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Il
capitolo 25 di Matteo parla esplicitamente di "raduno" in
vista del giudizio: "Quando il Figlio dell'uomo verrà
saranno riunite davanti a Lui tutte le genti" (vv. 31-22). Le tre
parabole introduttive del maggiordomo (24,45-51), delle dieci vergini
(25,1-13) e dei talenti (24,14-30) - che noi non analizzeremo nei loro
particolari in questa sede - si riferiscono certamente alla fine dei
tempi, ma si riferiscono anche alla fine della vita terrena del singolo
uomo. Ci basta prendere coscienza, in questa sede, del fatto che la
virtù teologale della speranza dispone il cristiano in un certo
modo non solo riguardo agli ultimi eventi del mondo, ma anche riguardo
agli eventi ultimi della propria stessa vita. La virtù della
speranza dona al cristiano la vittoria esistenziale sulla morte, il
cui ricordo ha cessato di vanificare i significati più belli
della vita. Tanto il pensiero della morte, quanto quello dell'invecchiamento
e della malattia acquistano, nella virtù della speranza, nuovi
valori e svelano di essere, al di là delle loro apparenze, delle
realtà al servizio della Vita nel suo significato più
ampio e più totale. Per chi è privo della virtù
teologale della speranza, la malattia, la vecchiaia e la morte, come
ogni altra esperienza di diminuzione psicofisica, sono realtà
al servizio della morte; al loro sopraggiungere sono perciò possibili
due reazioni: o l'accettazione passiva o la disperazione. Ma per il
cristiano non è così. La speranza teologale dispone il
cristiano ad accogliere ogni esperienza di diminuzione, vuoi a livello
fisico, vuoi a livello interiore, come una morte parziale del vecchio
uomo. Infine, con la morte fisica, il vecchio uomo scompare definitivamente
dalla scena della storia, e rimane solo l'attesa beatificante della
risurrezione per la Vita. Le tre parabole introduttive, cui abbiamo
già accennato, intendono riferirsi ai nuovi significati che la
morte assume nella luce teologale della speranza. La parabola del maggiordomo,
e quella dei talenti, descrivono la vita terrena come una forma di affidamento
di beni non propri; ciò significa che la virtù della speranza
favorisce la scelta, e soprattutto la comprensione, della povertà
evangelica, a partire dalla consapevolezza che il vero Padrone di tutto
quello che possiedo è Dio; io soltanto amministro dei beni non
miei (1 Cor 4,7). La mia morte sarà dunque il ritorno del Padrone
che mi chiederà conto della mia amministrazione. Ma non è
tutto qui: la speranza mi dispone a vedere la mia morte con gli stessi
occhi con cui una ragazza guarda il giorno del suo matrimonio, ed è
proprio questo il messaggio fondamentale della parabola delle dieci
vergini. Attendere la morte, per il cristiano, è come attendere
lo Sposo, per restare sempre con Lui. Il giudizio finale, narrato da
Matteo, ci riporta quindi al tema del raduno che nel discorso escatologico
del monte uliveto è associato alla comparsa del segno del Figlio
dell'uomo. L'umanità viene radunata davanti a Lui, ma, al tempo
stesso, viene divisa. Nulla di nuovo in verità. Anche durante
la nostra vita terrena avviene lo stesso: la fede in Cristo unisce e
divide. Ed entrambe le cose hanno una tele profondità e una validità
tale, da essere riconfermate nel giorno del giudizio. La divisione che
in quel giorno diverrà palese a tutto l'universo, era già
in atto da molti secoli, anche se non per tutti era evidente. Il giudizio
finale non farà altro che portare alla luce e confermare definitivamente,
con l'irreversibilità di ciò che è eterno, quel
che già era stato deciso dalle libere scelte, compiute di singoli
uomini, finché ne avevano il tempo. Dal punto di vista teologico
ci sembra anche particolarmente importante l'espressione duplice pronunciata
dal giudice come motivazione della sua sentenza: "l'avete fatto
a Me", "non l'avete fatto a Me" (vv. 40.45). L'ultima
discriminante del giudizio di Dio non è il bene inteso come "atto
buono", ma il bene inteso come una convalida o una smentita da
parte di Cristo del valore delle nostre opere. Vale a dire: ci possono
essere tanti motivi che spingono la persona a compiere un "atto
buono"; ebbene, dobbiamo sapere che non tutte le nostre motivazioni
per fare il bene, sono convalidate dal giudice divino. Il Cristo storico
ha anticipato questa verità nel suo insegnamento. Non c'è
dubbio che i farisei compivano con fedeltà molti atti buoni:
la preghiera, l'elemosina, il digiuno, eppure Cristo non ha convalidato
queste opere (cfr. Mt 6,1.5.16), così come il fariseo che va
al Tempio a pregare col pubblicano, ha compiuto davvero quelle opere
buone menzionate nella sua preghiera, ma Cristo non le convalida davanti
al Padre (cfr. Lc 18,11-12.14). Anche nel libro dell'Apocalisse viene
enunciato lo stesso principio: "Così parla Colui che possiede
i sette spiriti di Dio
non ho trovato le tue opere perfette davanti
al mio Dio" (3,1-2). Il Risorto qui non dice: "Non ho trovato
le tue opere perfette in se stesse", bensì "non ho
trovato le tue opere davanti al mio Dio". Un'opera, infatti, in
se stessa, può essere buona, ma Cristo può avere tuttavia
i suoi motivi per non convalidarla davanti al Padre. Inoltre, la duplice
espressione del giudice allude anche a un'altra verità: quando
il bene che compiamo è convalidato da Cristo, esso va considerato
come un atto d'amore perfetto, in quanto è un amore simultaneamente
dato a Dio e a l'uomo: "l'avete fatto a Me". |