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Tornando al libro di Qoelet, notavamo la penombra della sua riflessione sulla morte, ma anche degli elementi di verità che non vanno taciuti. La fine del libro, a questo proposito, merita di essere menzionata. L'autore non ha ancora un'idea chiara dell'aldilà, tuttavia ha senz'altro chiaro il fatto che nessuno può morire bene, essendo vissuto male. Lo stile della nostra vita, portato avanti per anni, diventa come una seconda natura. Per questo, la conversione a Dio diventa tanto più difficile quanto più la persona si allontana dagli anni giovanili, anni in cui le strutture mentali sono ancora molto elastiche e perciò suscettibili di cambiamenti anche radicali. Ci sembra di poter leggere in questo senso le parole che aprono l'ultimo capitolo: "Ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni in cui dovrai dire: non ci provo alcun gusto" (Qo 12,1). Dalle immagini allegoriche che seguono fino alla fine del capitolo si comprende che l'autore si sta riferendo alla vecchiaia. Va notato che l'autore non dice che la vecchiaia è il termine prima del quale occorre ricordarsi di Dio; piuttosto, è la giovinezza il tempo oltre il quale non bisogna attendere per convertirsi. Le metafore del decadimento psichico e fisico, che si accumulano lungo l'intero capitolo, lasciano intendere indirettamente che, quando le energie della persona sono indebolite dalla senilità, diventa molto difficile compiere quelle scelte profonde, che invece sarebbe stato relativamente facile operare, quando la persona era ancora in possesso di tutte le sue energie mentali e fisiche. Con ciò non si vuol dire che la conversione sia impossibile in tarda età; siamo infatti ben consapevoli dell'esistenza dell'operaio dell'ultima ora (cfr. Mt 20,1-16). Tuttavia, siamo consapevoli anche di un'altra parola pronunciata dallo stesso Cristo: "Se uno cammina di giorno non inciampa… ma se invece uno cammina di notte, inciampa" (Gv 11,9-10). Non tutti i tempi sono uguali tra loro, e non è lo stesso camminare di giorno o di notte. Vi sono delle cose che devono essere fatte mentre è giorno. L'indurimento delle strutture del pensiero umano con l'avanzarsi degli anni è un dato di fatto che certo non gioca a favore di quella profonda rivoluzione del cuore che è la conversione autentica a Cristo. Occorrerebbe davvero una virtù non comune, e un amore straordinario alla verità, per poter dire, in vecchiaia, a se stessi e agli altri: "fino a oggi ho impostato la mia vita sull'errore. D'ora in poi mi appoggerò alla verità di Cristo". E' relativamente facile a venti anni, e a settanta?
Il vero elemento di novità, a proposito della concezione della morte, si trova nel libro della Sapienza, scritto intorno alla metà del sec. I a. C. Qui fa capolino finalmente una rivelazione sull'aldilà che ancora non si era trovata nei libri dell'AT composti nelle epoche precedenti. Tale rivelazione consiste nell'affermare che ciascun uomo, subito dopo la propria morte personale - e dunque non solamente alla risurrezione finale - riceve da Dio una retribuzione immediata ed entra perciò nella beatitudine o nella perdizione. Al centro della riflessione del libro ci sta insomma più il destino individuale dell'uomo che quello del popolo nel suo insieme. Il punto di partenza è comunque costituito dall'affermazione che Dio non ha creato le cose in vista della morte. Anzi, la morte è del tutto estranea al disegno universale di Dio: "Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza" (Sap 1,13-14). Tuttavia la morte agisce nel mondo, avendovi fatto il suo ingresso "per invidia del diavolo" ( Sap 2,24). L'autore, però, precisa anche che fanno esperienza della morte solo gli empi, coloro che appartengono al diavolo, mentre per chi vive nel favore di Dio il morire è come deporre una veste. Infatti "le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero" (Sap 3,1-2); parve che morissero: la morte dei giusti è insomma quasi un fenomeno apparente, è solo la scomparsa dalla scena visibile, ma non è una diminuzione di esistenza: "la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace" (Sap 3,2-3). Ciò però non deve indurre a pensare che essi non soffrano, e l'autore tiene a precisarlo, aggiungendo tuttavia che la loro sofferenza ha un grande valore agli occhi di Dio: "Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé" (Sap 3,4-5). La sofferenza dei giusti perciò non solo è un dato ineliminabile e costante della vita, ma in certo senso è necessaria, perché mediante la sofferenza i giusti diventano sempre migliori e più purificati, come l'oro nel crogiolo (cfr. Sap 3,6).
C'è ancora un altro elemento di novità che deve essere notato nella riflessione del libro della Sapienza a proposito della morte: la relativizzazione della lunghezza della vita. Nella mentalità veterotestamentaria, la speranza del pio israelita era quella di morire, a imitazione dei patriarchi, vecchio e sazio di anni. Era di conseguenza considerata una triste sorte quella di morire senza avere raggiunto la pienezza dei giorni di una vita umana. Il libro della Sapienza giudica inesatta questa convinzione, perché "Il giusto, anche se muore prematuramente, troverà riposo. Vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola dal numero degli anni; ma la canizie per gli uomini sta nella sapienza e un'età senile è una vita senza macchia" (Sap 4,7-8). L'età anagrafica viene dunque relativizzata, perché sapiente non è chi vive a lungo, ma chi vive bene: "una giovinezza, giunta in breve alla perfezione, condanna la lunga vecchiaia dell'ingiusto" (Sap 4,16). In quest'ultimo versetto vengono ribaltate completamente le idee bibliche tradizionali: per l'AT i giovani non avevano voce in capitolo e solo gli anziani erano considerati sapienti per definizione, tanto che il profeta Geremia, all'inizio della sua vocazione, trova proprio nella sua giovane età un ostacolo per rispondere alla chiamata di Dio (cfr. Ger 1,6-7); per il libro della Sapienza, invece, il giovane può giungere in breve alla perfezione e un vecchio sciupare il proprio tempo nel vizio. Per l'AT, almeno nei suoi strati più antichi, l'uomo giusto era gratificato da Dio con una lunga vita, come appunto avveniva ai patriarchi; il libro della Sapienza prevede invece che un uomo possa avere una lunga vita anche se è empio. Ed è proprio in questo caso che la giovinezza sapiente condanna la vecchiaia stolta.La riflessione del libro della Sapienza prosegue estendendo il suo sguardo nelle regioni dell'aldilà. In questa vita non bisogna attendersi l'equilibrio totale della giustizia. La retribuzione delle azioni umane si colloca, nel suo aspetto definitivo, al di là dell'orizzonte della storia: lì la ricompensa divina è sicura ed è destinata al giusto, indipendentemente dal fatto che in questa vita egli sia stato felice o infelice, onorato o disprezzato (cfr. Sap 5).

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