia mai i suoi servi senza soccorso: "preziosa ai suoi occhi, la morte dei suoi fedeli" (Sal 116,15).Il tema della morte ritorna comunque in maniera più insistente nella riflessione dei saggi di Israele. Nel libro di Qoelet sembra addirittura un motivo dominante. Il grande interrogativo, insomma, su cui ruotano le riflessioni di Qoelet è, esplicitamente o implicitamente, la morte come fatto che rende problematica la vita. La fatica delle opere che si compiono sotto il sole ha bisogno di essere giustificata dalla risposta all'interrogativo sulla speranza: la bilancia della giustizia rimane quasi sempre pendente nell'aldiqua, e ciò richiama necessariamente una giustizia ultraterrena, che però Qoelet non conosce ancora. Bisognerà infatti attendere il libro della Sapienza per avere una rivelazione un po' più chiara circa la retribuzione operata da Dio dopo la morte del singolo uomo. Il pensiero della morte, nella riflessione di Qoelet, è dunque ancora avvolto nella penombra di una rivelazione parziale. Ci sono tuttavia elementi di verità che devono essere colti. Il primo dato notevole è la consapevolezza dello scorrere rapido di tutte le cose. All'inizio del libro l'autore descrive lo scenario del mondo in continuo movimento: il sole, il vento e i fiumi si muovono perennemente, ma in fondo ritornano sempre al loro punto di partenza, per poi ricominciare. Solo l'umanità, nel grande quadro della creazione, una volta uscita di scena non ritorna più; anzi, perfino il suo ricordo scompare: "Non resta più ricordo degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso coloro che verranno in seguito" (Qo 1,11). Sullo sfondo di questo pensiero tutte le cose anche più nobili che si sperimentano nella vita terrena si velano di sospetto ai suoi occhi: "Anche a me toccherà la sorte dello stolto! Allora perché ho cercato di essere saggio? Infatti, né del saggio né dello stolto resterà un ricordo duraturo e nei giorni futuri tutto sarà dimenticato" (Qo 2,15-16). Che Qoelet si muova ancora nella penombra risulta ovvio se si considera come il libro della Sapienza dovrà correggere questa opinione: "Nel ricordo della virtù c'è immortalità, per il fatto che è riconosciuta da Dio e dagli uomini. Presente è imitata; assente è desiderata, nell'eternità trionfa" (Sap 4,1-2). Era questo il tassello ancora mancante nella riflessione di Qoelet: il risultato ultraterreno della virtù esercitata sulla terra. Dall'altro lato, però, è profondamente vero quanto è affermato da Qoelet al capitolo terzo: "Per ogni cosa c'è il suo momento: c'è un tempo per nascere e un tempo per morire…" (vv. 1-2). Gli eventi e le circostanze umane non si verificano mai a caso e non sono mai una sequenza di fatti slegati: tutto risponde a un disegno prestabilito e intelligente, col quale Dio governa la vita di tutti.Questa visione delle cose sarà ripresa dal Siracide: "Non c'è da dire: questo è peggiore di quello; a suo tempo ogni cosa sarà riconosciuta buona" (Sir 39,33-34). Ciò vale anche, ovviamente, per il momento in cui il cristiano è chiamato da questa vita all'incontro col Risorto. Chi vive nella grazia di Dio e si lascia guidare quotidianamente dalla volontà del Padre ha la certezza morale che tutto ciò che gli accade è studiato nei minimi particolari da Dio in vista della sua santificazione. Non così per coloro che escono volontariamente dal favore di Dio e costruiscono una vita a sistema chiuso, autonoma e autogestita. A questi accadranno certamente tante cose non volute né previste da Dio, e non tutte buone. Anche il momento della morte, ad ogni modo, va inquadrato in quell'insieme di circostanze orchestrate da Dio per la santificazione dei suoi servi. Solo di questi ultimi si può dire, con assoluta certezza derivante dalla fede, che la loro morte si verifica, e nel tempo e nelle circostanze, secondo la migliore delle possibilità. Ciò significa, in sostanza, che nessuno di coloro che vivono arresi alla divina volontà, può mai morire prima che abbia compiuto tutto ciò che Dio ha predisposto per lui. La frase conclusiva dell'agonia di Gesù, "tutto è compiuto" (Gv 19,30), va intesa anche come una via aperta, da quel momento in poi, a tutti coloro che credono in Lui, verso la pienezza della vita terrena, che si realizza nel compiere tutto ciò che Dio vuole da noi, finché c'è ancora tempo. Chi vive così vive in pienezza, e, soprattutto, muore con la coscienza di non aver tralasciato nulla di importante e di non avere sprecato il tempo breve e prezioso che abbiamo a disposizione tra la nascita e la morte.

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